J-Ax al BSMT: “Ecco la verità su Fedez, Sanremo e perché non farò mai più interviste”
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Trent’anni di carriera passati a distruggere e ricostruire regole, generi e mercati musicali. Alessandro Aleotti, per tutti J-Ax, sceglie l’ultima puntata stagionale del podcast Passa dal BSMT di Gianluca Gazzoli per aprirsi a una confessione definitiva. Una chiacchierata fiume che si trasforma rapidamente in un testamento mediatico senza filtri, dove il pioniere del rap italiano affronta i nodi irrisolti del suo passato, la fine dei rapporti professionali più chiacchierati d’Italia e il suo drastico e definitivo addio alla stampa tradizionale.
La rottura con Fedez: “Una penale milionaria e il silenzio per tutelare i fan”
Uno dei passaggi più attesi e intensi dell’intervista riguarda la fine della collaborazione artistica e societaria con Fedez, con cui aveva fondato l’etichetta e agenzia Newtopia (diventata poi Utopia).
Per anni le speculazioni si sono rincorse, alimentate anche da successive dichiarazioni pubbliche del rapper più giovane. Oggi, Ax decide di fare chiarezza con una maturità che spiazza.
“Con Fede non c’è stata una vera e propria litigata improvvisa”, spiega l’artista. “Lui è molto più giovane di me, ognuno si evolve a modo suo e alla fine ci siamo trovati ad avere vedute completamente diverse, mentre all’inizio l’intesa era totale”.
La separazione, tuttavia, non è stata indolore e ha comportato pesanti vincoli legali: “Quando abbiamo deciso di dividerci, nessuno dei due poteva parlare, c’era una penale milionaria di mezzo”.
Nonostante Fedez avesse successivamente rotto il silenzio fornendo la propria versione dei fatti durante un’intervista con Peter Gomez – una mossa che Ax definisce “deleteria” per la propria immagine presso una fetta di pubblico – il leader degli Articolo 31 scelse la via del silenzio totale, rinunciando a rivalersi legalmente.
“Potevo rivalermi sulla clausola di riservatezza, ma non l’ho fatto”, rivela Ax. “L’ho fatto per rispetto, perché non ho bisogno di passare per il buono della situazione, a volte psicologicamente mi piace persino passare per il cattivo o per la testa di cazzo”.
Ma la motivazione più profonda risiede nel rispetto verso il pubblico: “Per l’italiano medio eravamo come una band, e quando una band si separa è come se si separassero i genitori. Ho voluto tutelare i ‘figli’, cioè tutte quelle persone che con i nostri dischi e le nostre canzoni hanno vissuto momenti bellissimi della loro vita”.
La pace definitiva, sancita poi dal brano Disco Paradise e dal ritorno sul palco, è stata dettata dalla voglia di scrivere un finale migliore per una storia che ha segnato la pop culture italiana.
Il retroscena censurato di Sanremo: “Ho bestemmiato in conferenza stampa”
Muovendosi tra passato recente e aneddoti mai confessati, J-Ax lancia una bomba legata alla sua ultima partecipazione al Festival di Sanremo. Un retroscena rimasto finora totalmente sommerso e che l’artista ha deciso di svelare in exclusività assoluta al BSMT.
“In conferenza stampa a Sanremo ho bestemmiato, è tutto registrato nel feed dell’Ansa”, dichiara ridendo. Il contesto è quello delle quotidiane domande della sala stampa, quando una giornalista di una nota testata conservatrice lo ha incalzato accusandolo di portare sul palco “l’élite culturale della sinistra”.
Dopo aver smontato la provocazione con una battuta tagliente sui rettiliani e l’adrenocromo, Ax si è trovato accerchiato da quaranta microfoni una volta sceso dal tavolo.
“Ero stanco, frastornato, e questa mi incalza sul perché gli artisti non si espongano mai contro il governo. Lì mi è salito il ‘Cologno Monzese’ e mi è uscita una bestemmia velocissima, usata come intercalare, un tick nervoso”.
Un errore che avrebbe potuto costargli la squalifica immediata dal Festival. Eppure, un clamoroso colpo di fortuna ha salvato l’artista: “Ho avuto un culo pazzesco. In quel preciso istante un altro giornalista ha fatto una provocazione alle Bambole di Pezza, l’attenzione dei media si è spostata subito lì e la mia bestemmia è finita sepolta sotto migliaia di altri reel. Ma ho voluto tirarla fuori io prima che lo faccia Vannacci quando sarà al governo”.

