Emanuela Fanelli: la serie Peccato, il mito di Anna Marchesini e l’arte di prendersi in giro
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L’arte dell’assurdo e la lezione della convinzione
Interrogata all’ultimo anno di liceo da una severissima professoressa di geografia astronomica, si inventò di sana pianta una teoria inesistente sui pianeti pur di far ridere i compagni di classe, scoprendo fin da giovanissima che “se devi fare il numero, devi essere convinto”.Quell’episodio scolastico, trasformatosi nell’ormai mitica “legge di Fanelli”, racchiude l’essenza stessa di Emanuela Fanelli.
L’attrice romana, vincitrice di due David di Donatello, ha fatto dell’autoironia, dell’osservazione spietata della realtà e della capacità di smontare ogni forma di retorica il motore propulsivo della sua carriera.
In un’intensa e dissacrante conversazione con Malcom Pagani, l’artista ripercorre le tappe del suo percorso personale e professionale, presentando la sua nuova creatura televisiva e riflettendo sulle dinamiche, spesso paradossali, del mondo dello spettacolo.

“Peccato”, la commedia del fallimento e la condanna dei virgolettati
Al centro della discussione c’è Peccato, la nuova serie comedy scritta da Emanuela Fanelli insieme a Valerio Vestoso e Giulio Somazzi, in onda su HBO Max e prodotta da Be Water.
Strutturata come un falso documentario, la narrazione proietta lo spettatore nel 2049, quando un giornalista d’assalto decaduto va alla ricerca di un’attrice ritiratasi dalle scene in un cantone svizzero (l’ex Valle d’Aosta) a seguito di uno scandalo.
La genesi del tracollo professionale della protagonista fittizia nasce da un’uscita televisiva del tutto innocente sulla propria forma fisica, trasformata e travisata dal tribunale dei social network in una presunta offesa collettiva.
Attraverso questo spunto narrativo, l’attrice riflette sulla cosiddetta condanna dei virgolettati, quella dinamica contemporanea per cui ogni dichiarazione viene decontestualizzata, amplificata e usata come clava morale da chi gareggia per mostrarsi il più giusto tra i giusti.
In un’epoca satura di documentari celebrativi e retorica motivazionale sul valore pedagogico dell’inciampo, Peccato sceglie deliberatamente la via opposta.
La serie propone il ritratto spietato di un puro fallimento, senza scuse o assoluzioni, mettendo in scena personaggi dominati da piccoli rancori, vanità e bassezze.
Questa rappresentazione imperfetta e miserabile finisce paradossalmente per restituire profonda umanità ed empatia ai protagonisti.

Un cast corale contro la retorica e i cliché del successo
Per dare forma a questo universo surreale, la serie si avvale della partecipazione di un eccezionale cast di colleghi e figure pubbliche, tutti disposti a mettersi in gioco e a ridicolizzare le proprie immagini pubbliche.
Tra questi figurano Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Paola Cortellesi, Ferzan Ozpetek, Valerio Mastandrea, Geppi Cucciari, Antonio Ricci, Gianni Canova, Piera De Tassis e Tullio Solenghi.
Ognuno di loro porta sullo schermo una versione trasfigurata di se stesso, mossa da interessi personali irrilevanti o da fissazioni bizzarre.
Paola Cortellesi, ad esempio, interpreta la Presidente della Repubblica del 2049 ancora perseguitata dal fantasma di un vecchio tormentone, mentre Sabrina Ferilli incarna la voce della saggezza popolare con la sua inconfondibile schiettezza, dimostrando come nei momenti di difficoltà si riconoscano i veri affetti rispetto alla corte dei miracoli che circonda il successo.
L’operazione di scrittura non nasce dal desiderio di giudicare dall’alto il mondo dello spettacolo o la cultura di massa, ma dalla volontà di abbracciare ogni sfumatura dell’intrattenimento senza snobismi.
Nella visione dell’autrice, il cinema d’autore, le opere intellettuali e i reality show più popolari convivono nello stesso spazio culturale.
Ridere dei tic e delle debolezze dell’ambiente artistico diventa così un modo per ridimensionare l’ego e sconfiggere la tentazione di farsi definire esclusivamente dal proprio lavoro o dai riconoscimenti ottenuti.
La gavetta reale e l’esorcismo della precarietà
La consapevolezza con cui Emanuela Fanelli affronta la popolarità affonda le radici in una solida gavetta lavorativa. Prima di affermarsi sul grande e piccolo schermo, l’attrice ha lavorato per anni come maestra di scuola materna, svolgendo contemporaneamente impieghi nei call center, nella ristorazione e ai desk aeroportuali.
Questa esperienza prolungata nel mondo reale le ha fornito gli strumenti per mantenere una prospettiva lucida sul mestiere dell’attore, un’occupazione caratterizzata da profonda instabilità e da dinamiche che spesso prescindono dal mero talento.
L’idea stessa di mettere in scena il declino e la perdita del successo funziona come un esorcismo personale.
Avere la certezza di saper fare altro e la consapevolezza che il proprio valore personale non coincida con l’attenzione dei media le permette di vivere l’affetto del pubblico e i traguardi professionali senza ansie prestazionali o timori per il futuro.

Tra risate familiari, Anna Marchesini e i traumi infantili
L’impronta comica e la sensibilità artistica dell’attrice si sono formate all’interno del contesto familiare. Cresciuta in una famiglia romana capace di dissacrare i momenti di difficoltà e di capovolgere la prospettiva anche di fronte ai drammi quotidiani, l’artista ha assimilato fin dall’infanzia la musica delle risate come strumento di elaborazione della realtà.
Accanto all’educazione familiare, una guida fondamentale nella costruzione del suo gusto comico è stata Anna Marchesini, considerata un genio assoluto della scrittura e dell’interpretazione.
Dalla Marchesini e dal Trio, l’attrice ha appreso la struttura dell’umorismo surreale e la capacità di veicolare contenuti culturali complessi all’interno di meccanismi comici accessibili e travolgenti.
Interessante è anche il legame con la memoria emotiva e cinematografica. Tra gli affetti artistici e le citazioni del passato figurano capolavori della commedia all’italiana come Dramma della gelosia di Ettore Scola, di cui l’attrice ricorda con commozione la celebre e ironica battuta finale pronunciata da Monica Vitti.
Al contempo, il racconto scivola sui traumi d’infanzia legati a opere come Fantozzi di Paolo Villaggio e il classico Disney Dumbo.
Per l’attrice, la maschera tragica dell’impiegato ideato da Villaggio e le vicende del cucciolo d’elefante risuonavano con tale forza drammatica da risultare quasi insostenibili durante l’infanzia, a dimostrazione di come il confine tra il riso e il pianto sia da sempre incredibilmente sottile.
La figura dello showrunner e il controllo creativo
Con la realizzazione di Peccato, Emanuela Fanelli ha assunto per la prima volta anche il ruolo di showrunner, facendosi carico della responsabilità complessiva del progetto finale, dalla fase di scrittura e recitazione fino al montaggio e alla cura dei dettagli produttivi.
Un passaggio fondamentale che le ha permesso di tutelare la visione originale dell’opera e la generosa fiducia accordatale dai colleghi coinvolti.
Il risultato è un’opera atipica, capace di unire il linguaggio del mockumentary a una riflessione profonda sulla solitudine, sul narcisismo e sulle contraddizioni della società contemporanea.
