Alessandro Borghi, dalle acrobazie da stuntman al trionfo nel cinema italiano: “Nessun trucco, solo la verità del corpo”
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L’intensità che Alessandro Borghi porta sul grande schermo è una dote rara nel panorama cinematografico contemporaneo. Ospite del podcast Fuori di Cabello condotto da Victoria Cabello, l’attore romano si è raccontato, dimostrando di essere un interprete con carattere e superando i propri limiti per diventare, senza volerlo, uno dei talenti più cristallini della sua generazione.
In un lungo e scoppiettante faccia a faccia, tra gag esilaranti, provocazioni e momenti di assoluta onestà, Borghi ha svelato i retroscena di una carriera straordinaria costruita sul sacrificio, sull’ironia e su un rapporto viscerale con la propria fisicità.
Il cinema di ieri e di oggi: la lotta contro le scene “scritte male”
Il podcast si apre con una riflessione provocatoria di Victoria Cabello sulla celebre teoria di alcuni registi storici — come Michelangelo Antonioni o Federico Fellini — secondo cui gli attori migliori sarebbero quelli sprovvisti di personalità, da trattare alla stregua di piante, lampade o elementi della scenografia da plasmare a proprio piacimento.
Borghi, che sui suoi personaggi compie da sempre un lavoro immenso, confessa che lo scontro con questa visione rigida è avvenuto soprattutto agli esordi, quando lavorava nella televisione di oltre vent’anni fa, prima dell’avvento delle piattaforme di streaming.
In quel contesto, caratterizzato da tempi di produzione serrati, nessuno era disposto ad ascoltare il punto di vista di un giovane esordiente.
Borghi ricorda la frustrazione nel leggere scene scritte male, talmente brutte da risultare quasi impossibili da recitare, non per incapacità personale ma per una totale mancanza di attenzione al prodotto.
Con il tempo e l’affermazione nel cinema, l’attore ha conquistato la libertà di aprire uno scambio costruttivo con i registi, un processo di condivisione che considera fondamentale per mettersi in discussione, pur ironizzando sul fatto di sentirsi a volte pesante da solo per quanto ama sviscerare ogni dettaglio del copione.

Il mito dell’attore per caso e il passato da stuntman
Nell’ambiente cinematografico italiano circola una narrazione singolare secondo cui molti dei più grandi interpreti contemporanei, da Claudio Santamaria a Pierfrancesco Favino fino a Luca Marinelli, avrebbero iniziato a recitare in modo del tutto fortuito.
Alessandro Borghi non sfugge a questo bizzarro destino e racconta come il suo percorso sia cominciato letteralmente fuori da una palestra, subito dopo una doccia e ancora con i segni dei cazzotti presi sul ring durante l’allenamento di pugilato.
Fu lì che una persona, diventata poi il suo storico agente, lo fermò per proporgli un provino.
All’epoca Borghi era un ragazzo estremamente timido, paralizzato dal timore del giudizio altrui e spaventato all’idea di stare davanti a una telecamera.
A salvarlo fu paradossalmente la paura di fare una brutta figura non presentandosi, unita alla necessità di quel momento: andò al provino dopo aver letto appena due pagine di scena, desiderando solo che finisse in fretta, e lasciò tutti a bocca aperta per il suo talento naturale.
Se non avesse incontrato il cinema, Borghi confessa che avrebbe voluto essere un atleta, affascinato dal sacrificio dello sport e dalla perfezione del corpo, come quella dell’alieno Usain Bolt, incrociato casualmente anni fa durante una partita di Jannik Sinner.
Prima del successo, la sua determinazione ha trovato sfogo nel mondo degli stuntman.
Sfruttando la conoscenza delle arti marziali e della boxe, veniva ingaggiato come cascatore per incassare pugni in faccia e cadere sul brecciolino senza alcuna protezione.
Questa durissima gavetta fisica si è rivelata una scuola d’oro: grazie ai grandi maestri dell’epoca, Borghi ha imparato a gestire il corpo al punto da girare quasi tutti i suoi film senza controfigure, accettando di farsi sostituire solo a cavallo sul set del capolavoro Il primo re per evitare il rischio di farsi male il primo giorno di riprese.

