Katia Follesa al PoretCast: il delirio comico tra successi, amore e verità senza filtri
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Anarchica, spontanea e dannatamente onesta: Katia Follesa si racconta nel salotto di Giacomo Poretti. Dagli esordi di Zelig alla terapia di coppia “salvifica” con Angelo Pisani, il racconto di una donna che ha scelto l’arte per salvarsi.
Un risveglio “delirante” alle 7:10 del mattino
La puntata numero 35 della quarta stagione del PoretCast non inizia come tutte le altre. In una Milano ancora assonnata, Giacomo Poretti accoglie un’ospite definita “fuori di testa”, capace di pretendere una registrazione alle 7:15 del mattino: Katia Follesa.
Tra freddo imbarazzante e un pubblico “assiderato” ma energico, la comica entra in scena con la sua solita carica dirompente, scherzando immediatamente sulla sua fisicità e su quel seno “ingombrante” che, a suo dire, arriva sempre prima di lei.
Il coraggio di non avere vergogna
Il tema centrale della chiacchierata è il coraggio del comico, specialmente quando è donna. Katia ricorda con orgoglio il ritorno sul palco di Zelig vent’anni dopo gli esordi, insieme alla storica compagna Valeria Graci.
“La donna comica non si deve vergognare”, afferma con convinzione. Per Katia, fare comicità pura significa togliersi la maschera naturale per indossare quella del comico, che può essere buffa o imperfetta, ma con l’unico obiettivo di far ridere.
Questa filosofia si traduce in un rifiuto netto dei modelli estetici imposti dai social.
La Follesa critica apertamente l’immagine irreale delle influencer che appaiono perfette a due giorni dal parto, rivendicando con orgoglio la “normalità” di un corpo che porta ancora i segni di una gravidanza avvenuta 16 anni prima.
Dalla holding finanziaria ai cracker in subaffitto
Dietro il successo televisivo e i sold out a teatro, c’è una storia di ambizione e sacrifici.
Prima della notorietà, Katia lavorava come segretaria in una holding finanziaria. “Rubavo la cancelleria”, confessa ridendo, prima di raccontare il salto nel vuoto: licenziarsi da un posto fisso per inseguire il sogno dell’arte a Milano, con “meno di zero” in tasca.
Gli anni della gavetta sono stati fatti di laboratori serali allo Scaldasole, cene a base di cracker o pizze economiche e una casa in subaffitto. Eppure, Katia descrive quel periodo come uno dei più felici, animato dal desiderio puro di scrivere e provare insieme a Valeria.
Amore, separazione e la “terapia salvifica”
Uno dei momenti più intimi dell’intervista riguarda il rapporto con Angelo Pisani. Nonostante la separazione, i due mantengono un legame profondo e armonioso. Katia rivela che la terapia di coppia è stata “salvifica”, permettendo loro di approdare alla separazione volendosi più bene di prima.
“Eravamo tutto tranne che coppia”, spiega, descrivendo due individui che si sono trovati per proteggersi l’un l’altro da retaggi adolescenziali difficili. Oggi, la loro figlia Agata, 16 anni, cresce circondata dall’amore di due genitori che, pur avendo intrapreso strade diverse, continuano a sostenersi.

La comicità come salvezza e la lotta con il cuore
Katia Follesa non nasconde le sue fragilità. Parla apertamente della sua cardiopatia (cardiomiopatia ipertrofica), una patologia che la porta a collaborare attivamente con l’ospedale San Donato. La comicità, in questo contesto, è stata la sua vera ancora di salvezza: “Potevo drogarmi… invece ho deciso di salvarmi grazie all’arte”.
Dopo anni in cui ha “congelato” la propria anima per difendersi dal mondo, Katia oggi si sente finalmente viva e capace di vivere appieno ogni emozione, dal pianto alla risata.
Con il suo nuovo spettacolo, “Ti amo, ma no vabbè mi adoro”, continua a calcare i palchi di tutta Italia, portando con sé quella genuinità che il successo non è riuscito a scalfire.
