Emanuele Filiberto a Supernova: “Io, infiltrato in Italia durante l’esilio. Gheddafi mi regalò una gazzella”
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Il peso di un cognome non si misura in grammi, ma in secoli di storia, porte sbarrate e sguardi carichi di pregiudizio. Quando quel cognome è Savoia, la faccenda si complica ulteriormente, trasformando una normale esistenza in un romanzo d’appendice sospeso tra la Svizzera e il sogno di una patria mai vista. Ospite nel salotto del podcast Supernova, Emanuele Filiberto si è raccontato senza filtri e con una sorprendente dose di autoironia.
Dal trauma dell’esilio vissuto attraverso gli occhi di un bambino ai retroscena delle sue storiche incursioni illegali in territorio italiano, fino alla celebre e contestatissima partecipazione al Festival di Sanremo, il principe ha ripercorso le tappe di una vita decisamente fuori dal comune, svelando aneddoti pop e surreali che smantellano totalmente la classica rigidità nobiliare.
La scoperta dell’esilio e i compleanni alternativi
Nascere in esilio significa comprendere molto presto che la propria normalità ha una forma diversa rispetto a quella dei propri coetanei.
Emanuele Filiberto ricorda con precisione il momento in cui ha capito che la sua famiglia non era come le altre. Non è successo tra i banchi di scuola, ma nel giardino di casa, quando per il suo compleanno o per Natale non arrivavano i classici amichetti con i cappellini a festa, ma pullman carichi di nostalgici monarchici provenienti da ogni angolo d’Italia.
Questi visitatori non portavano giocattoli tradizionali, ma pezzi di una terra che al giovane principe era preclusa: sabbia della Calabria, zolle di terra dell’Umbria e persino una vera e propria capra della Sardegna.
A quattro o cinque anni, spiegare a un bambino perché non può salire su quegli stessi autobus per tornare in Italia con i suoi ospiti è un’impresa quasi impossibile.
Le risposte del padre Vittorio Emanuele sono cambiate nel tempo, evolvendosi da favole su principi cacciati dal proprio regno fino alla cruda realtà storica e costituzionale.
Per trent’anni, il legame con l’Italia è rimasto filtrato dal vetro di una finestra, un luogo ideale e irraggiungibile, tanto da spingere sua figlia Luisa, anni dopo, a chiedergli se la Luna fosse il suo esilio personale.

I blitz clandestini in Italia e l’atterraggio forzato
Nonostante il divieto costituzionale, la tentazione di toccare con mano la terra d’origine è stata spesso troppo forte. Durante la confessione a Supernova, Emanuele Filiberto ha ammesso di essere rientrato illegalmente in Italia diverse volte durante gli anni dell’esilio, sfruttando la vicinanza strategica tra la sua casa in Corsica e le coste della Sardegna.
Erano piccole fughe in barca a Porto Rotondo o a Santa Teresa di Gallura, rigorosamente lontano dai riflettori e dalle spiagge affollate di Porto Cervo per evitare di essere intercettato e scatenare un caso diplomatico.
L’aneddoto più incredibile riguarda però un rientro forzato nei cieli italiani durante gli anni della guerra del Kosovo. Di ritorno da un viaggio umanitario, l’aereo privato su cui viaggiava fu costretto a volare a bassa quota per evitare i raid aerei, consumando molto più carburante del previsto.
Impossibilitati a raggiungere l’aeroporto di Lugano, i piloti dovettero effettuare un atterraggio d’emergenza sul suolo italiano. Al momento del contatto con la pista, il velivolo venne circondato da un dispiegamento imponente di forze dell’ordine, tra polizia, carabinieri e guardia di finanza.
Blindato all’interno dell’abitacolo senza la minima possibilità di poggiare i piedi a terra, il principe visse un paradosso kafkiano: la certezza che, se fosse sceso dalle scalette, lo avrebbero ammanettato all’istante per rispedirlo immediatamente oltre il confine, un trattamento che, ironizza l’ospite, non è stato riservato nemmeno a Totò Riina.
Sanremo 2010: la “mucca pazza” e la rottura del trash
Impossibile non toccare la pagina più pop, discussa e contestata della sua carriera pubblica: la partecipazione al Festival di Sanremo nel 2010 con il brano “Italia amore mio”, cantato in trio con Pupo e il tenore Luca Canonici.
Quell’operazione, culminata con un clamoroso secondo posto dietro Valerio Scanu ma davanti a Marco Mengoni, e accompagnata dai fischi assordanti del teatro Ariston e dell’orchestra che spartiti in aria contestava il televoto, viene oggi analizzata dal principe con assoluto distacco e divertimento.
Emanuele Filiberto rivela che l’idea nacque interamente dalla mente di Pupo, da lui definito il “genio del male” in senso buono, il quale gli propose il brano facendoglielo ascoltare sul telefono.
I dirigenti Rai dell’epoca stavano cercando un vero e proprio elemento di rottura, una sorta di “scandalo della mucca pazza” per scuotere gli ascolti di un’edizione condotta da Antonella Clerici.
Il testo della canzone fu scritto di suo pugno dal principe in un minuto e mezzo sul water, giusto il tempo di tirare lo sciacquone, traducendo in parole uno sfogo d’amore per un Paese che stava ancora imparando a conoscere.
Lontano dal rinnegare quell’esperienza, Emanuele Filiberto rivendica con orgoglio il suo ruolo di provocatore consapevole, ammettendo di essersi divertito e di aver incarnato una “trashitude” che ha scardinato i meccanismi ingessati del Festival, costringendo la televisione di Stato a rinnovare profondamente il format negli anni successivi.

