La parabola d’ostinazione di Coez: dai graffiti nei tunnel della metro alla conquista del Vittoriale
#image_title
Il palco del Vittoriale di Gardone Riviera, uno dei luoghi più suggestivi e ricchi di storia della musica italiana, si prepara ad accogliere Silvano Albanese, in arte Coez. Quattro date fondamentali – la prima sabato 25 luglio, seguite dalle serate di domenica 26 luglio, sabato 1 e domenica 2 agosto – sanciscono una vera e propria consacrazione per il cantautore romano, fresco dei suoi 43 anni.
Non si tratta soltanto di un approdo prestigioso per chi da anni riempie palazzetti e stadi, ma del coronamento di un percorso artistico e umano che ha il sapore del “miracolo d’ostinazione”, come lui stesso lo ha definito nell’intima conversazione con Malcom Pagani all’interno del podcast di Chora Media, “Dicono di te”.
Ripercorrere la vita di Coez significa immergersi in una storia fatta di fratture precoci, deviazioni notturne, bombolette spray, lavoro duro e un’incessante ricerca di verità poetica.
Dalle periferie romane ai vertici del pop italiano contemporaneo, il cammino di Silvano dimostra come la costruzione di un’identità artistica solida richieda fondamenta profonde, gettate mattone su mattone, rifiutando ogni tipo di scorciatoia o illusione mediatica.
L’infanzia a Nocera Inferiore e la ferita dell’assenza paterna
Le origini di Silvano Albanese affondano le radici a Nocera Inferiore, dove è nato nel 1983 da genitori romani trasferiti in Campania per lavoro.
La famiglia mette al mondo tre figli, ma l’equilibrio si spezza prematuramente quando Silvano ha soltanto tre anni: il padre decide di andarsene, abbandonando la famiglia.
La madre si trova così costretta a fare ritorno a Roma per trovare supporto e rifugio nel nucleo familiare d’origine.
Quell’abbandono precoce lascia un segno indelebile nell’animo del futuro cantautore, una ferita che diventerà il motore primario della sua primissima produzione artistica e che troverà voce nel titolo emblematico del suo album d’esordio da solista, “Figlio di nessuno”.
Crescere senza una figura paterna significa imparare presto a fare i conti con un vuoto ingombrante e con la rabbia che ne consegue. Di fronte alle domande curiose dei compagni di scuola e degli estranei, il giovane Silvano rispondeva spesso con un’aggressività difensiva, uno scudo eretto per proteggere un dolore difficile da rielaborare.
Quella mancanza ha tuttavia generato un profondo senso di autosufficienza e una spinta viscerale a dimostrare al mondo il proprio valore.
Il dolore, anziché essere cancellato o edulcorato, è diventato per Coez materia viva da attraversare e plasmare nelle sue canzoni, senza mai cedere alla tentazione di passarci sopra con la pialla.

L’urgenza dei graffiti e la vita nei tunnel della metropolitana
Durante gli anni dell’adolescenza, frequentando l’Istituto di Istruzione Superiore Roberto Rossellini a Roma – storicamente conosciuto come Cine-TV –, Silvano scopre la sua prima viscerale passione artistica: i graffiti.
Tutto ha inizio per caso, osservando le immagini tridimensionali di lettere e forme complesse stampate su una rivista specializzata. Quell’impatto visivo lo folgora completamente, spalancando le porte a un mondo clandestino e affascinante.
I graffiti diventano per il giovane Coez un’ossessione quotidiana e un’affermazione esistenziale. Scendere di notte nei tunnel bui della metropolitana romana, sfidare il pericolo dei treni in corsa, eludere i controlli e rischiare la questura diventano azioni guidate da un unico bisogno di fondo: lasciare il proprio nome sui muri della città.
In un periodo di smarrimento e fragilità, vedere la propria firma impressa sui vagoni della metro significava urlare al mondo la propria esistenza. Sebbene oggi riconosca la natura vandalica e l’indifendibilità di quell’arte di nicchia, Coez attribuisce proprio a quell’esperienza illegale la conquista della dedizione e della costanza.
Imparare a fare un graffito ad arte ha richiesto anni di tentativi falliti e disciplina ferrea, una lezione di tenacia che si sarebbe rivelata fondamentale per il suo futuro nella musica.
La svolta personale, il professor Assumma e il rifiuto delle droghe
L’uscita dal mondo dei graffiti coincide con un doppio snodo cruciale della sua giovinezza. Da un lato, l’ambiente delle crew notturne inizia a tingersi di dinamiche noiose e violente, fatte di scontri fisici e risse da gang, contesti lontani dalla sensibilità di Silvano.
Dall’altro, a diciassette anni, la perdita drammatica di una persona cara e la comparsa di improvvisi attacchi d’ansia legati al consumo prolungato di cannabis lo spingono a tagliare drasticamente con le vecchie abitudini e le compagnie di sempre.
Smettere di fumare canne restituisce a Silvano una straordinaria lucidità cerebrale e un surplus di energia mentale che trova subito un nuovo canale d’uscita: la scrittura di testi rap e la pratica del freestyle.
È proprio in questa fase di transizione che si inserisce un episodio fondamentale accaduto tra le aule del Cine-TV. A seguito dell’ennesima nota e di un atteggiamento provocatorio, il severo professore di fisica, il professor Assumma, lo porta in presidenza e gli rivolge una domanda destinata a congelarlo e a scavare a fondo nella sua coscienza: “Ma tu come ti vedi tra dieci anni? Se non sai rispondere a questa domanda, quella persona non la diventerai mai”.
