John Lennon, 45 anni dopo: la megalomania di Chapman e quell’odio viscerale per Yoko Ono
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L’8 dicembre 1980 il mondo perdeva il suo sogno. A distanza di 45 anni dall’omicidio che ha cambiato per sempre la storia del rock, emergono nuovi dettagli sulla psicologia distorta di Mark David Chapman: un mix esplosivo di narcisismo, frustrazione e un’avversione feroce verso la donna che stava accanto a John.
Un anniversario che pesa come un macigno
Sono passati quarantacinque anni da quella gelida serata a New York, davanti all’ingresso del Dakota Building. Eppure, il nome di John Lennon continua a risuonare con la stessa potenza di allora.
Non si tratta solo di celebrare il genio musicale di un ex Beatle, ma di riflettere su come la luce di un’icona globale sia stata spenta dall’oscurità di un uomo comune in cerca di una gloria malata.
Oggi, nel 2025, l’anniversario della sua scomparsa ci spinge a guardare oltre la tragedia, analizzando i motivi profondi che hanno armato la mano di Mark David Chapman.
Non fu solo il gesto di uno squilibrato, ma l’atto finale di una narrazione distorta alimentata da una megalomania senza confini.

La megalomania del “Nessuno”: perché Chapman scelse Lennon
Perché proprio John Lennon? La risposta risiede nel paradosso di un uomo che si sentiva una nullità e desiderava disperatamente diventare “qualcuno”. Chapman non era un fan deluso nel senso tradizionale; era un individuo che vedeva in Lennon lo specchio dei propri fallimenti.
Secondo le analisi psichiatriche e le testimonianze emerse nel corso dei decenni, Chapman era ossessionato dal libro Il giovane Holden di J.D. Salinger.
Identificandosi con il protagonista Holden Caulfield, vedeva nel mondo degli adulti — e in particolare nelle celebrità — un covo di “ipocriti”.
Uccidendo l’uomo più famoso del pianeta, Chapman credeva di poter acquisire la sua importanza, rubandone l’identità storica. Una megalomania deviata: se non posso essere amato come lui, sarò ricordato per averlo distrutto.

L’odio viscerale per Yoko Ono: il capro espiatorio
Un elemento centrale, spesso sottovalutato ma prepotentemente riemerso nelle recenti ricostruzioni, è l’odio profondo e viscerale che l’assassino nutriva per Yoko Ono. Chapman non vedeva in lei solo la compagna di Lennon, ma una figura manipolatrice che aveva “corrotto” l’integrità del suo idolo.
Nelle sue deliranti riflessioni, l’omicida attribuiva a Yoko la responsabilità di aver allontanato John dai Beatles e di averlo trasformato in un uomo dedito alla vita domestica e alla pace, lontano dall’immagine ribelle che Chapman aveva idealizzato.
Per l’assassino, Yoko Ono era l’intrusa, il demone che aveva rubato il “suo” Lennon. Questo pregiudizio, purtroppo condiviso da una parte della stampa dell’epoca, divenne nella mente di Chapman una giustificazione morale per il suo crimine.
Colpire Lennon significava, nel suo piano distorto, “liberarlo” o punirlo per essersi lasciato sottomettere da quella donna.

L’8 dicembre 1980: cronaca di una morte annunciata
La dinamica di quel giorno resta scolpita nella memoria collettiva. Il pomeriggio, Chapman si avvicinò a Lennon per farsi autografare una copia dell’album Double Fantasy.
C’è una foto celebre che li ritrae insieme: Lennon che firma, Chapman che guarda dall’alto. Un’immagine che oggi definiremmo da brividi.
Poche ore dopo, al ritorno di John e Yoko dallo studio di registrazione, l’epilogo. Cinque colpi di pistola, quattro dei quali andarono a segno.
Mentre Lennon esalava l’ultimo respiro, Chapman non fuggì. Rimase lì, a leggere il suo libro, aspettando che la polizia arrivasse per consegnarlo alla storia, seppur dalla parte sbagliata.

L’eredità di Lennon nel 2025
A 45 anni di distanza, la figura di John Lennon è più viva che mai. Il suo messaggio di pace e la sua musica continuano a ispirare generazioni che non erano nemmeno nate quando lui camminava per le strade di Manhattan.
Al contrario, Chapman resta un’ombra, un uomo a cui è stata ripetutamente negata la libertà vigilata, prigioniero non solo di una cella, ma della sua stessa ossessione.
Ripercorrere questi eventi non serve solo a ricordare chi abbiamo perso, ma a monitorare quanto pericoloso possa essere il mix tra culto della personalità e instabilità psicologica in un’era, come la nostra, ancora dominata dall’apparenza e dal desiderio di fama a ogni costo.

