Brunori Sas a La Confessione: dalla fabbrica di mattoni al podio di Sanremo
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Dario Brunori si racconta a Peter Gomez: il successo arrivato a 30 anni, il rapporto viscerale con la Calabria, l’amore per il “popolare” e quel dialogo mai interrotto con il padre scomparso.
L’infanzia bucolica e il “ritmo lento” della Calabria
C’è un’immagine che definisce meglio di ogni altra l’essenza di Dario Brunori, in arte Brunori Sas: un bambino che, nel cuore della provincia cosentina, a Ioggi, vive un’infanzia “alla Heidi”, immerso nella natura e protetto dalle mura di una fabbrica di mattoni di famiglia.
Quella fabbrica non era solo un’azienda, ma il fulcro di una comunità di 400 anime, un microcosmo dove il giovane Dario era il “piccolino” di casa, coccolato e al contempo bersaglio delle bonarie vessazioni dei fratelli maggiori.
Durante l’intervista con Peter Gomez a La Confessione, Brunori riflette con lucidità sulla sua terra, definendo la Calabria come un luogo che ha saputo resistere, quasi per inerzia o per quella che lui chiama “vilienza”, alla frenesia del capitalismo moderno.
È una sorta di pigrizia consapevole, un rifiuto istintivo dei ritmi imposti dal consumismo che, secondo l’artista, potrebbe rappresentare paradossalmente il futuro.
Tra Siena e i sogni rock: il ripiego diventato destino
La strada verso il successo non è stata una linea retta. Dopo un tentativo fallito di entrare a Scienze della Comunicazione, Brunori si laurea in Economia e Commercio a Siena, un percorso che lui stesso definisce un “ripiego” nato dal desiderio di suonare in Toscana e dalla necessità di rassicurare un padre pragmatico e con i piedi per terra.
In quegli anni senesi, Dario si divide tra la tesi in diritto privato e turni notturni come parcheggiatore, un lavoro vissuto con uno spirito “bohémien” che gli permetteva di scrivere e immaginarsi cantautore nell’oscurità della notte.
Tuttavia, è un evento tragico a segnare la vera svolta: la morte improvvisa del padre nel 2007.
A trent’anni, Dario torna in Calabria per prendere le redini dell’azienda di famiglia, la Brunori Sas. È in questo momento di “shock addizionale” che la musica smette di essere un gioco.
Lo pseudonimo stesso diventa un tributo a quel mondo di cemento e muratori, un modo per esorcizzare il lutto e, allo stesso tempo, per decidere finalmente di fare sul serio con le canzoni.
Sanremo e l’estetica del “popolare”
Il percorso di Brunori lo ha portato dai piccoli palchi dell’indie italiano – un termine che oggi definisce quasi con sospetto, vedendolo trasformato nel nuovo mainstream – fino alla consacrazione nazionale.
Nel 2025, il terzo posto al Festival di Sanremo con “L’Albero delle Noci” ha confermato la sua capacità di parlare al cuore della gente. Per Dario, Sanremo non è solo una vetrina, ma un rito collettivo che unisce l’Italia, un evento “nazional-popolare” che conserva la magia del debutto dal vivo.
Proprio sul tema del popolare, Brunori dimostra un’apertura rara per un cantautore della sua estrazione. Commentando il successo di brani come “Per sempre sì” di Sal Da Vinci, l’artista difende la dignità della musica che arriva al centro della questione senza troppi sofismi.
Rifiuta lo snobismo delle élite, preferendo analizzare il motivo per cui un dodicenne calabrese si riconosca in un testo neomelodico piuttosto che in un rapper americano.
Politica, fede e scaramanzia: il ritratto di un uomo libero
Brunori non si sottrae alle domande sulla politica, dichiarandosi apertamente di sinistra ma ammettendo la crisi di passione che investe le nuove generazioni.
Critica la mancanza di “emozione” nella politica attuale e osserva con un pizzico di ironia le figure di leader come Matteo Renzi (che lo citò erroneamente nel 2017) o Elly Schlein, di cui condivide le idee ma ne percepisce la distanza dal sentire delle periferie.
L’intervista tocca anche corde intime, tra il ricordo degli altarini mariani costruiti dalla madre a maggio e gli aneddoti più leggeri, come la bestemmia scappata in diretta radiofonica con gli amici Zen Circus o lo scambio di persona con il Maestro Vessicchio a opera di Tony Effe.
Il finale è una confessione d’amore filiale. Rivolgendosi al padre, Dario ammette che ogni passo avanti, ogni successo, è un modo per dire: “Vedi babbo, in qualche modo ce l’ho fatta”.
È la chiusura di un cerchio perfetto tra l’uomo che masticava cemento e l’artista che oggi commuove l’Italia.