Quella provocazione diventa per Silvano un chiodo fisso. Compreso che nessuno gli avrebbe regalato nulla e che la situazione familiare richiedeva indipendenza economica, il futuro artista inizia a figurarsi concretamente il proprio domani.
L’immagine di sé legato alla musica e al suono diventa la rotta da seguire a tutti i costi. Anni dopo, mentre acquistava pannelli fonoassorbenti in uno smorzo romano per costruire il suo primo studio di registrazione da fonico diplomato, Coez rincontrerà per caso il professor Assumma, potendo mostrare in silenzio l’avvenuta risposta a quell’interrogativo profondo.
Dai Brokenspeakers alla creazione di un nuovo genere ibrido
Il percorso musicale di Coez parte dalle fondamenta della scena rap underground della capitale. Dopo le prime esperienze amatoriali, l’incontro con Nicco e Franz dà vita ai Brokenspeakers, un collettivo e una band di amici storici con cui Silvano condivide palchi angusti, chilometri in furgone e concerti infuocati organizzati nei centri sociali e nei club minori.
Quello dei Brokenspeakers è un periodo di divertimento puro e amore incondizionato per la cultura hip hop, un’epoca in cui lo stage diving tra la folla e la condivisione fraterna sostituiscono ogni velleità commerciale.
Tuttavia, Silvano comprende presto di possedere una sensibilità melodica singolare che travalica i confini stringenti del rap classico. Sfidando i pregiudizi e le inevitabili accuse di tradimento da parte dei puristi dell’underground, Coez inizia a sperimentare ritornelli cantati e strutture armoniche inedite.
L’obiettivo diventa chiaro: colmare l’enorme vuoto esistente tra il rap crudo e il pop mainstream italiano.
Il cammino verso questa sintesi originale passa attraverso collaborazioni decisive. L’incontro con Riccardo Sinigallia porta alla luce l’album “Non erano fiori”, un disco complesso e coraggioso in cui Sinigallia impone a Coez una severa disciplina artistica, spingendolo ad assumersi la piena responsabilità della propria scrittura emotiva.
Successivamente, la sintonia con Niccolò Contessa de I Cani contribuisce a definire un linguaggio sonoro moderno e generazionale, posizionando Coez al centro della nuova onda cantautorale e indie italiana.

Il no ai talent show e l’esplosione a 33 anni
L’ostinazione di Coez si evidenzia anche e soprattutto nelle scelte di campo nette e prive di compromessi. Nonostante le ripetute offerte ricevute nel corso degli anni da parte dei talent show televisivi, il cantautore romano ha sempre risposto con un rifiuto convinto.
Per Coez, la musica non può essere insegnata come una formula scolastica, e il meccanismo dei talent rappresenta un tentativo illusorio di costruire le case partendo dal tetto anziché dalle fondamenta.
L’esposizione mediatica immediata regalata dalla televisione rischia, secondo l’artista, di privare un giovane della propria vita normale e quotidiana, ovvero l’unica vera fonte da cui attingere storie e ispirazione per la scrittura.
Trovarsi catapultati nella celebrità senza possedere un repertorio solido o una maturità umana commisurata porta inevitabilmente al cortocircuito: si diventa incapaci di scrivere e si rischia di rimanere prigionieri della fama senza riscontro reale alle date dal vivo.
La svolta per Coez arrives all’età di 33 anni con il successo travolgente dell’album “Faccio un casino”. Non si è trattato di un miracolo improvviso o di un colpo di fortuna causale, ma dell’incastro perfetto tra la prontezza dell’artista e il passaggio del treno giusto.
Coez era pronto a salire su quel treno perché aveva lavorato duramente per oltre un decennio, accumulando mattoni, superando bocciature scolastiche, facendo i lavori più umili come il facchino e il montatore di palchi per i concerti altrui.
L’idolo Vasco Rossi e la filosofia della semplicità profonda
Nella visione artistica di Coez occupa un posto d’onore il mito di Vasco Rossi. Per il cantautore romano, Vasco rappresenta l’incarnazione perfetta della semplicità unita alla profondità emotiva: la capacità rara di lanciare una frase all’apparenza immediata che si deposita nell’animo dell’ascoltatore come un macigno insostituibile.
È a questo ideale di comunicazione diretta e viscerale che Silvano fa continuamente riferimento, cercando di evitare gli orpelli intellettualistici per arrivare dritto al cuore di chi ascolta.
Oggi, mentre si appresta a calcare il palco del Vittoriale di Gardone Riviera con il terzo capitolo del suo acclamato format acustico “From The Rooftop” – a cui seguirà un denso tour autunnale nei principali teatri italiani –, Coez mantiene uno sguardo disincantato e maturo sul proprio lavoro.
La malinconia rimane il filo rosso indelebile che tiene insieme tutta la sua discografia, ma la consapevolezza raggiunta gli permette di vivere la fama con prudenza e rispetto per le proprie origini.
La sua parabola insegna che il talento vero non si improvvisa e che le canzoni più belle nascono soltanto quando si ha il coraggio di vivere appieno la propria vita normale, affrontando a viso aperto i dolori, gli errori e le proprie imperfezioni.
