Alessandro Cattelan a ruota libera: segreti, gaffe storiche e la filosofia del “pensiero felice” a De Core Podcast
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Nel panorama affollato dell’intrattenimento digitale, ci sono conversazioni che riescono a squarciare il velo della formalità televisiva per restituire l’autenticità nuda e cruda dei protagonisti. È esattamente quanto accaduto nella centosessantunesima puntata di De Core Podcast, il celebre show condotto con travolgente ironia da Alessandro Pieravanti e Danilo da Fiumicino. Ospite d’eccezione sul palco dei Magazzini Generali è stato Alessandro Cattelan, uno dei volti più iconici, poliedrici e amati della televisione e della radiofonia italiana contemporanea.
Il format, che per definizione esplora tutto ciò che fa stare bene, dalla musica ai ricordi d’infanzia, si è trasformato in un palcoscenico di confessioni intime, aneddoti esilaranti e riflessioni profonde sul futuro della comunicazione.
Il battesimo dello spettacolo e quel primo “voto politico” a sette anni
La chiacchierata prende il via esplorando le origini del mito di “Sandrino”, un diminutivo che Cattelan ha confessato di aver inizialmente detestato, ma che oggi ha pienamente abbracciato, al punto da utilizzarlo ironicamente parlando di se stesso in terza persona.
I conduttori, con il loro inconfondibile piglio pop e popolare, rompono subito il ghiaccio confrontando i quartieri alti di Milano con la veracità di Fiumicino, creando un parallelo tra la timidezza giovanile di fronte alle grandi icone e il percorso che porta un professionista a sedersi sullo scranno più alto dei media nazionali.
Scavando nei meandri del passato, emerge un dettaglio biografico memorabile, parzialmente custodito dalle pagine di Wikipedia ma arricchito da dettagli inediti.
Nel 1987, alla tenera età di sette anni, un giovanissimo Alessandro Cattelan fa il suo esordio assoluto nel mondo dello spettacolo, non come interprete ma come giurato d’eccezione nella terza edizione dello Zecchino d’Oro.
Dietro quella partecipazione non c’erano spinte di agenzie o ambizioni precoci, bensì un banalissimo baratto materiale nato da un annuncio sul Corriere dei Piccoli.
La rivista prometteva una cesta colma di giocattoli per i bambini che avessero inviato il tagliando d’iscrizione, un patto che Cattelan definisce perfetto.
Dopo aver tormentato la madre affinché spedisse il coupon, il piccolo Sandrino si ritrova catapultato negli studi televisivi, dove riesce ad accaparrarsi l’agognato gioco da tavolo dei Master of the Universe.
È proprio durante le votazioni che si consuma quello che lo stesso conduttore definisce scherzosamente il suo primo germe politico.
La finale vedeva contrapposti una bambina russa straordinariamente dotata, interprete di un brano sull’inclusione universale intitolato Mille voci una voce, e un bambino italiano decisamente più mediocre che cantava una canzone dedicata ad Annibale.
Cedendo a un istinto di puro e primitivo patriottismo nazionale, Cattelan ammette di aver penalizzato la giovanissima artista russa per assegnare la vittoria al compatriota, un aneddoto che oggi rilegge col sorriso, scusandosi pubblicamente con l’ormai adulta interprete straniera per quell’ingiustizia dettata dall’infanzia.

I fantasmi di Tortona e i materassi spogli di Milano
Il viaggio nei ricordi d’infanzia si sposta a Tortona, la città natale che ha fatto da sfondo ai primi passi del conduttore. Chiudendo gli occhi, il primo ricordo che riaffiora alla mente di Cattelan è legato a Wilson, il matto del paese, una figura caratteristica degli anni Ottanta che raccoglieva scatoloni di cartone fuori dai negozi e terrorizzava involontariamente i bambini del quartiere.
La paura di essere rincorsi da Wilson si intreccia con i racconti dei travestimenti di Carnevale dell’epoca, ben lontani dalle performance iper-curate delle feste contemporanee di Halloween.
Cattelan ricorda con precisione il giorno in cui indossò il costume dell’Uomo Tigre, caratterizzato da una maschera di plastica dura e tagliente che, al termine dei festeggiamenti, lo lasciò letteralmente sfregiato sul viso, come se avesse lottato con un felino vero.
A vent’anni si consuma il grande salto verso Milano, una città che inizialmente rappresentava esclusivamente il perno del dovere e della fatica.
