Antonello Piroso: “Mio padre, la violenza e quel senso di colpa che non mi abbandona”
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L’ospite di Nunzia De Girolamo a Ciao Maschio, Antonello Piroso, ha affrontato un’intervista intensa, trasformando il salotto televisivo in uno spazio di riflessione profonda sulla genitorialità, il perdono e le ferite mai del tutto rimarginate.
Al centro del colloquio c’è il suo ultimo libro, “Papà, anatomia di un amore disperato”, un’opera che funge da bussola per navigare nel mare in tempesta del rapporto tra padri e figli, scavando a fondo tra silenzi, assenze e una violenza difficile da metabolizzare.
Il peso del tempo e il dramma delle RSA
Il titolo del libro racchiude l’essenza di un legame interrotto e poi faticosamente ricercato. Piroso spiega che definisce questo amore “disperato” principalmente perché è stato compreso troppo tardi.
Durante l’infanzia e l’adolescenza, il giornalista non ha avuto un vero rapporto con il genitore, trovandosi costretto ad “arrabattarsi da solo” nella vita. Solo in età adulta ha cercato un recupero, ma il tempo, spesso considerato una risorsa infinita, si è bruscamente esaurito.
La tragedia si è consumata durante il periodo più buio della storia recente: il lockdown per il Covid-19.
I suoi genitori sono scomparsi a soli quindici giorni di distanza l’uno dall’altra, tra aprile e maggio. Sebbene non siano morti a causa del virus, ma di vecchiaia, Piroso punta il dito contro una “morte di solitudine” avvenuta all’interno di una RSA.
La sua critica verso queste strutture è feroce; le definisce “residenze senza aspettative”, luoghi dove spesso i figli, schiacciati dalla carriera, dalla propria famiglia e dai ritmi frenetici della modernità, si trovano costretti a “parcheggiare” i genitori.
Il senso di colpa è un’ombra costante nel racconto di Piroso. Egli ammette apertamente di sentirsi responsabile per la fine dei suoi genitori in quella condizione di isolamento.
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Un dolore acuito dal fatto che, a causa delle restrizioni sanitarie, non è stato possibile nemmeno ricevere la benedizione di un prete per le salme, lasciando un vuoto rituale e spirituale incolmabile.
Per il giornalista, scrivere questo libro è stato un atto terapeutico, un modo per continuare a 60 anni un dialogo con un padre che non c’è più, cercando di guarire da un’assenza che è stata prima fisica e poi emotiva.
Spezzare la catena della violenza domestica
Uno dei momenti più toccanti dell’intervista riguarda il tema della violenza. Piroso non nasconde che suo padre ha usato violenza sia contro di lui che contro sua madre.
È un’eredità pesante, che spesso porta a replicare gli stessi errori. Tuttavia, Piroso ha voluto scardinare il luogo comune secondo cui “la mela non cade mai lontano dall’albero”.
Con fermezza, dichiara di non aver mai alzato le mani su suo figlio né sulla sua compagna Lucia, dimostrando che la consapevolezza del dolore subito può trasformarsi in un argine contro la brutalità.
Il perdono verso il padre è arrivato attraverso un percorso di comprensione faticoso e tardivo.
Piroso ha capito che quell’uomo non possedeva gli strumenti emotivi, quello che lui definisce il “know-how”, per esprimere i propri sentimenti, finendo per chiudersi in un silenzio impenetrabile.
Questo deficit comunicativo ha influenzato pesantemente la vita sentimentale del giornalista per decenni. Avendo patito una sensazione di abbandono, Piroso tendeva a interrompere le proprie relazioni per paura che lo facessero le sue partner, agendo d’anticipo per non restare di nuovo “alla porta”.
Solo l’incontro con Lucia, avvenuto nel momento del giusto “timing” interiore, ha permesso di rompere questo schema autodistruttivo.
La sfida di essere padre a 56 anni
La nascita di suo figlio Nicola ha rappresentato la vera svolta e la possibilità di riscatto. Diventare padre a 56 anni è stata una scelta consapevole che gli ha permesso di vivere la genitorialità con una presenza e un’attenzione che lui non aveva mai ricevuto.
Piroso sottolinea come i genitori siano i veri “influencer” dei figli: un’infanzia o un’adolescenza segnata da modelli sbagliati può compromettere il futuro di una persona per sempre.
Oggi, Piroso si impegna a essere un padre radicalmente diverso da quello descritto nel suo libro. La paternità matura gli ha dato l’opportunità di sanare i vulnus del passato, sostituendo il silenzio con il dialogo e la durezza con la partecipazione costante alla vita del figlio.
È un tentativo di dare a Nicola ciò che a lui è mancato, trasformando la “disperazione” di ieri nella responsabilità di oggi.
Orgoglio, autostima e l’arte di chiedere scusa
L’intervista si chiude con una profonda analisi del carattere e dell’orgoglio. Piroso distingue tra l’orgoglio “pessimo”, fatto di arroganza e chiusura, e quello che definisce “buono”, che coincide con l’autostima.
Egli ammette che in passato il suo carattere, influenzato in parte dalle sue radici calabre paterne, lo ha portato a scontri e arroccamenti.
Tuttavia, con la maturità ha imparato che ammettere un errore non rende più deboli, ma è una manifestazione di stima verso se stessi. Quell’orgoglio che prima lo portava a “legarsela al dito” si è trasformato nella capacità di dire “ho sbagliato”, un atto che oggi gli capita molto più frequentemente rispetto a quando aveva trent’anni.
In questa evoluzione risiede la vera guarigione di Antonello Piroso: l’uomo che ha smesso di essere vittima del proprio passato per diventare l’artefice di un presente più consapevole e umano.
