Chiara Tagliaferri, in “Arkansas, storia di mia figlia” il racconto della nascita di Lula attraverso la GPA
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La maternità declinata in tutte le sue forme è stato il filo conduttore della puntata di Storie al Bivio di Sera andata in onda in prima serata su Rai2, martedì 21 luglio. Tra le ospiti con cui ha dialogato la padrona di casa Monica Setta, Chiara Tagliaferri, scrittrice e autrice di “Arkansas, storia di mia figlia”, un libro che sta scalando le classifiche che è il racconto del percorso che ha portato Chiara alla Gestazione Per Altri (GPA) intrapreso insieme al marito, lo scrittore, conduttore radiofonico nonché Premio Strega 2014, Nicola Lagioia, per avere Lula, la loro bambina.
Un racconto che comincia con il periodo di tentativi rivelatisi infruttuosi mediante la fecondazione assistita e degli strascichi emotivi che tali prove hanno lasciato. E’ la storia di un desiderio fortissimo di maternità fino alla GPA. Si tratta ti una alleanza tra donne, colei che presta l’ovocita, colei che porta materialmente in grembo il feto e poi coloro che assumeranno la genitorialità del nascituro, una mamma e un papà.
La scrittrice ha raccontato all’inizio del suo intervento la gioia di tenere la sua bimba tra le braccia e il suo essersi sentita sempre sua madre: “Arrivare a Lula è stata una storia complessa, avventurosa, straordinaria – ha spiegato Chiara- e quando finalmente ho tenuto Lula tra le mie braccia, partorita da un’altra donna, grazie agli ovuli di una donatrice, lei era un fagottino avvolta in una coperta come quelle che si vedono nei film americani. Lula aveva una cuffietta in testa, io avevo una treccia, ho usato la punta della mia treccia per sfiorarle il nasino e sono scoppiata a ridere, in quel momento ho compreso di essere stata sempre sua madre. Una gestazione normale dura 9 mesi, la mia è durata 84 mesi perché se si moltiplicano 12 mesi per i 7 anni fa 84, sono tanti, sono stati anni anche faticosi, ma ne è valsa la pena”
Chiara Tagliaferri, dall’incontro con Nicola Lagioia al desiderio di maternità
Ma facciamo un passo indietro per raccontare come si è arrivati alla nascita di Lula: Chiara incontra Nicola Lagioia a 38 anni, nasce un sentimento, i due si fidanzano, vanno a vivere insieme e decidono di sposarsi, per la scrittrice quell’uomo è il primo di cui si è innamorata.
Quell’amore totalizzante a Chiara basta fino a quando non compare la voglia di maternità: “Lo ho capito in un modo strano, grazie a dei dinosauri, sono una accumulatrice di oggetti, acquisto due di tutto, piccole cose insignificanti ma che per me hanno un significato, insomma un giorno sparisce un dinosauro, non saltava fuori ed io lo ho interpretato come un segnale di dover sopperire alla mancanza, la necessità di dover mettere al mondo qualcuno e poterlo proteggere”
Da qui parte tutto il percorso per arrivare a una gravidanza, fino a quando gli esami diagnosticano alla scrittrice una menopausa precoce. Chiara ha raccontato i tentativi effettuati con la fecondazione eterologa, ma ogni volta si moltiplicavano i farmaci che doveva assumere. “Ho provato una sensazione strana -ha spiegato Tagliaferri- cercare di avere un figlio ti fa sentire malata come se si dovessero affrontare dei cicli di cura, io ho fatto tutto quello che mi si diceva, sono stata molto determinata perché ero convinta che se avessi fatto tutto per bene avrei ottenuto ciò che desideravo”.
Tentativi che sono andati avanti fino a quando la scrittrice si è resa conto che il suo corpo le stava dicendo basta: “A un certo punto ho guardato la mia pancia e sembrava il bersaglio delle freccette per i segni delle punture che erano presenti. Ogni volta le dottoresse dicevano a me e Nicola che avevamo l’80% di riuscita, ma poi non si sa per quali motivi scivolavamo nel restante 20%. A un certo punto mi sono resa conto che stavo scivolando via anche dal mio corpo essendo queste cure molto invasive e faticose fisicamente, sono cure che fanno prendere peso invece io lo perdevo, era il corpo che mi diceva basta”
La decisione di affidarsi alla GPA su consiglio di Michela Murgia
Chiara ha raccontato che nonostante suo marito fosse stato sempre presente in tutte le fasi del percorso per rimanere incinta lei a un certo punto si sia sentita sola in quanto a suo avviso è il corpo della donna che attraversa il fallimento. E’ in quel momento che la scrittrice parlando con la sua grande amica Michela Murgia con cui conduceva il podcast Morgana, un invito alla sorellanza, ha preso in considerazione la possibilità di affidarsi alla GPA.
“Michela si è presa cura di me come una mamma– ha spiegato Chiara – io scrivevo e lei mi stava vicina, mi preparava del cibo, mi confortava. D’altronde lei è stata colei che ha introdotto in Italia ‘la famiglia di volontà’, l’opportunità di essere madri di figli d’anima, di figli che ti scelgono e che tu scegli, e io facevo parte della sua famiglia”.