L’addio definitivo alla stampa: “Il clickbait ha ucciso il giornalismo”
La rivelazione sanremese si collega direttamente a una decisione radicale che cambierà il modo in cui J-Ax promuoverà la sua musica d’ora in avanti: il blocco totale delle interviste con i media tradizionali e delle classiche conferenze stampa.
Una scelta comunicata in diretta al suo stesso management attraverso i microfoni del podcast.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso risale alla promozione del suo precedente album. Al termine di un pranzo ufficiale con i giornalisti, Ax ha accompagnato a piedi in farmacia un cronista che aveva timore di sottoporsi al tampone Covid.
Durante l’attraversamento pedonale, parlando del dramma personale vissuto a causa del virus, il rapper ha usato una delle sue tipiche iperboli: “Se oggi uno mi fa ancora discorsi no-vax, lo farei stirare da questa macchina”.
Il giorno successivo, un’importante testata nazionale ha ignorato un’ora di intervista sui contenuti musicali per titolare unicamente: J-Ax: “Stirerei i no-vax con la macchina”. “Da quel momento ho capito che nessuno legge più gli articoli”, riflette amaramente l’artista.
“La gente si informa con i riquadrini sui social. Il clickbait ha rovinato i giornalisti, che estrapolano iperboli fuori contesto per fare engagement. Per questo ho detto al mio manager e al mio ufficio stampa che non faremo mai più conferenze classiche. Se devo parlare, vengo in un posto come il BSMT dove so che il pubblico ascolta l’intera puntata e il rischio di essere frainteso si azzera”.
La salute mentale e il tunnel delle dipendenze: “Mi curavo da solo”
Dietro l’immagine pubblica dissacrante e ironica, Alessandro Aleotti nasconde un passato di profonda sofferenza legato alla salute mentale, un tema che oggi affronta con estrema lucidità e senso di responsabilità.
Ax non si nasconde e parla del legame viscerale tra le sue dipendenze storiche e i disturbi psicologici mai diagnosticati in gioventù.
“Per anni ho sofferto di depressione clinica e di una fortissima ansia sociale”, confessa a Gazzoli. “A quei tempi non si parlava di salute mentale come oggi, non c’era la cultura di andare dallo psicologo, specialmente nel mio ambiente”.
La droga e l’alcol sono diventati così un rifugio immediato, una forma di automedicazione per sopravvivere alla pressione e al senso di inadeguatezza: “La verità è che io mi curavo da solo. Usavo le sostanze per spegnere il cervello, per non sentire il peso di quei mostri che mi portavo dentro”.
Il percorso per uscirne è stato lungo e tortuoso, ma fondamentale per la sua rinascita sia umana che artistica: “Capire che potevo chiedere aiuto, che la vulnerabilità non è una debolezza, mi ha salvato la vita. Oggi lo dico chiaramente a chi mi ascolta: non cercate risposte nelle sostanze, perché i problemi rimangono lì, amplificati”.

Dal bigottismo alla fede inclusiva: il percorso spirituale
Un altro tassello intimo svelato durante la chiacchierata è l’evoluzione del suo rapporto con la spiritualità e la religione, radicalmente cambiato rispetto alle imposizioni dell’infanzia.
Cresciuto in un contesto fortemente influenzato da un cattolicesimo tradizionale e a tratti bigotto, Ax ha vissuto una lunga fase di totale distacco e ribellione.
“Per tanto tempo mi sono definito ateo o comunque totalmente anticlericale, perché vedevo nella Chiesa solo giudizio e ipocrisia”, spiega. Successivamente, l’artista si è avvicinato alle filosofie orientali, trovando nel buddismo una prima forma di serenità e una risposta al bisogno di equilibrio interiore.
La vera svolta spirituale recente, tuttavia, è arrivata attraverso una realtà religiosa differente: “Oggi frequento la chiesa episcopale americana. È un ambiente completamente diverso da quello a cui siamo abituati in Italia”.
Il rapper descrive questa comunità come uno spazio autenticamente inclusivo, privo di dogmi soffocanti e discriminazioni: “Lì non importa chi ami, da dove vieni o quali siano i tuoi errori passati. C’è un’accettazione totale dell’essere umano. Ho ritrovato una dimensione spirituale che non pensavo potesse appartenermi, basata sul rispetto e sulla comunità, non sulla paura del peccato”.
L’atto d’accusa al rap di oggi: “Musica per nepo baby e benestanti”
Da pioniere assoluto del genere in Italia, J-Ax non risparmia critiche durissime all’attuale scena rap e trap nostrana, evidenziando una mutazione antropologica della cultura hip-hop che non condivide affatto.
