Anna Foglietta tra Napoli, la terapia e il riscatto dell’anima
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Esistono legami dell’anima che scavalcano i confini della nascita anagrafica e s’insinuano nell’identità profonda di un artista. Per Anna Foglietta questo cordone ombelicale appartiene a Napoli, una terra che definisce a tutti gli effetti la sua seconda casa, una città in cui si sente integralmente se stessa. Durante una toccante e incisiva tappa partenopea dello Story Tour, all’interno del format “Dicono di te” condotto dal giornalista Malcom Pagani, l’attrice romana ha spalancato le porte della propria interiorità, tracciando un ritratto umano e professionale libero da sovrastrutture, cliché e comode ipocrisie.

L’eredità del dolore e la liberazione attraverso la terapia
Il rapporto tra Anna Foglietta e la città di Partenope non è sempre stato caratterizzato dalla serena bellezza del mare di Mergellina o dalla magia dell’alba a Castel dell’Ovo.
Per lunghissimo tempo, varcare il confine campano significava immergersi in una densa malinconia fatta di lacrime e angoscia trattenuta.
Una reazione apparentemente inspiegabile per una ragazza cresciuta a Roma, ma le cui radici affondano nei racconti viscerali della madre, nata a Napoli nel 1941, nel pieno di una Seconda Guerra Mondiale fatta di macerie, sopraffazioni, fame e abusi indescrivibili.
Senza filtri psicoanalitici né strumenti pedagogici idonei a proteggere la figlia, la madre ha riversato su di lei quelle memorie traumatiche con una narrazione ininterrotta e pervasiva.
L’attrice, assorbendo quei racconti come un panno spugnoso, ha finito per fare propri quei drammi non vissuti sulla propria pelle, sperimentando un fenomeno noto in psicologia come trauma transgenerazionale.
La svolta decisiva è arrivata soltanto tra le mura dello studio della sua psicoterapeuta, che con una frase illuminante le ha restituito la giusta prospettiva: quella non era la sua storia, non le apparteneva e non doveva continuare a definirne il presente.
Comprendere e attraversare il dolore, senza soffocarlo né anestetizzarlo, è stato il primo vero atto di rigenerazione personale per l’artista.
In una società che rincorre spasmodicamente una felicità edulcorata, Foglietta definisce la sofferenza come la dimensione più democratica dell’esistenza umana, l’unica capace di forgiare la consapevolezza e trasformarsi in una straordinaria linfa per la crescita individuale.
Le nevrosi del set, la restituzione e gli attacchi di panico
Se il doloroso passato materno ha condizionato la giovinezza dell’attrice, le origini semplici di una famiglia d’estrazione borghese hanno influenzato a lungo il suo approccio al mondo dello spettacolo.
Quando tra i ventitré e i ventisei anni l’attrice ha iniziato a guadagnare le prime cifre importanti lavorando sul set della celebre serie “La squadra”, la facilità con cui arrivava il denaro ha generato in lei un profondo e inatteso senso di colpa.
A casa Foglietta il guadagno era sempre stato sinonimo di sacrificio immenso, di maniche rimboccate e fatica quotidiana, con la madre impegnata nelle pulizie e il padre impiegato comunale.
Per compensare quella che percepiva quasi come un’ingiustizia, la giovanissima artista ha sviluppato una sorta di nevrosi della restituzione.
Tornava a casa stipata di regali per la madre, il padre, la zia e i fratelli, accumulando doni al solo scopo di placare quel disagio interiore. Contemporaneamente, il blocco emotivo e la difficoltà di comunicare le proprie fragilità all’interno di un contesto familiare abituato a reagire stoicamente a ogni avversità hanno provocato la comparsa di violenti attacchi di panico.

Un male affrontato in totale solitudine, con la vergogna e il pudore di chi non voleva deludere le aspettative dei propri cari.
