Harvey Weinstein e l’ombra del declino: da re di Hollywood a Rikers Island. Il peso del coraggio di Angelina Jolie e Gwyneth Paltrow
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Il declino di Harvey Weinstein non è solo una cronaca giudiziaria, ma il crollo di un intero sistema di potere.
Giovedì scorso, l’ex magnate si è presentato davanti al giudice Curtis Farber a Manhattan in condizioni che nulla hanno a che vedere con i red carpet del passato.
Su una sedia a rotelle, visibilmente provato e con una copia di Unplugged tra le mani, ha lanciato un appello disperato: “Rikers è come una marcia verso la morte. Sono ossessionato dal pensiero che morirò qui senza essere visto e ascoltato”.
Tuttavia, per comprendere la gravità di queste parole, è necessario fare un passo indietro, a quel 2017 in cui il mondo del cinema cambiò per sempre.
Se Weinstein si trova oggi a implorare pietà, è perché il “sistema del silenzio” che aveva costruito è stato abbattuto dalle voci di donne che avevano tutto da perdere.

Il coraggio delle icone: Gwyneth Paltrow e Angelina Jolie
Tra le oltre ottanta donne che hanno accusato Weinstein, i nomi di Gwyneth Paltrow e Angelina Jolie sono stati determinanti. La loro fama globale ha dato al movimento #MeToo una risonanza che nessun ufficio stampa avrebbe potuto soffocare.
Gwyneth Paltrow rivelò che, all’età di 22 anni, durante la pre-produzione di Emma, Weinstein la invitò nella sua suite d’albergo e cercò di molestarla.
“Ero una bambina, ero pietrificata”, raccontò l’attrice. Fu il suo allora fidanzato, Brad Pitt, ad affrontare Weinstein, intimandogli di non toccarla mai più.
Nonostante ciò, Paltrow ha descritto come Weinstein la costrinse al silenzio per anni, facendola sentire come se la sua carriera dipendesse esclusivamente dal suo volere.
Angelina Jolie, dal canto suo, riportò un’esperienza simile durante l’uscita di Playing by Heart alla fine degli anni ’90. “Ho avuto un’esperienza terribile con Harvey Weinstein in gioventù e, di conseguenza, ho scelto di non lavorare mai più con lui e di avvertire gli altri quando lo facevano”, dichiarò la Jolie.
La sua posizione ferma contribuì a dimostrare che le molestie di Weinstein non erano incidenti isolati, ma un vero e proprio “protocollo operativo”.

La “marcia verso la morte” e il bivio del patteggiamento
Tornando al presente, la strategia difensiva di Weinstein sembra essere arrivata a un punto di non ritorno.
Il suo avvocato, Arthur Aidala, sta esplorando la possibilità di un patteggiamento per l’accusa di stupro di terzo grado (un reato di Classe E). Sebbene Weinstein continui a negare le aggressioni — dichiarando in aula: “So di essere stato infedele, ma non ho mai aggredito nessuno” — il peso delle condanne in California (16 anni) e il rischio di un nuovo processo a New York il 3 marzo rendono il patteggiamento l’unica via d’uscita per evitare una morte dietro le sbarre.
Il giudice Farber ha respinto l’ennesimo tentativo della difesa di annullare la condanna per gli atti sessuali contro Miriam Haley, ricordando a Weinstein che, nonostante le sue lamentele sull’isolamento e sulla salute, il processo è stato equo.

Un sistema che non può più tornare indietro
L’immagine di Weinstein a Rikers Island, che implora una “seconda possibilità”, stride ferocemente con i decenni in cui non concesse alcuna scelta alle sue vittime.
La sua caduta è il simbolo di una Hollywood che ha dovuto fare i conti con i propri mostri. Se oggi discutiamo di un possibile patteggiamento e di “marce verso la morte”, è solo perché attrici come Paltrow e Jolie hanno deciso che il prezzo del loro silenzio era diventato troppo alto per essere pagato.
La data del 3 marzo resta segnata sul calendario: sarà il giorno in cui la giustizia deciderà se scrivere l’ultimo capitolo della saga o se concedere a Weinstein quel “tempo per pensare” che lui stesso ha richiesto tramite i suoi legali.