I trucchi delle piattaforme e la verità del nudo (senza protesi)
La conversazione si sposta sui meccanismi dell’industria dell’intrattenimento contemporanea. Cabello evoca la recente tendenza delle piattaforme di streaming di spingere gli sceneggiatori a far ripetere continuamente la trama ai personaggi ogni quindici minuti, una strategia pensata per non perdere l’attenzione di un pubblico perennemente distratto dallo smartphone.
Borghi definisce questa pratica un vero e proprio incubo narrativo, un insulto all’intelligenza dello spettatore e un’ammissione di colpa: se hai bisogno di spiegare continuamente la trama, significa che hai scritto un film di merda.
L’attore rivendica un approccio opposto, preferendo dire le cose una volta sola e lasciando allo spettatore la responsabilità di capire.
Altrettanto surreali sono le logiche algoritmiche che impongono scene di nudo entro i primi dodici minuti per far impennare gli ascolti o l’uso di elementi cromatici precisi sullo schermo per catturare lo sguardo.
A proposito di nudità, Borghi affronta con grande ironia il tema delle scene di nudo, smentendo l’uso di protesi sul set, a differenza di colleghi internazionali come Adrien Brody in The Brutalist.
Ricordando l’esperienza nei panni di Rocco Siffredi, l’attore svela un retroscena esilarante: la produzione aveva fatto realizzare una protesi fedele del pene del divo in erezione, ma poiché la regia non prevedeva inquadrature esplicite, l’oggetto è finito per diventare una clava con cui darsi colpi in testa nel backstage o un bizzarro tavolino su cui gli addetti ai lavori appoggiavano i gin tonic, prima di essere conservato nel freezer del truccatore Roberto.
Il corpo nella recitazione e l’arte delle masterclass
Il controllo della fisicità resta al centro delle masterclass che Borghi tiene regolarmente. Con gli allievi preferisce non salire in cattedra, ma avviare un vero e proprio “vampirismo energetico” bidirezionale.
Le sue lezioni si concentrano su esercizi corporei, respirazione, prosemica e movimento sulla musica, spingendo gli studenti a creare storie senza l’uso della parola, convinto che i grandi capolavori, come C’era una volta in America, resterebbero tali anche se guardati completamente muti.
Questo lavoro sul corpo è fondamentale anche per superare i blocchi nelle scene d’intimità o nei baci sul set.
Borghi spiega come sia necessario allenarsi a gestire la prosemica e l’improvvisa vicinanza fisica con uno sconosciuto per evitare imbarazzi e tragedie annunciate.
Durante il podcast, si presta persino a una dimostrazione pratica con Victoria Cabello, mostrando come un bacio cinematografico efficace nasca prima di tutto dal sapersi guadagnare la vicinanza dell’altro a favore di camera.

Valerio Mastandrea, i rifiuti a Cinecittà e il rapporto con i fan
Il percorso di Borghi è costellato di incontri importanti, come quello con Valerio Mastandrea, definito scherzosamente una persona orribile che non può fare a meno di amare senza limiti.
Mastandrea gli ha insegnato moltissimo e ha condiviso con lui le tappe cruciali della carriera. Borghi ricorda con un sorriso quando, ancora perfetto sconosciuto e imbucato ai premi David di Donatello con un abito di fortuna, guardava Mastandrea seduto fuori dall’auditorium con ben due statuette in mano.
Tra i rimpianti professionali ammette di aver perso il ruolo di Luca Marinelli in Lo chiamavano Jeeg Robot dopo aver incontrato Gabriele Mainetti, ma dichiara con onestà di non aver mai rosicato per i ruoli non ottenuti, preferendo fare autocritica ed essere consapevole dei propri limiti, rifiutando la scuola di pensiero secondo cui un bravo attore debba saper fare tutto.
E quando deve rifiutare un brutto copione? L’attore ammette di ricorrere a bugie bianche, dichiarandosi impegnato fino al 2029 pur di non ferire i registi.
Infine, l’attore racconta il suo rapporto con la popolarità. Nelle giornate peggiori esorcizza la frustrazione mandando note vocali di sfogo alla compagna Irene e ai suoi migliori amici, ma confessa che gli incontri con i fan riescono quasi sempre a migliorargli l’umore, a patto che non si tratti di pura maleducazione, come chi lo interrompe a tavola con il boccone in bocca.
Tra risate e confessioni sulla sua passione per le saune in alta montagna, l’intervista si chiude con una nota vocale scherzosa inviata insieme a Victoria a Riccardo Scamarcio, colpevole di aver “ghostato” la conduttrice.
Borghi si conferma così non solo un interprete straordinario, ma un uomo genuino e autoironico, pronto, chissà, per un futuro sbarco nella conduzione televisiva.