Il “regalo” di Gheddafi e i segreti del Vaticano
Tra le storie più assurde vissute a causa del proprio status spicca un surreale omaggio diplomatico ricevuto durante una visita ufficiale in Libia.
Mentre il principe si trovava già a bordo del suo aereo sulla pista di Tripoli, pronto al decollo, una jeep militare intercettò il velivolo intimando l’alt.
Dalla vettura scese un emissario con un dono dell’ultimo minuto da parte del colonnello Muammar Gheddafi: una gabbia enorme contenente la gazzella più importante dell’intero zoo di Tripoli, l’animale nazionale.
Rifiutare il regalo di un dittatore imprevedibile era fuori discussione, poiché il rischio reale era quello di non lasciare mai vivi la Libia.
Con grande prontezza di spirito, il principe trovò un delicato escamotage burocratico: ringraziò formalmente il colonnello per l’onore concesso, ma scelse di “affidare” nuovamente l’animale alle cure dello zoo libico, salvando la vita della gazzella e la propria incolumità.
Un’atmosfera decisamente diversa, ma altrettanto insolita, caratterizzò il primo incontro ufficiale in Vaticano dopo la fine dell’esilio.
La famiglia Savoia era stata per secoli la legittima proprietaria della Sacra Sindone, acquistata nel 1400 a Chambéry e successivamente trasferita a Torino.
Per espressa volontà testamentaria dell’ultimo re Umberto II, la preziosa reliquia fu donata direttamente al Papa. Per ringraziare formalmente la dinastia, Papa Giovanni Paolo II ricevette Emanuele Filiberto e suo padre in un’udienza privata dal profondo valore storico.
Eppure, nonostante la solennità del momento e il carisma del Pontefice polacco, il colloquio prese una piega inaspettata: l’anziano Papa spiazzò tutti e trascorse una buona mezz’ora a parlare esclusivamente di sci, la grande passione sportiva che lo accumunava da sempre al giovane principe.
Tatuaggi, gaffe reali e la bizzarra classifica dei Re
L’intervista a Supernova ha fatto luce anche su dettagli intimi e gaffe nei salotti della nobiltà europea, con la quale Emanuele Filiberto condivide legami di parentela molto stretti, essendo imparentato in vari gradi con i reali del Belgio, del Lussemburgo e della Grecia.
Il principe ha confessato di avere il corpo ricoperto di tatuaggi: oltre ai nomi delle figlie Vittoria e Luisa e della moglie Clotilde Courau, spicca una tigre e un secondo grande tatuaggio nascosto che ha scatenato l’ironia dei conduttori, i quali hanno rievocato la celebre e piccante barzelletta del motto “Welcome to Jamaica, have a nice day” stampato sulla pelle.
Il ferreo protocollo reale ha sempre vacillato di fronte alla sua natura spontanea, tanto da portarlo a compiere divertenti gaffe internazionali.
Avendo visto la Regina Elisabetta II fin da piccolo nei salotti di famiglia, la prima volta che se la trovò davanti formalmente in veste di monarca dovette trattenersi a stento dal compiere un gesto proibito, confessando di aver avuto l’istinto incontrollabile di prenderla tra le braccia, tirarle le guance e stamparle un bacio sul naso come se fosse una zia qualunque.
A testimonianza della sua totale fusione tra nobiltà e cultura pop, il principe si è infine prestato al gioco cult del programma, stilando una bizzarra classifica da uno a dieci dei migliori sovrani della storia, scoprendo le identità una alla volta.
Al primo posto ha incoronato Michael Jackson come Re assoluto, seguito in seconda posizione dal Re Magio Gaspare, lodato per la “mentalità” di essersi presentato da Gesù con la mirra.
Sul gradino più basso del podio si è accomodato Luigi XIV, il Re Sole, ammirato per lo stile impareggiabile e le parrucche straordinarie.
Mentre Re Artù e il mitologico Mida si sono assestati a metà classifica, una timida settima posizione è stata assegnata a Re Carlo d’Inghilterra, definito una giovane “new entry” che saprà crescere.
Il Re di Picche delle carte da gioco ha conquistato la nona posizione, mentre l’ultimo posto è andato al rapper italiano Marracash, il King del Rap, relegato alla decima posizione tra le risate generali dello studio.

Il senso della monarchia e la riconciliazione storica
Oggi che l’esilio è solo un ricordo grazie alla storica mediazione alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Emanuele Filiberto dichiara di aver fatto pienamente pace con il proprio passato e spera che anche l’opinione pubblica italiana abbia raggiunto la medesima maturità storica.
Guarda alla monarchia non come a una pretesa di potere o a un privilegio meritocratico, ma come a un’istituzione che conserva un profondo valore emotivo e di garanzia neutrale, capace di porsi come un “padre di famiglia” al di sopra delle parti e delle dinamiche politiche, citando gli esempi virtuosi delle case reali di Spagna, Svezia, Norvegia e Olanda.
Il legame profondo con la storia d’Italia passa anche attraverso i ricordi di sua nonna, Maria José, la “Regina di Maggio”, descritta come una donna straordinaria e un magnete culturale in grado di frequentare scienziati e intellettuali come Albert Einstein, Marie Curie e Charlie Chaplin.
Una sovrana che non esitò a sfidare Hitler nel Nido d’Aquila per richiedere razioni di pane per il popolo belga e che sostenne attivamente la Resistenza consegnando armi, munizioni e viveri ai partigiani dalla Svizzera.
Il desiderio finale del principe, espresso tramite un appello diretto al Presidente della Repubblica, è che questa ritrovata maturità possa tradursi nel ritorno definitivo delle salme di Umberto II e Maria José all’interno del Pantheon a Roma, chiudendo per sempre l’ultimo capitolo irrisolto di una saga familiare lunga un secolo.
