Chiara Balistreri e l’incubo senza fine: l’ex torna libero e lei viene denunciata per diffamazione
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Il risveglio di Chiara Balistreri non è stato segnato dalla speranza, ma da una telefonata della Polizia di Bologna che ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate. La notizia è di quelle che lasciano senza fiato: Gabriel Constantin, l’uomo che per cinque anni l’ha colpita con inaudita violenza e per cui è quasi morta, tra soli due giorni lascerà il carcere per tornare agli arresti domiciliari.
Nonostante una condanna e un passato caratterizzato da fughe e aggressività, il sistema giudiziario ha deciso di concedergli una seconda possibilità, scatenando la rabbia e il terrore di chi, in quella stessa casa dove lui sta per tornare, ha vissuto l’orrore.
La decisione appare ancora più paradossale se si considera il profilo del detenuto descritto da Chiara.
Gabriel non è solo un uomo che ha abusato di lei, ma un individuo che ha già dimostrato di non avere alcun rispetto per le prescrizioni dell’autorità giudiziaria, essendo scappato in passato proprio dagli arresti domiciliari.
Anche durante la permanenza in carcere, la sua condotta è stata tutt’altro che riabilitativa: è stato coinvolto in una rissa di ampie proporzioni e ha brutalmente aggredito un compagno di cella, arrivando a rompergli la mascella e costringendolo a un intervento chirurgico.
Eppure, nonostante questi precedenti di violenza reiterata e mancata disciplina, tre giudici donna hanno firmato il provvedimento per il suo rilascio.
Chiara esprime un disgusto profondo verso uno Stato che sembra premiare i carnefici e abbandonare le vittime al proprio destino.
Gabriel tornerà nell’abitazione di sua madre, la stessa donna che, secondo il racconto di Chiara, lo ha aiutato durante la latitanza e che continua a sostenerlo economicamente per le spese legali.
In quella casa, dove sono presenti anche due bambine minorenni, l’ombra del pericolo torna a farsi concreta.
La vittima rifiuta categoricamente l’idea che un semplice dispositivo elettronico possa garantirle la sicurezza, ritenendo che se dovesse succederle qualcosa, la responsabilità ricadrebbe interamente su chi ha preso questa decisione scellerata.

Come se non bastasse il terrore per l’imminente scarcerazione, Chiara si trova a dover affrontare un’altra assurdità giuridica: è stata denunciata dal suo stesso carnefice per diffamazione.
Dopo aver ricevuto la notizia del suo ritorno a casa, la giovane si è dovuta recare in questura non per ricevere protezione, ma per vedersi notificare un atto legale mosso proprio dall’uomo che l’ha perseguitata.
Chiara si domanda polemicamente se raccontare la verità sulla propria sofferenza e denunciare le falle di una legge che non tutela le donne possa essere considerato un reato.
Il senso di sconfitta è totale.
Chiara Balistreri sottolinea come l’Italia sembri essere l’unico paese in cui una vittima può essere perseguita legalmente dal proprio aggressore mentre quest’ultimo ottiene benefici nonostante la sua pericolosità.
La sensazione di impotenza è acuita dal confronto tra il rigore della legge verso chi sbaglia per esasperazione e la clemenza verso chi delinque abitualmente.
Chiara è convinta che, se lei dovesse perdere la testa o reagire in una situazione di pericolo, il carcere per lei sarebbe immediato e senza sconti, a differenza di quanto accade per il suo ex.
Questa vicenda solleva interrogativi inquietanti sul valore che lo Stato attribuisce alla vita e alla sicurezza delle donne che trovano il coraggio di denunciare.
Ogni giorno Chiara riceve messaggi di altre donne che chiedono aiuto o consigli, ma oggi la sua risposta è intrisa di amarezza: quel briciolo di giustizia che faticosamente aveva ottenuto le è stato sottratto.
Resta un grido di dolore contro un sistema che sembra usare le denunce delle vittime come carta igienica, mentre garantisce tutele a chi ha fatto della violenza il proprio codice di condotta.