Una volta decisa la strada da intraprendere, Chiara e Nicola hanno valutato che gli Stati Uniti fossero il Paese più idoneo dove avviare la pratica: “Quando io e Nicola abbiamo deciso di affidarci alla GPA abbiamo valutato che l’unico posto dove saremmo stati tutelati erano gli Stati Uniti perché c’era una normativa che la prevedeva e la tutelava. Soprattutto erano tutelati i corpi della donatrice e della gestante, che negli Usa devono dimostrare di avere uno o più figli, una situazione lavorativa stabile, una casa, una famiglia, non devono per forza essere sposate ma dimostrare di potersi sostenere e avere una comunità che le sostiene. Devono essere persone dall’equilibrio psico-fisico ottimale che decidono spontaneamente di prestarsi senza pericolo che dietro possa esserci qualsiasi forma di sfruttamento”.
I mesi di gestazione senza la pancia
I mesi di gestazione a distanza e senza la pancia sono stati bellissimi anche grazie al rapporto che si è creato con Daisy, la gestante: “Sono stati mesi belli perché è stato straordinario il rapporto che si è instaurato dal primo minuto tra me e Daisy, la gestante che abita in Arkansas, lontanissima da noi. Tra l’altro tutto questo è accaduto anche durante la pandemia di COVID, noi non potevamo volare in America, non potevamo abbracciare Daisy fisicamente, i primi incontri si sono tenuti via Skype quindi apparentemente qualcosa di molto freddo, semplicemente una telecamera che si accende”
Chiara ricorda perfettamente il primo incontro a distanza con Daisy,ha costretto Nicola a indossare la giacca: “Io ricordo il nostro primo incontro, qui era il crepuscolo e lì era l’ora della colazione, Daisy e sua figlia avevano appena terminato colazione, io avevo anche costretto Nicola a indossare una giacca, nonostante fossimo in casa e lui fosse nel suo studio. Io mi ero truccata, avevo anche comprato dei fiori li avevo messi al lato nella stanza per non far vedere che erano stati comprati apposta, nonostante tutto avevo sempre la percezione fredda del dolore e della fatica che ci avevano portati fino a lì”
La cucina di Daisy era allegrissima e coloratissima: “Dall’altra parte dell’Oceano la cucina di Daisy era un casino, era allegrissima, era piena di colori. La figlia di Daisy era emozionata perché lei le aveva detto che avrebbe visto i genitori della bimba che avrebbe portato in grembo. Improvvisamente quei colori di quella cucina hanno colorato anche il mio animo e quando ho visto Daisy negli occhi ho capito che insieme avremmo potuto fare qualcosa di straordinario”.
Dopo l’impianto Chiara ha adottato un metodo particolare per sentire un po’ di Lula dentro di se: “Mi ricordo che quando Daisy ci ha comunicato che l’impianto era andato bene al secondo tentativo, ha cominciato a inviarci settimana dopo settimana la grandezza del feto associandolo a qualcosa da mangiare, prima un’oliva poi a una noce poi qualcosa sempre più grande, io mangiavo il frutto associato e pensavo ‘ecco Lula è dentro me’ “
In tutto ciò la paura costante che potesse accadere qualcosa: “Avevo sempre paura potesse accadere qualcosa, Daisy ci rincuorava ogni giorno, ci sentivamo ogni giorno, ci sentivamo ogni giorno, così come continuiamo a sentirci tuttora dopo 2 anni e 5 mesi, abbiamo un rapporto meraviglioso. Avevo sempre paura che qualcuno ci comunicasse che fosse andato male qualcosa, ma nessuno ci ha chiamati fino a quando un mese prima della nascita di Lula abbiamo fatto le valigie, siamo andati in Arkansas e siamo tornati un mese dopo con la nostra bambina”.
Il ritorno in Italia con Lula
Un ritorno in Italia avvenuto in un periodo politico complicato al termine del quale la GPA è stata dichiarata fuori legge e reato universale “Era un momento politico complicato perché la legge Varchi che da lì a poco sarebbe stata approvata anche al Senato era già stata approvata alla Camera, ed è la legge che ha fatto sì che la GPA diventasse reato universale, quindi la nascita di un bambino attraverso questo percorso è reato. L’Italia è l’unico Stato del mondo in cui è reato universale, quindi un cittadino italiano che fa questo tipo di percorso in Paesi in cui è legale è perseguibile per legge, noi no perché siamo tornati in Italia 8 mesi prima che fosse promulgata la legge”
Una legge che non è retroattiva: “Non è retroattiva quindi non rischiamo la sanzione che va da 600mila a 1milione di euro o la pena detentiva che va dai 3 mesi ai 2 anni di carcere”.
I motivi per cui Chiara ha scritto Arkansas
L’intervista si conclude con la spiegazione dei motivi per cui Arkansas è stato scritto: “Sarebbe bello che l’unica cosa che contasse fosse venire al mondo nell’amore” parole che sottoscriviamo.

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