I segreti di Maria Chiara Giannetta: la terapia, i lati oscuri e quella pazza idea di giocare a Wimbledon
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Il salotto del Poretcast, guidato con la consueta e tagliente ironia da Giacomo Poretti, si trasforma spesso in uno specchio capace di riflettere le sfumature più autentiche e inaspettate dei grandi protagonisti dello spettacolo italiano. L’incontro con Maria Chiara Giannetta non ha fatto eccezione, regalando al pubblico l’immagine di un’attrice di straordinario livello che non teme di mettersi a nudo, di raccontare le proprie fragilità e di scherzare sulle proprie ossessioni, a partire da quel carattere incredibilmente competitivo che la porta a vivere ogni match di tennis come se si trovasse sul prato più famoso del mondo. Non stiamo giocando a Wimbledon, si è sentita ripetere sul set, eppure per lei la sfida è sempre totale, un’attitudine che riversa in ogni singolo progetto artistico.
Foggiana orgogliosa, profondamente legata alle sue radici garganiche nonostante le complessità iniziali del trasferimento nella Capitale, la Giannetta ha ripercorso le tappe di una carriera vissuta a mille all’ora. Dalle lunghissime sessioni sul set di Don Matteo alla folgorante epifania di Blanca, fino ad arrivare alla nuovissima e imminente avventura on the road di Rosa Elettrica, l’attrice continua a dimostrare una versatilità rara, unita a una profonda capacità di introspezione psicologica.
L’avventura elettrica e lo scontro generazionale
Il debutto della nuova serie Rosa Elettrica su Sky segna un punto di svolta importante, un’esperienza definita come una vera e propria vacanza lavoro durata ben tredici settimane in giro per l’Italia, toccando luoghi suggestivi come Ferrara, Ravenna, Comacchio e le vette innevate della Val d’Ultimo. Diretta da Davide Marengo e scritta da un pool di sceneggiatrici interamente composto da donne trentenni, la serie utilizza la struttura del thriller poliziesco come pretesto per esplorare un delicatissimo e profondo scontro generazionale.
Il personaggio di Rosa, una trentenne apparentemente rigida ma mossa da una profonda insicurezza di fondo, si trova a dover gestire un diciottenne camorrista pentito. Questo legame forzato diventa il veicolo per raccontare le ansie, i blocchi e le reazioni della generazione dei trentenni di oggi, cresciuta sotto il peso delle aspettative sociali ed etiche dei genitori, incastrata tra l’obbligo di laurearsi, comprare una casa e trovare una stabilità che il mondo contemporaneo fatica a garantire. Il confronto ravvicinato con un diciottenne mette in luce la distanza interpersonale creata dai social network e dagli schermi, ma evidenzia anche come l’umanità resti l’unico vero punto di contatto universale capace di colmare qualsiasi gap di ascolto.
L’archetipo di Blanca e la cecità che illumina
Impossibile non tornare su Blanca, il personaggio che ha rivoluzionato il meccanismo attoriale della Giannetta e che le ha permesso di liberarsi di molti condizionamenti formali. L’attrice paragona questa figura a un archetipo del teatro greco, un personaggio che, privato della vista, è paradossalmente in grado di guardare avanti e guardare oltre. La perdita del senso principale, quello che più di tutti offusca il nostro giudizio e ci spinge a valutare le persone solo in base alle apparenze, costringe a riscoprire il tatto, il tono della voce e il respiro.
La preparazione per questo ruolo iconico ha richiesto un mese di addestramento intensivo a stretto contatto con sei ragazzi ciechi, tra cui campioni paralimpici e schermitrici, che le hanno insegnato non solo la gestione fisica degli spazi o il rapporto simbiotico con il cane guida, ma una vera e propria filosofia di vita. Questa esperienza ha scardinato i preconcetti dell’attrice stessa, mettendola di fronte alla realtà delle barriere architettoniche quotidiane e dimostrando come chi non vede possieda strumenti di conoscenza del mondo straordinari, capaci di illuminare chi, pur avendo la vista, cammina spesso nell’oscurità del pregiudizio.
Profiler, psicologia e l’ombra dell’attore
Dietro la solarità di Maria Chiara Giannetta si nasconde una mente analitica, appassionata di saggistica, narrativa contemporanea e dinamiche della psiche. Da piccola sognava la criminologia, influenzata dalle serie televisive americane e in particolare dalla figura del profiler, un mestiere che studia le persone attraverso le loro azioni e che, non a caso, somiglia incredibilmente al lavoro dell’attore. La Giannetta non ha remore nel dichiarare apertamente di essere in terapia da sei anni e sposa la tesi secondo cui gli attori seri debbano necessariamente curarsi e scavare nei propri tratti più oscuri.
Il mestiere dell’attore viene descritto come un gioco perverso ma straordinariamente liberatorio, in cui è possibile dare sfogo a inclinazioni che nella vita reale si scelgono di accantonare. Se in Blanca ha potuto incanalare una presunzione aberrante che nella quotidianità reputa insopportabile, in Rosa ha dovuto rianimare e guardare con tenerezza le vecchie insicurezze del suo passato. Ogni individuo nasce con infinite possibilità e l’arte diventa l’unico territorio franco in cui esplorare l’esercito del bianco e l’esercito del nero senza subire il giudizio del mondo.
Il futuro riserva già nuove sfide, con il desiderio e il progetto concreto di tornare presto sul palcoscenico teatrale con Amore Storto, un testo intenso incentrato sul complesso legame tra Cesare Pavese e Bianca Garufi. Neltrimenti, l’attrice si gode il tempo libero tra le pagine di Philip Roth, la saggistica storica e i piaceri semplici della vita, confermando che per sopravvivere alla frenesia dei set non c’è terapia migliore di un ottimo bicchiere di vino e della cinematografia eterna di Alfred Hitchcock.
