Alberto Trentini, il racconto della detenzione in Venezuela: l’interrogatorio, la macchina della verità, la paura delle torture
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La detenzione di Alberto Trentini in Venezuela è stato uno dei casi che ha più preoccupato l’opinione pubblica negli ultimi mesi. Ospite a Che Tempo che Fa da Fabio Fazio, uno tra coloro che ha sempre tenuto accesa la luce sulla vicenda dagli studi del Nove, il cooperante italiano ha parlato della sua lunga prigionia nel Paese centroamericano, durata dal novembre 2024 al gennaio 2026. Oltre 420 giorni di detenzione arbitraria e senza accuse formali nel carcere di El Rodeo I.
Al momento dell’arresto il cooperante italiano si trovava in Venezuela per conto della Organizzazione non governativa Humanity & Inclusion, con il fine di portare aiuti umanitari alle persone con disabilità. Era arrivato in Venezuela a metà del mese di ottobre 2024, l’arresto è avvenuto il 15 novembre dopo essere stato fermato in un posto di blocco insieme all’autista dell’Ong che lo stava portando da Caracas a Guasdalito. Trentini è stato accusato di essere un terrorista dopo che secondo la versione data dal governo venezuelano gli sono stati trovati nel cellulare messaggi contrari a Maduro, il deposto dittatore del Venezuela.
A seguito della caduta di Maduro sono stati liberati alcuni prigionieri stranieri detenuti in maniera irregolare, così Trentini insieme all’imprenditore torinese Mario Sburlò hanno potuto essere trasferiti all’ambasciata italiana di Caracas per poi rientrare in Italia e riabbracciare la madre, la signora Armanda, che si è battuta come una leonessa affinché Alberto non fosse dimenticato dalle Istituzioni italiane nei lunghi mesi di detenzione.
Il racconto della detenzione
Dopo il lungo abbraccio con Fazio, Alberto Trentini ha detto che in queste settimane ha recuperato l’orientamento e di stare bene, ha ringraziato tutti per aver sempre tenuto alta l’attenzione su quanto gli era accaduto, spiegando di non aver capito da subito di essere un ostaggio: “All’inizio non sapevo di essere un ostaggio, verso gennaio dello scorso anno il direttore del carcere ci ha detto senza troppi giri di parole che eravamo delle pedine di scambio. La sensazione prevalente è la disperazione: non sai per cosa e quando verrai scambiato, se la trattativa funzionerà”
La cattura
Trentini ha quindi ricostruito il momento della cattura e i giorni immediatamente successivi: “Sono stato fermato al posto di blocco, ho mostrato il passaporto. Li ho visti incuriositi, hanno fatto delle telefonate, dopo un’ora si è presentato il controspionaggio militare, ho dovuto consegnare il cellulare e sono stato interrogato per quattro ore”
Alberto ha raccontato di essere rimasto per dieci giorni recluso nello stanzone del controspionaggio, seduto su una sedia dalle 6 del mattino fino alle 21.30 insieme ad altri prigionieri, che sono aumentati dai 20 iniziali fino a 60 quando è stato trasferito a Rodeo I: “Stavo in una cella 2×4 con un altro detenuto. Avevamo una turca che faceva da latrina e da doccia. Cambiavamo spesso cella: i cambi come nessuna altra azione venivano giustificati. Ti dicevano di vestirti e ti cambiavano di cella. Le condizioni erano molto dure, non c’erano libri, non potevamo scrivere, mi avevano sequestrato gli occhiali ed ero in difficoltà. Ho avuto in regalo da alcuni detenuti colombiani degli scacchi fatti con sapone carta igienica e scuriti con i fondi del caffè”.
I momenti più duri
Trentini ha poi parlato dei momenti più duri della sua prigionia: “I primi sei mesi, fino alla breve telefonata con mia madre è stata durissima, ero disorientato. I miei pensieri non erano lucidi, pensavo alle trattative, ci inventavano delle teorie, ci illudevamo. Avevamo pochissimi contatti, tutto il personale era sempre in passamontagna e se si accorgevano che qualche secondino fraternizzava con i detenuti, veniva spostato. Dopo la prima telefonata con mai madre mi sono tranquillizzato e ho preso il controllo delle mie idee. Poi c’era Radio carcere, avevamo sviluppato un modo per dialogare. E in una seconda telefonata a fine luglio mia madre mi ha fatto capire che c’era una mobilitazione in atto per me in Italia”.
Nessuna violenza fisica ma psicologica, l’interrogatorio e la macchina della verità
Fazio ha chiesto a Trentini se abbia subito violenza fisica: «Non ho subito violenze fisiche, però non avere un’assistenza legale, non sapere quando finirà è una violenza psicologica pesante”. Tra i momenti più duri quello di quando è stato sottoposto alla macchina della verità: “Due giorni dopo il fermo mi hanno portato in una bella casa di Caracas. Ero in una stanza molto calda dove il funzionario insisteva molto sul terrorismo, sullo spionaggio, sul fatto che sono laureato in storia. E poi è iniziata la sessione con la macchina della verità, sono 12 domande poi c’è una domanda a cui devi mentire tu e lo concordi con chi ti interroga. Hai i sensori ovunque, fa molto caldo, cercavano di farci sudare il più possibile, di innervosirci. Stavano cercando di giustificare almeno ai loro occhi e al sistema la mia detenzione”.

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