Johnson Righeira a Il Fienile: dai successi mondiali all’Anfora in Canavese, il racconto senza filtri di un’icona pop
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Un sintetizzatore toccato quasi per caso in una cantina underground, una melodia ipnotica pensata per scherzo e un’intuizione futurista destinata a riscrivere indelebilmente le coordinate della musica pop italiana e internazionale. Nel ventiseiesimo episodio del podcast Il Fienile, condotto da Luca Zaia, Stefano Righi — in arte Johnson Righeira — ripercorre con straordinaria lucidità, autoironia e acume critico oltre quarant’anni di carriera straordinaria.
Quello che ne emerge non è soltanto il bilancio artistico del fondatore del celebre duo che insieme a Michael Righeira ha dominato le classifiche mondiali negli anni Ottanta, ma un ritratto umano denso, sincero, composto da vertiginosi successi planetari, rocambolesche avventure militari, ferite giudiziarie dolorosissime e un’inattesa rinascita bucolica legata alla passione per la viticoltura d’eccellenza.

Dalle radici sabaude alla folgorazione futurista
Per comprendere appieno l’estetica unica e dissacrante dei Righeira occorre scavare nelle radici torinesi di Stefano Righi. Cresciuto nel quartiere lavoratore di Barriera di Milano, Johnson sviluppa fin da giovanissimo una personalità vivace e un spiccato spirito autarchico.
L’incontro decisivo con Stefano Rota, il futuro Michael, avviene tra i banchi del Liceo Scientifico Einstein. È proprio durante le lezioni di educazione fisica che nasce lo pseudonimo destinato al mito: la passione per il calcio giocato porta i compagni a registrarsi con nostalgici vezzi brasiliani e Stefano sceglie il nome Johnson Righeira, ispirandosi ai suoni esotici e al fascino del pop internazionale.
I primi passi artistici si muovono nell’ambiente della controcultura torinese. Tra fanzine fotocopiate con recensioni dissacranti di dischi mai ascoltati e folgorazioni per il rock demenziale degli Schiantos, Johnson debutta nel 1980 con il 45 giri Bianca Surf.
Fin da subito la sua proposta rifiuta la facile omologazione agli stili d’oltremanica, preferendo rielaborare in chiave futurista, con giacche sartoriali confezionate dalla madre camiciaia e papillon neri, la grande tradizione della canzone italiana di fine anni Cinquanta e dei miti dell’epoca come Peppino di Capri.

La genesi di un mito e l’invenzione del tormentone
La svolta epocale avviene tra la fine del 1981 e i primi mesi del 1983. In una cantina fiorentina, condivisa in una serata underground persino con dei giovanissimi Litfiba, prende forma il demo originale di Vamos a la playa.
Originariamente concepita con sonorità new wave e sorretta da un testo distopico legato all’incubo nucleare della Guerra Fredda — un mare fluorescente privo di pesci e pervaso da venti radioattivi —, la canzone viene successivamente intuita e valorizzata dai fratelli Michelangelo e Carmelo La Bionda.
I celebri produttori intuiscono la carica potenziale del brano e plasmano l’arrangiamento dance che lo trasformerà in un terremoto discografico.
Il successo di Vamos a la playa è devastante. La traccia scala le classifiche di mezzo mondo, vende oltre tre milioni di copie e finisce persino per modificare il vocabolario della lingua italiana.
Il Dizionario Zanichelli del 1983 introduce infatti ufficialmente per la prima volta il termine “tormentone”, coniato appositamente per definire quella melodia ubiqua che radio, stadi e spiagge ripetono incessantemente.
L’eco della canzone travalica ogni confine temporale e geografico, arrivando decenni dopo a trasformarsi persino nell’inno ufficiale dei tifosi della squadra di calcio belga dell’Union Saint-Gilloise e a risuonare tra le comunità ancestrali del Lago Titicaca.
La parentesi militare tra strategie e sotterfugi al Festivalbar
Mentre Vamos a la playa staziona stabilmente ai vertici delle classifiche per ben sette settimane consecutive, Stefano Righi sta affrontando una realtà del tutto opposta: il servizio militare di leva nell’Esercito Italiano presso la caserma di Bellinzago Novarese.
Vivere la quotidianità fatta di marce, addestramenti e disciplina rigida mentre il proprio disco risuona in tutte le stazioni radiofoniche nazionali crea un contrasto quasi surreale.
Per ottenere i permessi indispensabili per partecipare alle registrazioni televisive e alla prestigiosa finale del Festivalbar, Johnson si trova costretto a ricorrere all’astuzia.
Dopo un trasferimento all’ospedale militare di Baggio per ipotetiche crisi depressive e un colloquio infruttuoso con la commissione medica, il cantante decide di giocarsi il tutto per tutto fermando lo psicologo nei corridoi.
Rivelando la propria identità artistica e la necessità improcrastinabile di registrare l’album, riesce a ottenere venti giorni di convalescenza straordinaria che gli consentono di adempiere agli impegni promozionali.
Negli anni successivi la scia dei trionfi non si arresta: nel 1985 i Righeira trionfano ufficialmente al Festivalbar con L’estate sta finendo — brano malinconico scritto da Righi appena ventenne — e nel 1986 approdano sul palco del Festival di Sanremo con Innamoratissimo, regalando performance dissacranti al fianco di colleghi del calibro di Loredana Bertè e Nino D’Angelo.

Il trauma del carcere e la forza della ripartenza
Nel 1993, nel pieno della maturità artistica, la vita di Stefano Righi subisce una tremenda e inaspettata battuta d’arresto. Coinvolto in un’inchiesta giudiziaria rivelatasi in seguito completamente infondata nei suoi confronti, l’artista viene arrestato e trascorre cinque mesi di custodia cautelare presso il carcere Due Palazzi di Padova.
L’impatto psicologico dell’isolamento e la sensazione che la carriera e la reputazione siano definitivamente compromesse segnano profondamente la sua interiorità.
Tuttavia, proprio la durezza di quell’esperienza si trasforma con il tempo in un momento di profonda crescita personale. Affrontando la privazione della libertà con dignità e scoprendo autentici valori di solidarietà umana tra i detenuti, Johnson riesce a superare il momento più buio della sua esistenza.
Una volta chiarita la propria totale estraneità ai fatti, la rinascita si concretizza attraverso una ricca serie di progetti sperimentali, apparizioni cinematografiche e collaborazioni musicali di spessore, tra cui spiccano i lavori con lo Stato Sociale, i Coma_Cose e la fondazione della label underground Cotto Rengo Recordings.

Dalla musica all’Anfora: il nuovo capitolo nel Canavese
Oggi Stefano Righi guarda al proprio passato senza rimpianti, conservando intatta la stessa vena ironica e dissacrante degli esordi. Residente tra Torino e le colline del Canavese, l’artista ha felicemente trasferito la sua carica creativa nella produzione vitivinicola di qualità.
Sotto il marchio Cotto Rengo — espressione piemontese che richiama simpaticamente il concetto di pazzia —, Johnson produce un stimato Erbaluce di Caluso affinato in anfora, denominato Erbaruscia, e un taglio rosso a base Barbera ribattezzato La Filiberta.
Dalle estati infinite della canzone pop alle vendemmie silenziose della campagna piemontese, la parabole artistica di Johnson Righeira si conferma come una delle testimonianze più autentiche, poliedriche e libere del panorama culturale italiano.
Un percorso capace di unire avanguardia estetica e popolarità di massa, dimostrando che la vera grandezza risiede nella capacità costante di reinventarsi senza mai prendersi troppo sul serio.