“L’hip-hop è nato come la voce degli ultimi, come uno strumento di riscatto sociale per chi non aveva niente”, ricorda con fermezza. “Oggi la situazione si è completamente ribaltata: il rap è diventato la musica dei benestanti, dei nepo baby, dei ragazzi della Milano bene che giocano a fare i criminali”.
Ax contesta aspramente i contenuti dominanti nelle classifiche attuali, focalizzati quasi esclusivamente sull’ostentazione del lusso, del denaro facile e dei brand di alta moda. “Non c’è più un messaggio sociale, non c’è più critica, c’è solo il racconto di quanti soldi hai fatto e di quanti vestiti firmati indossi. È l’apoteosi del consumismo”.
Nonostante la dura requisitoria, l’artista ci tiene a scindere il giudizio sui messaggi da quello sulle capacità tecniche, salvando una parte della nuova generazione: “Dal punto di vista tecnico e metrico ci sono ragazzi che sono dei veri e propri mostri, hanno un talento incredibile nel far incastrare le rime e nell’usare la voce. Ma mi chiedo: se hai tutta questa tecnica e tutta questa visibilità, perché non la usi per dire qualcosa che lasci il segno, anziché parlare solo del tuo conto in banca?”.

Cinquant’anni e la rivoluzione della paternità: “Mio figlio ha resettato tutto”
Arrivato alla soglia dei cinquant’anni, J-Ax si trova a fare i conti con il tempo che passa in un genere musicale che, per sua natura, tende a glorificare la giovinezza e la ribellione adolescenziale. Un passaggio d’età vissuto senza complessi, grazie soprattutto alla paternità, che ha stravolto la sua scala dei valori.
“Invecchiare nel rap può sembrare una maledizione, ma per me è un privilegio se sai come farlo”, dichiara l’artista. “La nascita di mio figlio ha completamente resettato il mio cervello e le mie priorità. Prima l’unica cosa che contava era la carriera, l’approvazione degli altri, la prossima hit da piazzare in classifica. Ero costantemente in guerra”.
La presenza del figlio ha spento l’egocentrismo tipico del musicista, trasformando il modo stesso di concepire il futuro: “Oggi non sono più io al centro del mio universo. Quando guardo a quello che faccio, lo faccio pensando a che mondo sto lasciando a lui e a quale esempio gli sto dando. La paternità mi ha dato una pace interiore che non ho mai avuto in tutta la mia vita. Mi ha reso un uomo libero, anche dal bisogno ossessivo di avere successo a tutti i costi”.
Il “suicidio” commerciale e la rinascita: dalle cadute al miracolo Patreon
Nel corso del lungo dialogo con Gazzoli, emerge chiaramente il modus operandi che ha permesso a J-Ax di sopravvivere a trent’anni di mutamenti discografici: la capacità di “ammazzare” sistematicamente la propria versione precedente per ricostruirsi da zero.
Lo ha fatto quando ha chiuso l’epopea degli Articolo 31, affrontando il flop commerciale iniziale del suo primo album solista Di sana pianta.
“Per diventare autosufficiente e autoprodotto ho dovuto pagare una penale pesantissima all’etichetta, cedendo persino le edizioni di canzoni future”, confessa.
“Mi sono ricomprato lo studio, ho azzerato tutto e sono ripartito dall’underground a testa bassa”. Un rischio assoluto che si è ripetuto quando ha accettato la sfida televisiva di The Voice, un’esperienza che lo ha trasformato nello “Zio d’Italia” scardinando il pregiudizio di chi lo credeva un tossico.
Oggi la sua nuova sfida si chiama Country conscious, un genere che in Italia suona quasi come una follia commerciale, ma che per Ax rappresenta l’unico vero spazio di antagonismo rimasto, ora che il rap si è imborghesito.
A garantirgli questa totale anarchia artistica è quello che definisce il suo “momento miracoli”: il clamoroso successo del podcast indipendente Non aprite quella podcast, creato insieme a Matteo Lenardon e Pedar.
“Siamo una anomalia mondiale”, conclude orgoglioso Ax. “Non facciamo contenuti su TikTok, siamo in tre in una stanza senza troupe, eppure siamo il diciottesimo podcast al mondo con più subscriber su Patreon. Gli americani ci hanno chiamato per capire chi fossimo. Questa libertà economica e creativa mi permette di trattare la musica esattamente come all’inizio: un gioco puro, fatto solo per il piacere di farlo, ridendo in faccia al tempo che passa”.
