Dua Lipa e il caso Epstein: se le parole dei Media diventano un velo per l’innocenza tradita
#image_title
Dua Lipa non è più “solo” la popstar globale che domina le classifiche. Attraverso la sua piattaforma Service95, si è trasformata in una curatrice culturale capace di sollevare interrogativi scomodi.
Recentemente, durante una conversazione intensa con l’autrice e attivista Roxane Gay, la cantante ha acceso un riflettore su un tema che scotta: la complicità involontaria (o forse no) dei media nel raccontare il caso di Jeffrey Epstein.
Le sue parole non sono state solo uno sfogo, ma una lezione di semantica applicata alla giustizia sociale.
Dua Lipa ha messo a nudo come il giornalismo mainstream abbia spesso preferito l’eufemismo alla verità cruda, finendo per rivittimizzare chi aveva già subito l’impensabile.
Il potere tossico degli eufemismi: “festini” vs “crimini”
“Continuo a pensare a tutte le storie che parlano di ragazze minorenni e di festini a sfondo sessuale, invece di scrivere delle vittime, bambine, vittime di tratta e stupri.”
In questa frase di Dua Lipa risiede il cuore della sua critica. Per anni, le cronache internazionali hanno utilizzato termini come “sex parties” o “ragazze minorenni”. Ma, come sottolineato nel podcast, queste parole agiscono come un filtro attenuante.
Un “festino” suggerisce un evento consensuale, seppur trasgressivo. La parola “ragazza” (spesso usata per indicare chi ha 12 o 13 anni) tende a erotizzare precocemente la vittima, allontanandola dalla categoria protetta dell’infanzia.
Chiamarle bambine e definire i fatti come tratta e stupro cambia radicalmente la percezione pubblica: sposta il focus dal “glamour proibito” dell’élite di Manhattan alla realtà brutale di un sistema predatorio.
Perché il linguaggio conta?
Il linguaggio non descrive solo la realtà; la modella. Se i media scelgono termini soft, l’opinione pubblica fatica a percepire la gravità del crimine.
La critica di Dua Lipa colpisce nel segno: l’uso di un vocabolario edulcorato ha servito, intenzionalmente o meno, a proteggere i nomi altisonanti coinvolti, rendendo il racconto “digeribile” anziché scandaloso.
Il “velo” della protezione: chi stiamo davvero salvando?
Dua Lipa solleva un dubbio inquietante: a chi serve questo velo di ambiguità? Ai lettori, per non turbarli eccessivamente, o ai responsabili, per evitare che l’infamia del termine “pedofilia” o “tratta” si attacchi troppo saldamente ai loro nomi?
Nel dialogo con Roxane Gay – che della narrazione del trauma ha fatto la sua missione letteraria – emerge chiaramente che la distorsione mediatica non è un errore casuale, ma un meccanismo di difesa dello status quo.
Quando i protagonisti di una vicenda sono uomini di immenso potere, i media tendono a usare un linguaggio che lascia spazio al beneficio del dubbio, trasformando crimini sistematici in “scandali pruriginosi”.
La metamorfosi di Dua Lipa: da pop icon a voce civile
È interessante notare come questa critica arrivi da una figura che i media stessi hanno spesso cercato di incasellare nel ruolo della “star glamour”. Dua Lipa, invece, usa il suo Service95 Book Club per decostruire questi meccanismi.
Insieme a Roxane Gay, l’artista ha evidenziato come la narrazione del dolore debba appartenere alle vittime e non alle esigenze di clickbait delle testate.
La tendenza a “prendere e distorcere le cose, persino nei momenti più bui”, come lei stessa afferma, è una denuncia della mancanza di empatia di un sistema informativo che preferisce il sensazionalismo alla verità etica.
Verso una nuova responsabilità editoriale
Il caso Epstein rimarrà una macchia indelebile nella storia recente, ma le parole di Dua Lipa ci ricordano che abbiamo ancora la possibilità di correggere il tiro per il futuro. La responsabilità dei media oggi è duplice:
-
Chiamare le cose con il loro nome: Senza sconti, senza eufemismi che ammiccano al lettore.
-
Rimettere le vittime al centro: Smettere di analizzare la psicologia dei carnefici per concentrarsi sulla dignità di chi è sopravvissuto.
Il “velo” di cui parla Dua Lipa deve essere squarciato. Solo attraverso un linguaggio preciso e privo di distorsioni possiamo sperare che storie come quella di Epstein non vengano più derubricate a semplici “scandali per l’élite”, ma trattate per ciò che sono: abomini che richiedono una giustizia che inizi, prima di tutto, dalle parole che usiamo.