I primi dodici anni nella metropoli lombarda sono stati segnati da uno stile di vita spartano e frenetico. Cattelan confessa di aver vissuto a lungo in un appartamento quasi completamente vuoto, privo di mobili, dove l’arredamento si riduceva a un semplice materasso buttato sul pavimento di un soppalco e a un baule destinato a contenere i vestiti.
Senza lavatrice e senza alcuna propensione a cucinare tra le mura domestiche, il giovane conduttore passava le serate tra i locali milanesi, sfruttando l’onda del successo televisivo nascente che gli spalancava le porte della movida.
Il fine settimana scattava puntualmente il rito del rientro a Tortona, un ritorno alle origini motivato dal bisogno di ritrovare gli amici storici ma anche da una tenera abitudine familiare.
Cattelan portava con sé un sacco colmo di indumenti sporchi da consegnare alla madre, autoconvincendosi, con una buona dose di ironia, che quel gesto servisse ad alleviare il trauma materno del nido vuoto, facendola sentire ancora utile e centrale nella vita del figlio.
Questo stile di vita disordinato e fanciullesco ha trovato un freno definitivo solo con l’incontro con la donna che sarebbe diventata sua moglie, capace di addomesticarlo e civilizzarlo, e soprattutto con la nascita della primogenita Nina nel 2012, momento esatto in cui Milano ha smesso di essere solo una sede di lavoro ed è diventata a tutti gli effetti la sua vera città.
L’anatomia dei media: il cortocircuito tra TV, radio e podcast
L’intervista affronta successivamente una delle riflessioni più lucide e stimolanti della puntata, focalizzandosi sullo stato di salute e sul futuro dei moderni mezzi di comunicazione.
Cattelan, che vanta una profonda esperienza in ogni singolo settore dell’intrattenimento, analizza impietosamente i limiti e i pregi di televisione, radio e podcasting.
Il principale problema della televisione italiana contemporanea non risiede nella qualità intrinseca delle idee o nella mancanza di professionalità, bensì in una drammatica necessità economica che costringe i network ad allungare a dismisura la durata dei programmi.
Se all’estero un format di successo si consuma nello spazio di un’ora, in Italia lo stesso contenuto deve essere dilatato fino a raggiungere le tre ore di diretta per poter ammortizzare i costi di produzione, saturando i palinsesti e logorando la tenuta narrativa dello spettacolo.
Anche la radio, il canale che Cattelan dichiara di preferire dal punto di vista emotivo e professionale, mostra il fianco a critiche strutturali, in particolare per la gestione dell’industria discografica.
A differenza del modello statunitense, dove i singoli conduttori godono della libertà di selezionare e proporre brani meno noti scoperti all’interno degli album, il sistema italiano è rigidamente schiacciato sulle decisioni delle major discografiche.
Le radio si ritrovano così a trasmettere a rotazione continua le medesime trenta canzoni del momento, uniformando l’offerta musicale e annullando l’identità delle diverse emittenti, costringendo l’ascoltatore a legarsi esclusivamente alla simpatia del conduttore piuttosto che alla proposta editoriale.

In questo scenario di rigidità strutturale, il podcast emerge come lo strumento più democratico, autonomo e flessibile del panorama contemporaneo.
Cattelan spiega che la decisione di lanciare un proprio progetto indipendente è nata proprio dalla volontà di spezzare le catene dei palinsesti stagionali della seconda serata televisiva.
Programmi di enorme successo lo costringevano a lunghi mesi di assenza dallo schermo, provocando il rammarico di perdere ospiti internazionali eccezionali che si trovavano in Italia proprio nei periodi di pausa televisiva.
Il podcast ha risposto a questo cortocircuito, offrendo la libertà assoluta di decidere quando andare in onda e chi intervistare. Tuttavia, il conduttore non nasconde una sottile nostalgia per i tempi d’oro trascorsi nei network satellitari, descritti come veri e proprio parchi giochi economici che permettevano di realizzare follie produttive indimenticabili, come lanciare calciatori dentro bolle giganti o portare supermodelle internazionali a mangiare nei chioschi a bordo di tram storici affittati per l’occasione.
L’arte di gestire gli ospiti: tra silenzi imbarazzanti e attacchi di panico
Un conduttore di successo si misura soprattutto dalla sua capacità di gestire l’imprevisto e di calibrare l’intervista in base alla psicologia della persona che ha di fronte.
Cattelan traccia un quadro spietato ma divertentissimo delle diverse tipologie di ospiti, a partire da quelli che definisce i muti. Ci sono personaggi che parlano pochissimo ma incutono un timore reverenziale tale da paralizzare il presentatore, come nel caso di Andrea Pirlo.