Anche l’esperienza lavorativa sui set cinematografici ha rivelato aspetti complessi e a tratti alienanti. La lentezza snervante della macchina da presa, l’estenuante alternarsi tra stasi e picchi emotivi e l’ipercinesi che contraddistingue il suo temperamento hanno reso la dimensione della ripresa un territorio di continua sfida.
A differenza del teatro, dove l’attore possiede il controllo quasi assoluto della battuta e dell’intenzione emotiva, il cinema consegna la prestazione alle mani e alla sensibilità del regista.
Rivedersi sul grande schermo, ammette con sottile autoironia Foglietta, le provoca ancora oggi una contrattura muscolare, motivo per cui preferisce vivere il momento creativo e non guardare indietro.
Il coraggio di disturbare: contro la dittatura del cinema ruffiano
Il dialogo con Malcom Pagani ha toccato corde profondamente critiche nei confronti dell’attuale panorama culturale e cinematografico italiano.
Con encomiabile franchezza, Anna Foglietta ha scagliato un’affilata invettiva contro la tendenza dilagante a produrre un cinema ruffiano, costantemente proiettato verso il compiacimento di un pubblico che si ipotizza desideroso di sole certezze e rassicurazioni.
Secondo l’attrice, esiste un preciso calcolo editoriale volto a narcotizzare lo spettatore, evitando accuratamente di sollevare interrogativi scomodi, ferite aperte o riflessioni sul reale.
La vera arte cinematografica, al contrario, necessita del coraggio dell’imperfezione e dello scompiglio interiore. Quando un’opera estera provenienti da cinematografie nordiche o sudamericane osa mostrare la ruvidezza, i silenzi drammatici o la miseria morale dell’essere umano, il pubblico risponde riempiendo le sale ed evidenziando come la richiesta di senso sia in realtà vivissima.
L’artista non deve chiedere il permesso per sconfinare o disturbare; il suo compito etico e civile è quello di agire da sentinella della realtà, rifiutando i cliché rassicuranti e le gabbie del conformismo di genere.
Questa esigenza autoriale e la volontà di posizionare lo sguardo in prima persona l’hanno condotta verso il suo debutto alla regia cinematografica.
Un passo percepito come un atto d’amore e generosità assoluta: la creazione di un’opera destinata a sopravvivere al tempo e a lasciare un’impronta indelebile nel panorama culturale.
Un miracolo d’amore firmato Facebook
Tra le sfaccettature più romantiche e sorprendenti del percorso esistenziale dell’attrice spicca la genesi del suo matrimonio. Ai tempi del liceo, Anna e il suo attuale marito condividevano gli stessi banchi e i medesimi spazi, ignorandosi quasi completamente per cinque lunghi anni o limitandosi ad annusarsi da lontano senza mai trovare il coraggio di rivelare un’attrazione ancora troppo acerba per sbocciare.
Ci sono voluti ben diciassette anni, un fortuito incontro a una reunion scolastica tra ex compagni di classe e un messaggio privato inviato su Facebook per fare esplodere quel sentimento sopito.
In un momento storico in cui Foglietta stava riemergendo a fatica dalle macerie di una relazione tossica, l’arrivo dell’ex compagno di scuola ha rappresentato la svolta: un amore solido, autentico e maturo da cui sono nati tre splendidi figli e che da oltre quindici anni continua a rinnovarsi a dispetto dello scorrere del tempo.
Senza cedere alla retorica della nostalgia per il passato privo di tecnologia, l’attrice riconosce la bellezza delle opportunità inaspettate che gli strumenti digitali sanno offrire quando usati con intelligenza.
La sua storia dimostra che le vite non possono mai essere incasellate preventivamente e che ogni bilancio va sospeso fino al traguardo finale.
Alimentare il talento, riconoscere l’eccellenza non addomesticata negli altri e nei propri figli e mantenere viva la capacità di emozionarsi rimangono le uniche bussole per navigare con fierezza la complessità dell’esistenza.

