Alessio Boni e la “follia” di Don Chisciotte: tra grandi icone e il coraggio del cinema indipendente
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Alessio Boni si racconta nel salotto di Francesca Fialdini, Da noi… a ruota libera, raccontando il suo viaggio nei panni del cavaliere errante di Cervantes e la sua personalissima ricerca dell’anima dietro i grandi volti della storia italiana.
L’attore, fresco di un prestigioso riconoscimento alla Biennale di Milano, ha condiviso riflessioni profonde sulla fragilità umana, aneddoti del set e il suo viscerale legame con la cultura del nostro Paese.
Il ritorno del cavaliere: la “bambinitudine” di Don Chisciotte
Non è il classico cavaliere dalle armature scintillanti quello che Alessio Boni porta sul grande schermo. Il suo Don Quixote della Mancia è un cavaliere errante che non ne azzecca una, costantemente sconfitto, ma capace di vincere la sfida più importante: quella di rimanere in eterno.
Boni descrive il personaggio come l’esplosione di una “bambinitudine” , il desiderio di un uomo di essere finalmente ciò che sente di essere, oltre le logiche del potere e del denaro.
Il film, nato da una produzione indipendente (Babyfilm) guidata da Fabio Segatori e Paola Columba, è frutto di una vera sfida artigianale.
Dopo aver portato il personaggio a teatro per quattro anni con oltre 200 repliche, Boni ha accettato di trasferire questa “follia” al cinema.
Le riprese sono state dure, effettuate tra i calanchi senza le comodità tipiche dei grandi set, con l’attore stesso impegnato ad aiutare i tecnici a trasportare l’attrezzatura.

L’eredità dei grandi: da Walter Chiari a Vittorio Gassman
Durante l’intervista, Boni ha ripercorso la difficoltà di interpretare icone reali della nostra cultura. Se per personaggi come Caravaggio o Puccini l’attore può lavorare di immaginazione, poiché non esistono testimonianze dirette del loro modo di parlare, la sfida con Walter Chiari è stata molto più complessa dato che il pubblico ne conserva una memoria vivissima.
“Avevo paura un po’ del confronto. Tutte le sere mi scivolava come un’anguilla unta”, ha confessato Boni, ricordando la pressione di dover rievocare, e non semplicemente imitare, un mito del jet set mondiale.
Grazie alla collaborazione con il figlio di Walter, Simone Chiari, l’attore è riuscito a scovare la fragilità dietro la maschera comica, celebrando quel genio capace di trasformare uno spunto casuale nel leggendario monologo del “Sarchiapone”.
Il rifiuto di Hollywood e l’amore per l’Italia
Incalzato sulla sua scelta di non tentare stabilmente la carriera negli Stati Uniti nonostante il successo internazionale di opere come La meglio gioventù, Boni ha risposto con estrema onestà.
L’attore ha spiegato di aver detto di no ai cliché perché all’estero gli proponevano spesso il solito “italianetto” destinato a fare il latin lover con poche battute a disposizione.
Per lui la priorità è sempre stata la qualità del personaggio e della sceneggiatura: ha preferito interpretare figure complesse come il principe Andrea Bolkonskij o Caravaggio in Italia, piuttosto che accettare ruoli bidimensionali a Hollywood solo per inseguire uno “status symbol”.
Infine, ha ribadito il suo profondo attaccamento alle radici, dichiarando con orgoglio di sentirsi fortunato per essere nato qui e di amare profondamente la propria nazione.

Un finale tra ironia e realtà
Non è mancato un momento di grande ironia quando Alessio Boni, omaggiando Vittorio Gassman — celebre per aver letto il menù con tono epico — si è prestato a leggere le sue “analisi del sangue” post-pranzo di Pasqua.
Tra una glicemia a 210 e un colesterolo a 700 , l’attore ha strappato risate al pubblico, dimostrando che la grandezza di un artista risiede anche nella capacità di non prendersi troppo sul serio.
L’intervista si è conclusa con un appello accorato: sostenere il cinema indipendente e tornare in sala per sognare ancora con il folle e nobile Don Chisciotte.
