Fabrizio Corona “Vogliono la DDA per chiudermi i social? Nel 2027 fondo un partito e comando io”
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Non è stata un’udienza come le altre quella svoltasi tra le mura del Palazzo di Giustizia di Milano. Fabrizio Corona, uscito dall’aula con il consueto piglio di sfida, ha trasformato i microfoni dei cronisti in un palcoscenico per un annuncio che scuote le fondamenta del sistema mediatico e politico italiano: la possibile discesa in campo per le elezioni del 2027.
Lo scontro con Signorini: il caso “Falsissimo”
Al centro della contesa legale c’è il format YouTube di Corona, “Falsissimo – Il Prezzo del Successo”, trasmesso attraverso il portale Dillinger News. Il programma ha sollevato un polverone mediatico senza precedenti, puntando il dito contro Alfonso Signorini e quello che Corona definisce un “sistema di potere” interno a Mediaset.
I legali di Signorini, citando danni “devastanti” all’integrità psicofisica e professionale del conduttore, hanno chiesto al Tribunale di Milano un provvedimento d’urgenza: la censura preventiva.
L’obiettivo è bloccare la messa in onda delle prossime puntate e rimuovere i contenuti già pubblicati, che includono testimonianze scottanti come quella del modello Antonio Medugno e riferimenti a nomi noti come quello di Samira Lui.

L’ombra della DDA: “Un’anomalia giuridica”
Ciò che ha fatto infuriare l’ex re dei paparazzi è stata però la strategia processuale della controparte. Secondo quanto dichiarato da Corona e dal suo storico avvocato, Ivano Chiesa, sarebbe stato richiesto l’intervento della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) per applicare misure di prevenzione solitamente riservate alla criminalità organizzata.
L’accusa? Una presunta “pericolosità sociale” che giustificherebbe il sequestro preventivo dei suoi account social e dei dispositivi mobili.
“Chiedere la DDA per una presunta diffamazione è follia pura”, ha tuonato Corona all’uscita dal tribunale. “Vogliono chiudermi i social perché oggi ho io il potere della comunicazione, proprio come fecero anni fa con l’editto bulgaro contro Biagi e Santoro“.
La difesa di Corona è netta: in Italia la censura preventiva è illegale dal 1946. La legge prevede che si possa agire solo dopo la pubblicazione, querelando per diffamazione se i contenuti risultano falsi, ma non impedendo a qualcuno di parlare.
L’impero dei numeri: più forte di un partito
Il cuore della difesa di Corona non è solo giuridico, ma numerico. Con una sicurezza disarmante, l’imprenditore ha snocciolato i dati della sua influenza digitale:
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12-15 milioni di spettatori medi per ogni puntata del suo format.
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Oltre 60-70 milioni di interazioni complessive tra TikTok, Instagram e YouTube.
Questi numeri, secondo Corona, lo rendono un soggetto intoccabile per la magistratura ordinaria. “Se mi chiudono i canali, cosa faranno questi milioni di persone? Ragionate: io sposto più voti di un partito politico tradizionale”.
Il riferimento ai colossi del web come Meta, Google e YouTube non è casuale: Corona ha ricordato come i tentativi passati di rivalersi sulle piattaforme si siano risolti in un nulla di fatto, poiché i giganti della Silicon Valley non rispondono alle logiche della magistratura italiana su temi di libertà d’espressione.

Il piano per il 2027: una lista civica per “comandare tutto”
La provocazione finale ha il sapore di un vero e proprio manifesto politico. Corona ha ipotizzato uno scenario di rottura totale: se il sistema giudiziario dovesse riuscire a silenziarlo digitalmente, la sua risposta sarà istituzionale.
“Se mi gira il c*o, faccio una lista civica nel 2027 e magari vinco le elezioni”, ha dichiarato. Ma l’ambizione non si ferma alla poltrona: “A quel punto inizio a comandare tutti, anche la magistratura”.
Una dichiarazione che sfida apertamente l’equilibrio dei poteri dello Stato e che promette di rendere la prossima campagna elettorale un terreno di scontro tra il consenso “analogico” dei partiti e quello “virale” del re dei paparazzi.
Mentre si attende la decisione del giudice sulla richiesta di inibizione dei contenuti, una cosa è certa: Fabrizio Corona ha smesso di essere solo un protagonista del gossip per trasformarsi in un caso di studio sulla libertà di stampa nell’era dei social media.
