Il j’accuse di Francesco Renga ed Enrico Ruggeri a SPOT Il Podcast: l’industria musicale è un tritacarne?
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Dai contratti da cinque album all’ansia da streaming: come il mercato ha cancellato il diritto di sbagliare per i giovani artisti
Il passaggio generazionale all’interno dell’universo musicale non è mai stato così polarizzato e complesso come nell’epoca contemporanea. Ospiti d’eccezione della decima puntata di SPOT Il Podcast, registrata dal vivo nella cornice dello Spot Music Fest a Bareggio e condotta da Michele Monina, Francesco Renga ed Enrico Ruggeri si sono concessi a una riflessione profonda, ironica e a tratti spietata sullo stato di salute dell’industria discografica italiana.
L’incipit della chiacchierata si snoda su un’autoironia pungente legata al concetto stesso di anzianità artistica e al paradosso del venire definiti maestri dalle nuove leve.
Ruggeri, con il suo consueto piglio cinico e colto, ha teorizzato le quattro fasi dell’invecchiamento biologico e professionale di un cantante.
La prima si sperimenta quando i giovani colleghi iniziano a rivolgersi a te chiamandoti maestro, un appellativo che Renga confessa di accogliere ancora con forte imbarazzo.
La seconda fase è scandita dall’arrivo sistematico dei premi alla carriera, mentre la terza si manifesta quando, facendo il proprio ingresso in storici contenitori televisivi della domenica, l’intero studio si alza in piedi per una standing ovation spontanea.
La quarta e ultima fase, conclude ironicamente Ruggeri, coincide purtroppo con la dipartita del musicista, un momento che comprensibilmente non ci si può godere fino in fondo.
Questa introduzione, pur nella sua leggerezza, solleva il velo su una distanza anagrafica e metodologica incolmabile tra due mondi.
Entrambi gli artisti condividono una radice comune ben precisa, essendo nati e cresciuti all’interno del circuito delle band, rispettivamente con i Timoria e con i Decibel, e avendo condiviso non solo la gavetta ma anche una forte passione calcistica interista, sebbene Renga accusi scherzosamente il collega di aver palesato la sua fede nerazzurra solo in concomitanza con le stagioni più vincenti della squadra.

Il nucleo centrale del dibattito si sposta rapidamente sulla metamorfosi radicale che ha investito i live e la gestione dei social network.
Per Enrico Ruggeri, la dimensione del palcoscenico rappresenta l’unico vero antidoto alla malinconia, un intervallo vitale in cui si è circondati dall’affetto del pubblico e si fa ciò che riesce meglio nella vita.
Ricordando gli anni Ottanta, il cantautore milanese ha rievocato stagioni frenetiche da oltre centottanta concerti all’anno, menzionando persino l’anno della sua vittoria a Sanremo con il brano Mistero, quando il giorno precedente si esibiva al Forum di Assago e la sera successiva si ritrovava su un palco di piazza nella provincia di Benevento.
Una gestione strategica all’epoca discutibile, influenzata anche dalla separazione dal suo storico manager Fausto Paddeu, il quale sosteneva che l’artista ideale per i promoter fosse quello in fase di divorzio, poiché spinto dalla necessità economica e dal desiderio costante di fuggire da una casa vuota per rifugiarsi in tournée.
Renga ha fatto eco a queste considerazioni, sottolineando come l’esposizione mediatica odierna imponga una reperibilità e una reattività emotiva logorante.
Nell’era digitale, chiunque si sente in dovere di prendere una posizione netta su qualsiasi argomento nell’arco di cinque minuti, una dinamica che entrambi i cantanti cercano di disinnescare.
Ruggeri ha mostrato un vecchio telefono cellulare privo di connessione internet, delegando l’uso dei social a un iPad e all’intervento censorio della sua manager Stefania Alati, pronta a sequestrare il dispositivo prima che si possano innescare polemiche sterili.
Renga, dal canto suo, ha ammesso di preferire un distacco quasi totale dai commenti della rete, affidandosi alla vigilanza dei propri collaboratori che simulano un finto malore nel dietro le quinte non appena avvertono il pericolo di una sua dichiarazione troppo spontanea e non filtrata, data la sua congenita incapacità di mentire.
Il declino della discografia tradizionale e lo scontro frontale con i talent show
La critica più severa mossa dai due cantautori si indirizza verso il crollo strutturale degli investimenti a lungo termine da parte delle etichette discografiche.
Negli anni Ottanta e Novanta, colossi come la CGD o la Polydor legavano gli artisti emergenti con contratti blindati che prevedevano la realizzazione di ben cinque album.
Questo garantiva alle band e ai solisti il diritto fondamentale di sbagliare, di maturare e di non dover per forza fare centro al primo tentativo. Ruggeri ha citato i casi emblematici di Franco Battiato, Zucchero Fornaciari, Vasco Rossi o Renato Zero, nessuno dei quali ha raggiunto il successo di massa con il primo singolo.
C’era un tessuto industriale disposto a investire tempo, denaro e strutture per trasformare una proposta di nicchia in un fenomeno di massa.
Oggi questo scenario è completamente svanito. Il mercato esige circa settanta singoli alla settimana e i giovani musicisti sono costretti a azzeccare immediatamente la prima traccia, pena l’esclusione immediata dal circuito.