Di fronte a icone di questo calibro, la strategia consiste nel preparare una quantità industriale di domande a raffica, consapevole che ogni risposta non supererà i trenta secondi di durata.
Esistono poi ospiti silenziosi ma adorabilmente stralunati, come Marco Mengoni nei primi anni della sua straordinaria carriera. In quel caso, la timidezza dell’artista diventava un eccezionale motore comico.
Cattelan rivela che il segreto consisteva nel non forzare la mano, accettando il silenzio imbarazzante e fissando l’ospite negli occhi senza parlare, creando una situazione surreale capace di scatenare l’ilarità spontanea del pubblico in studio.
È la grande lezione appresa dai maestri della televisione americana, primo fra tutti David Letterman, che seppe trasformare una celebre e bizzarra intervista muta in uno dei momenti più iconici e storici della televisione mondiale.
Non mancano i ricordi legati a interviste complicate ma entusiasmanti, come quella con Margherita Buy, un’artista straordinaria che non nascondeva affatto il proprio disagio e il desiderio di trovarsi ovunque tranne che in uno studio televisivo.
La chiave per scardinare quella freddezza è stata l’onestà intellettuale: dichiarare apertamente in diretta la percezione di quella svogliatezza ha permesso di ironizzare sul momento, trasformando un potenziale disastro in un momento di grande complicità.
Infine, il conduttore ha rievocato uno dei momenti più drammatici e indicibili della sua carriera a TRL, quando un violentissimo attacco di mal di pancia lo colse in diretta mentre l’ospite internazionale Duncan James dei Blue non era ancora pronto a salire sul palco.
Tra sudori freddi e cartelli letti a velocità supersonica, Cattelan confessa di aver letteralmente travolto l’artista per correre verso i servizi igienici, cantando la canzone della band dall’interno del bagno per calcolare i minuti rimanenti prima del suo rientro in onda.
Il “Premio Cattelan” e la ricetta per sconfiggere l’ansia
Nonostante l’enorme mole di progetti che lo vede costantemente protagonista, Alessandro Cattelan rifiuta categoricamente l’etichetta di stacanovista.
Al contrario, nell’ambiente radiotelevisivo è celebre il “Premio Cattelan”, un riconoscimento ironico assegnato al primo collaboratore che riesce ad abbandonare gli studi un secondo dopo la chiusura del microfono.
Il conduttore ammette di fare spesso l’ultimo intervento della giornata indossando già il giubbotto e il casco da moto, pronto a scappare verso la quiete domestica e il divano di casa.
La sua rincorsa verso il tempo libero si riflette nella gestione delle vacanze estive, programmate meticolosamente per coincidere con la chiusura delle scuole delle figlie e vissute intensamente fino a settembre senza alcuna intenzione di riempire l’agenda con impegni lavorativi improvvisati.
La routine quotidiana scorre solida tra la sveglia alle sette e un quarto del mattino e una rigida ma bizzarra divisione dei ruoli familiari gestita dall’umore della moglie.
Cattelan racconta che ogni mattina si consuma un’estrazione al buio tra l’accompagnare i figli a scuola o il portare a passeggio i cani, con la radicata e ironica consapevolezza che nel cuore della consorte gli animali occupino una posizione gerarchica nettamente superiore a quella dei restanti membri del nucleo familiare.
La splendida intervista si chiude toccando le corde del sonno e della gestione delle ansie quotidiane. Interrogato dai conduttori sul suo personale pensiero felice, lo strumento psicologico utilizzato per far svanire le tensioni accumulate prima di addormentarsi, Cattelan offre una lezione di pragmatismo memorabile.
Il suo segreto non risiede nell’evocare immagini idilliache o spiagge tropicali, bensì nell’applicare la tecnica dello scenario peggiore. Di fronte a un problema lavorativo o a una preoccupazione soffocante, il conduttore si impone di immaginare coscientemente le conseguenze più catastrofiche possibili della situazione.
Una volta visualizzato il disastro, si domanda se le cose fondamentali della vita ne usciranno distrutte o se la salute ne risulterà compromessa. Constatato che la risposta è quasi sempre negativa, subentra la rassicurante filosofia del “si rifà”, la certezza che con una martellata di qua e una martellata di là, a partire dal mattino seguente, ogni problema possa essere sistemato con il giusto lavoro, restituendo al cielo la serenità necessaria per accogliere il sonno.
