Irama a Vanity Fair: tra demoni notturni, l’amore e il sogno del volo libero
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Dall’adolescenza “disastrosa” a Monza al debutto a San Siro: Filippo Maria Fanti si racconta senza filtri, svelando perché la musica per lui è un conflitto necessario e la natura l’unico vero rifugio.
Filippo Maria Fanti, per tutti Irama, è un artista che vive di contrasti feroci. In una lunga e intensa chiacchierata con Vanity Fair, il cantautore ha aperto le porte del suo mondo interiore, un luogo popolato da incubi notturni, geroglifici egizi e un legame quasi viscerale con i suoi animali.
A trent’anni, con 53 dischi di platino alle spalle e lo stadio di San Siro all’orizzonte, il “ragazzo paranoia” non ha perso la sua inquietudine.
Nello stesso discorso può passare con disinvoltura dagli antichi egizi a Oscar Wilde, dalla vita di strada ai suoi pappagalli, dimostrando una profondità che stride con l’immagine patinata del pop contemporaneo.
Tra Johnny Cash, il baseball e le paranoie quotidiane
Entrare nell’universo di Irama significa immergersi in una dimensione dove la musica è un’ossessione quotidiana. Nel suo ufficio a nord di Milano, su un tavolo, spiccano un guanto e una palla da baseball — il suo sport del cuore — quasi a voler ancorare alla terra un uomo che spesso vive “al contrario”.
Sul set chiede di ascoltare Johnny Cash, anche se confessa che ultimamente le sue playlist sono dominate da giganti come Zucchero, Paolo Nutini e gli Aerosmith.
Nonostante la richiesta di essere fotografato sorridente, il soprannome dato da Maria De Filippi anni fa, “ragazzo paranoia”, gli calza ancora a pennello.
Irama ammette di essere diventato “brontolone” con la crescita: soffre quando le sue idee e i suoi gusti personali vanno in contrasto con ciò che il mercato impone.
“Soffro perché i miei gusti vanno contro quello che va”, confessa con una punta di amarezza, confermando che il suo successo non è frutto di calcoli, ma di un conflitto continuo tra la sua visione e il mondo esterno.
La “giungla” di Monza e gli schiaffi dei media
Uno dei passaggi più crudi e sinceri dell’intervista riguarda le cicatrici del passato. Irama non nasconde nulla della sua adolescenza vissuta a Monza, descrivendola come “un disastro, il peggiore”.
Parla di una giovinezza vissuta per strada, nel lato peggiore del quartiere, dove ha visto e fatto cose sbagliate. Eppure, non ha rimpianti per la sofferenza: paragona quegli anni a una guerra che non è mai bella, ma riconosce che rompersi le ossa da bambini permette una guarigione più solida. “Se mi nascesse un figlio come me, non so se ce la farei”, ammette con onestà.
Questa durezza l’ha trasportata anche nel lavoro. Ricorda con una certa punta di veleno il post-Sanremo 2016. Nonostante il calore del televoto, fu “schiacciato” dalla stampa che lo definì una meteora.
Erano anni in cui non potevi rispondere sui social, in cui dovevi incassare e basta. Quelli che lui chiama “schiaffi” sono stati però il carburante per la vittoria ad Amici e per tutto quello che è venuto dopo, costruendo una carriera fatta di gavetta vera, voluta, iniziando dai piccoli club per “farsi le ossa” prima di arrivare ai palazzetti.
La musica come conflitto e il culto delle radici
Per Irama, creare non è mai un processo armonioso. Mentre scrive l’ultimo disco, ammette di litigare costantemente con la musica e con i suoi collaboratori. È un rapporto viscerale, quasi violento: “Litigo, facciamo pace. Senza musica non esisterei”.
Questa tensione esplode in Antologia della vita e della morte, il suo lavoro più complesso, dove affronta temi come il suicidio nel brano Mi mancherai moltissimo. Per scriverlo è rimasto a lungo sul tetto di casa, cercando di spogliare il dolore dai cliché per arrivare all’essenza dell’assenza.
Nonostante il passato turbolento, Filippo esprime una gratitudine immensa per la sua famiglia “colta e dedita allo studio”. I genitori laureati in legge e la nonna professoressa di lettere gli hanno trasmesso un amore per la cultura che coltiva privatamente.
Anche se ha lasciato il liceo classico per inseguire le note (una scelta che oggi non sa se rifarebbe, pur ammirando chi come Blanco torna a studiare), la sua curiosità è rimasta intatta: studia i geroglifici e si informa costantemente, rifiutando l’idea di essere un “pozzo di cultura” ma rivendicando il diritto di essere un uomo libero che studia per piacere e non per obbligo.
L’estetica della piuma e la verità empatica degli animali
Le iconiche piume indossate come orecchini sono state per anni il suo segno distintivo. Irama spiega a Vanity Fair che non erano un semplice vezzo estetico, ma una provocazione deliberata.
Da ragazzo timido e riservato, usava quegli elementi per parlare al suo posto, per costringere gli altri a giudicarlo e a confrontarsi con la sua “stranezza”. Oggi quelle piume sono meno visibili ma restano un simbolo identitario.
La sua vera valvola di sfogo oggi sono gli animali. Vive in funzione dei suoi pappagalli, Eraclito e Talia, che sta educando al volo libero.
Si sente in colpa se rientra tardi perché deve metterli a dormire, un gesto di cura che sembra calmarlo dagli incubi notturni che ancora lo tormentano.
Il suo sogno non è fatto di riflettori perenni, ma di una riserva naturale dove invecchiare circondato dalla natura, convinto — citando ancora Wilde — che trascurarsi sia il segnale di un malessere profondo, proprio come accade agli animali quando stanno male.
Un amore “plus” e l’eredità di San Siro
Sulla vita privata, Filippo rompe il silenzio: è innamorato. Ma la sua visione dell’amore è maturata: non cerca più qualcuno che lo “completi”, ma una persona che aggiunga valore alla sua vita.
Una relazione deve essere un porto sicuro, un “plus” in un’esistenza già complessa. Questo equilibrio lo porta dritto verso l’11 giugno, il suo primo concerto a San Siro.
Non sono i numeri o le aspettative a ossessionarlo, ma l’ansia di prestazione legata alla bellezza: la paura di non lasciare niente.
Per Irama, influenzato dal concetto egizio di immortalità, l’esistenza ha senso solo se si riesce a trasformare il proprio vissuto in un’eredità artistica capace di sconfiggere l’oblio.
