Jacqueline Luna Di Giacomo: il debutto di GiveMe a Roma tra moda sostenibile, emozioni e vita da mamma
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La fondatrice del brand GiveMe apre il suo primo pop-up store nella Capitale. Tra arte, riciclo creativo e la sfida di conciliare il lavoro con la maternità e l’amore con Ultimo, Jacqueline si racconta: “Voglio essere me stessa, senza scorciatoie”.
Dietro un cognome che pesa e le inevitabili luci della ribalta dovute alla cronaca rosa, si nasconde una giovane donna di 25 anni determinata a scrivere la propria “sceneggiatura”. Jacqueline Luna Di Giacomo non è solo la figlia di Heather Parisi o la compagna del cantautore dei record Ultimo, ma è la mente creativa dietro GiveMe, un brand nato quasi per gioco durante il lockdown a Los Angeles e ora pronto al grande salto nel mondo fisico.
Il 13 e 14 dicembre, il marchio che ha conquistato la community online approda a Roma con il suo primo pop-up store presso gli spazi del Re(f)use Carmina Campus.
Non si tratterà di un semplice negozio, ma di un vero e proprio atelier esperienziale.
La location, concessa da Ilaria Fendi, sposa perfettamente la filosofia di Jacqueline: dare una seconda vita a ciò che sembra aver esaurito la sua funzione.
GiveMe, infatti, nasce proprio dall’amore per il vintage e dalla pittura: capi recuperati, dipinti a mano e arricchiti da frasi intime tratte dai diari personali della fondatrice.
Tutto è iniziato in un momento di stallo globale. Mentre il mondo si fermava per il Covid, Jacqueline, allora studentessa di recitazione negli USA, ha trovato nella pittura su tessuto una valvola di sfogo.
“Sembra incredibile ma è nato tutto un po’ per caso quando mi trovavo in piena quarantena a Los Angeles”, racconta Jacqueline alle pagine di Vanity Fair.
Presa dalla noia, ha stampato le sue mani sporche di vernice su un vecchio paio di jeans, aggiungendo una frase che sarebbe diventata un manifesto: “we feel so safe in our nest we forget we have wings to fly” (“ci sentiamo così al sicuro nel nostro nido che dimentichiamo di avere ali per volare”).
Senza saperlo, stava trasformando l’abbigliamento nel suo diario personale, creando un ponte emotivo con chi, per strada, la fermava per chiederle dove avesse comprato quei pantaloni.

La filosofia di Jacqueline è chiara: nessuna scorciatoia.
Nonostante le offerte e le possibilità di affidarsi a grandi gruppi che avrebbero trasformato GiveMe in un colosso commerciale in tempi record, lei ha scelto la strada dell’indipendenza e dell’autenticità.
“La scorciatoia, per me, non è mai stata la via da prendere, nemmeno nella recitazione”, confessa.
Il suo team è composto interamente da under 30, inclusi il brand manager Simone Frulio e l’amica Camilla, esperta di vintage.
Un approccio che rivendica la voglia di costruire qualcosa di solido con le proprie forze, anche quando “in molti mi hanno incoraggiato a chiedere aiuto alle ‘persone giuste’ ma io ho sempre detto che voglio essere Jacqueline e basta”.
Oltre all’imprenditoria, c’è la vita privata, dolce e complessa come quella di ogni neomamma lavoratrice.
Jacqueline condivide la vita con il cantante Ultimo, con cui ha un figlio di un anno, il piccolo Enea. Conciliare tutto non è semplice. “Amo mio figlio ma per farlo ho bisogno di amare anche me stessa”, spiega con grande onestà, sottolineando l’importanza di ritagliarsi spazi per la propria creatività e individualità.
“Prima di essere mamma sono prima di tutto una donna, una ragazza di 25 anni che ha ancora voglia di uscire a cena con gli amici e di vivere come Jacqueline, non solo come mamma Jacqueline”.
Il pop-up store romano rifletterà questa sua natura poliedrica ed empatica. Non sarà solo un luogo per acquistare la “jacqua” (il giubbino in denim iconico del brand), ma uno spazio di interazione.
Ci saranno scatole per lasciare andare i pensieri negativi e manifestare i desideri, kit creativi realizzati con Giotto per creare la propria vision board e taccuini Pigna per tornare a scrivere a mano.
Un modo per portare offline quel dialogo intimo che Jacqueline ha instaurato con la sua community, dimostrando che dietro le paillettes dello spettacolo e i like dei social, c’è un desiderio profondo di connessione umana e sostenibilità reale.