Renga ha ricordato i tempi in cui la Polydor investì cifre imponenti sui Timoria, un’ampia traiettoria che permetteva la sperimentazione sul campo.
Attualmente, le case discografiche non si occupano più della crescita culturale e tecnica dei ragazzi, ma acquistano un prodotto finito, spesso concepito e registrato in una stanzetta con un computer e un iPad, distruggendo la magia dei grandi studi di registrazione dotati di banchi a quarantotto canali e sale di ripresa per le orchestre.
Questa fretta costruttiva si riflette drammaticamente sulla qualità delle esibizioni dal vivo e sulla salute mentale delle nuove generazioni.
Ruggeri ha espresso una netta condanna nei confronti della retorica stucchevole del doverci credere a tutti i costi, definendola una formula assolutoria e persino patologica se non supportata da una reale autocritica e dal riconoscimento del proprio talento.
Ricordando la sua esperienza passata come giudice nel programma X Factor, ha evidenziato come la domanda dei giovani sia mutata dal voler fare musica al voler semplicemente diventare famosi.
La commistione tra talent e reality show ha generato la figura dell’individuo celebre per il solo fatto di esistere, creando un profondo equivoco di fondo.
Il risultato di questa accelerazione è l’assenza totale di una gavetta nei club e nei locali fumosi, dove un tempo si suonava senza sentire la propria voce e si imparava a gestire l’imprevisto e l’ostilità del pubblico.
Il titolo della puntata riprende proprio una frase iconica di questo j’accuse, evidenziando come non sia umanamente e professionalmente possibile passare dal palco di un talent show a un concerto solista al Forum nell’arco di soli dodici giorni.
Renga ha raccontato un aneddoto riguardante un concerto del cantautore Calcutta a cui aveva accompagnato la figlia, rimanendo colpito dal fatto che la band non avesse mai cambiato gli effetti delle chitarre per l’intera serata, mantenendo lo stesso suono piatto della sala prove a causa della mancanza di esperienza accumulata sulle lunghe distanze.
Questa fragilità strutturale espone i giovani artisti a frequenti crolli psicologici e stati depressivi non appena un palazzetto mostra un anello vuoto, a differenza delle vecchie generazioni fortificate da una sana sequenza di insuccessi iniziali e viaggi stipati in furgoni inadeguati.

L’evoluzione di Sanremo, l’ombra dell’intelligenza artificiale e la profezia di un’implosione imminente
L’analisi si è poi estesa alle trasformazioni del Festival di Sanremo, in particolare esaminando gli ultimi cicli condotti da Carlo Conti e Amadeus che hanno progressivamente unificato il panorama musicale italiano.
Se un tempo esistevano barriere rigide tra la canzone d’autore del Club Tenco, il rock alternativo del Concerto del Primo Maggio e il pop commerciale del Festivalbar, oggi assistiamo a una sorta di compagnia di giro in cui gli stessi interpreti transitano indifferentemente da una manifestazione all’altra.
Ruggeri ha espresso soddisfazione per la fine apparente di questo ciclo, criticando aspramente la tendenza contemporanea dei cantanti a voler legittimare opinioni politiche complesse senza possedere una storia personale adeguata a sostenerle, trovando ridicolo che si possa confezionare un brano leggero sul mojito e il minuto successivo pretendere di discettare sulla crisi geopolitica nel Golfo di Ormuz o sulla guerra in Ucraina.
Perfino le emittenti radiofoniche stanno entrando in una fase di forte sofferenza a causa della saturazione del mercato, incapaci di programmare l’enorme mole di singoli settimanali e consapevoli che le nuove generazioni preferiscono l’isolamento delle cuffie e delle piattaforme di streaming rispetto all’ascolto della radio tradizionale, che rimane un mezzo prevalentemente fruito da un pubblico adulto e commerciale.
Lo sguardo sul futuro della musica si tinge di tinte quasi apocalittiche ma necessarie.
Secondo Ruggeri, l’apporto massiccio dell’intelligenza artificiale non farà altro che accelerare il collasso e la successiva implosione di un sistema ormai saturo e privo di identità.
Molti produttori e artisti attuali adottano già un approccio algoritmico, destrutturando vecchi successi del passato per rimodularli in ballate standardizzate.
Viene menzionato l’esempio di Achille Lauro, capace di pubblicare una serie consecutiva di otto ballate pop melodiche anni Ottanta dopo essersi imposto all’attenzione generale con le performance eccentriche e i costumi di Rolls Royce.
La proliferazione di decine di tormentoni estivi artificiali finisce per annullare l’esistenza del tormentone stesso, saturando la capacità di ricezione degli ascoltatori.
Se Renga dichiara la sua totale avversione tecnologica e il timore verso la profilazione algoritmica degli smartphone, entrambi gli artisti concordano sul fatto che solo il ritorno a una linea editoriale coerente e al rispetto dei propri tempi di maturazione potrà salvare l’arte dei suoni.
Il pubblico fedele costruito in trent’anni di carriera da Ruggeri e Renga rimane la testimonianza tangibile che la durata nel tempo vince sempre sulla fiammata effimera di un clic.
