Fabio Volo: la metamorfosi del panettiere che ha scalato il successo senza perdere il “sentire”
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Il percorso di Fabio Volo, rivissuto nello studio di Peter Gomez durante il programma La Confessione, emerge come una parabola di trasformazione continua, quasi un romanzo di formazione vissuto in diretta nazionale.
Fabio Vonetti, nato a Calcinate nel 1972, non nasconde le sue umili origini: dopo la licenza media, il suo mondo era racchiuso tra le mura della panetteria di famiglia.
Tuttavia, quella dimensione gli stava stretta, spingendolo a tentare ogni strada possibile, dal PR in discoteca al karaoke, fino all’incisione di dischi.
È un esordio che lui stesso definisce con un’ironia tagliente, ricordando la sua esibizione a Castrocaro nel 1995: “Nasco cantante ma per fortuna muoio subito”, commenta riferendosi alla sua performance stonata dell’epoca.
L’incontro con Cecchetto e la nascita di un’icona
La vera svolta che cambia radicalmente la traiettoria della sua vita è l’incontro con Claudio Cecchetto.
Il celebre talent scout, con il suo fiuto infallibile, intuisce che la forza di quel giovane non risiede nel canto, ma nella sua capacità comunicativa.
Cecchetto gli propone un vero e proprio baratto: “Io ti metto il disco se tu mi vai in onda”, gli disse, decidendo contemporaneamente che il suo nome d’arte sarebbe stato più efficace di quello reale: “Ti chiamerai Fabio Volo, che è più bello”.
Da quel momento inizia un’escalation travolgente che lo porta a Radio Capital, alle Iene e infine al successo storico di Radio Deejay.
Eppure, nonostante la fama, Volo si sente ancora un estraneo nei salotti della cultura alta, definendosi esplicitamente come una figura letteraria: “Io sono una specie di Martin Eden, se devo citare un libro. La mia storia è Martin Eden”, riferendosi al marinaio autodidatta di Jack London, pur aggiungendo con un tocco di scaramanzia, “spero che non finisca la mia vita come finisce il libro”.

I mentori e la forza rivoluzionaria della lettura
Se Cecchetto è stato il padre professionale, Silvano Agosti è stato quello spirituale e intellettuale. Volo racconta con emozione di quando il regista entrò nel panificio regalandogli un libro, nonostante lui dichiarasse apertamente di non amare la scuola.
Quell’incontro accende una scintilla che lo porterà a pubblicare 14 libri tradotti in 25 paesi. “Con il grande amore che ho avuto per la letteratura, è cambiata la mia vita”, spiega a Gomez, sottolineando come la lettura gli abbia fornito gli strumenti per uscire da un contesto sociale che non offriva vie di fuga.
È questa fame di conoscenza che lo ha portato a vendere oltre 9 milioni di copie, un successo che lo ha reso milionario ma che non ha scalfito la sua autenticità, portandolo a rifiutare persino la proposta per il Premio Strega perché, come afferma con orgoglio, “non c’entro con quel mondo, io resto sempre nella mia storia”.
Il confronto con il potere: Berlusconi e il “caso” Linus
L’intervista scava anche nei rapporti complessi con le figure di potere. Volo ricorda un faccia a faccia nel camerino di Fabio Fazio con Silvio Berlusconi nel 2017.
Nonostante una simpatia epidermica, lo scrittore non esitò a criticare il Cavaliere per alcune sue dichiarazioni sui figli degli immigrati. “Lei ha questo carisma meraviglioso che dovrebbe sfruttare per aprire le menti, non per spaventare la gente”, gli disse apertamente, ricordandogli la responsabilità che deriva dal suo ruolo.
Lo stesso spirito ribelle emerge nel racconto del litigio con Linus, iniziato nel 2012 e mai del tutto sopito. Volo vede in Linus un altro “padre” o simbolo del potere con cui scontrarsi per natura: “Ho sempre combattuto quelli che stavano su un gradino più alto”, ammette, rivendicando la sua natura di outsider che preferisce la “nobile arte” della boxe, anche quando sa di doverle prendere da chi è più grosso di lui.
Una paternità rigorosa e la ricerca del divino
Nella sfera privata, Fabio Volo rivela un volto inaspettatamente rigoroso. Con i figli Sebastian e Gabriel, avuti dalla ex compagna Joanna, applica regole precise che si discostano dal modello del “padre amicone”.
“I ragazzi hanno bisogno di un minimo di autorità”, dichiara parlando dell’educazione che impartisce, che include il divieto di fare i “permissivi” sulle droghe leggere: “Se si fa le canne ci dobbiamo incazzare”.
Questa fermezza si accompagna a una profonda ricerca spirituale che lo ha portato a vivere per dieci giorni in isolamento totale in un monastero e a esplorare la foresta amazzonica con gli sciamani.
Per Volo, la spiritualità non è un dogma ma un’esperienza sensoriale: “Io sono nella fase quella migliore, io lo sento, che è ancora più importante, perché credere è un po’ come credere a Babbo Natale”, spiega, paragonando il sentire la presenza divina al sapore di una fragola che non si può spiegare a chi non l’ha mai assaggiata.

L’urlo contro l’indifferenza e il dolore per Gaza
Il momento più teso e commovente dell’intervista riguarda la situazione a Gaza, un tema su cui Volo non accetta compromessi né analisi geopolitiche a freddo.
Accusa la classe politica di essere incapace di gestire le emergenze umane e punta il dito contro l’opinione pubblica che razionalizza l’orrore. Per lo scrittore, chi non prova un sussulto davanti a un bambino ucciso soffre di una patologia dell’anima: “Sei un mentecatto, preso nella mente. Tu sei un mentecatto, talmente nella testa che non lasci spazio al tuo sentire”.
Volo preferisce l’azione concreta alla retorica, citando le raccolte fondi e l’invio di beni di prima necessità come unico modo per rispondere all’oscurità.
Nella “confessione” finale, rifiuta di usare parole di circostanza, lasciando che il suo silenzio e il suo dispiacere diventino la testimonianza più onesta di un uomo che, nonostante il successo miliardario, continua a rispondere solo al proprio cuore.
