La paura come bussola: Carlo Lucarelli e il coraggio di guardare oltre il muro
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Sulla sommità della Torre Branca, sospesi a centodieci metri sopra il Parco Sempione di Milano, il vento e l’altezza sembrano il palcoscenico ideale per una riflessione profonda su ciò che più ci spaventa. Carlo Lucarelli, autorevole “maestro della paura”, si confessa ai microfoni di Fabio Volo in una puntata di Kong che scava ben oltre i confini del genere noir.
Nonostante la sua carriera sia costruita sul brivido e sul mistero, Lucarelli accoglie l’invito con un’ironica ammissione di vulnerabilità: soffre di vertigini e prova un’irrazionale repulsione per i crostacei, in particolare granchi e aragoste.
Questa fragilità dichiarata diventa il punto di partenza per esplorare come il timore, lungi dall’essere solo un limite, rappresenti in realtà uno strumento fondamentale di sopravvivenza e conoscenza.
La pedagogia del terrore e le radici dell’ansia
La conversazione scivola rapidamente verso l’infanzia, il luogo dove nascono i mostri che ci accompagnano per la vita. Lucarelli ricorda come la paura fosse spesso utilizzata dagli adulti come una forma di controllo sociale e pedagogico.
Lo scrittore cita Aldo Baldini e la sua definizione di “pedagogia terroristica dei nonni”, una pratica comune nelle campagne dove si evocavano creature oscure come la “Borda” per impedire ai bambini di avvicinarsi a luoghi pericolosi come i pozzi.
Persino le fiabe più classiche, come Hansel e Gretel, venivano lette sotto una luce inquietante, trasformando il momento della buonanotte in una prova di coraggio.
Questa narrazione del mostruoso non serviva solo a educare, ma rispondeva a un bisogno atavico e primordiale: la paura ci attira perché muove qualcosa di profondo, impedendoci di restare indifferenti davanti all’ignoto.

Il mistero del salotto buono: affrontare l’ignoto
Uno degli aneddoti più significativi condivisi da Lucarelli riguarda il superamento di un timore infantile legato a una stanza della casa dei nonni.
In quel corridoio, una porta socchiusa nascondeva un buio intermittente, squarciato da piccoli bagliori misteriosi. Per anni, quel corridoio è stato percorso di corsa, finché la necessità di smettere di scappare ha spinto il futuro scrittore ad aprire quella porta.
La scoperta è stata tanto banale quanto illuminante: a luccicare non era un mostro, ma il cellophane che ricopriva il divano del “salotto buono”, mai usato per timore di rovinarlo.
Questo episodio diventa un paradigma per Lucarelli: la maggior parte delle volte, affrontando ciò che ci spaventa, scopriamo che non c’era nulla di cui aver paura, ma se scegliamo di restare chiusi dietro un muro, il timore diventerà una prigione eterna.
Sicurezza reale contro controllo percepito
Il discorso si sposta poi sulla società contemporanea e sulla percezione della sicurezza nelle grandi città. Fabio Volo osserva come la presenza di militari o mezzi corazzati nelle stazioni non trasmetta necessariamente tranquillità, ma possa al contrario alimentare un senso di allerta costante.
Lucarelli concorda, sottolineando che la sicurezza non si ottiene aumentando il numero di poliziotti a ogni angolo o installando telecamere in ogni stanza, poiché il controllo fine a se stesso non risolve la radice del timore.
La vera sicurezza nasce dalla conoscenza e dal senso di comunità. Lo scrittore rimpiange quel tessuto sociale del passato dove ogni adulto si sentiva responsabile per i bambini del quartiere.
Oggi, in una società atomizzata, la diffidenza verso lo sconosciuto può essere vinta solo attraverso l’apertura e la volontà di conoscersi reciprocamente.
Il noir come intrattenimento e la responsabilità degli autori
Un altro tema cruciale toccato nell’intervista è la crescente morbosità mediatica verso la cronaca nera, che trasforma omicidi e tragedie in intrattenimento televisivo di lunga durata.
Lucarelli riflette sulla responsabilità degli scrittori di gialli, colpevoli in parte di aver abituato il pubblico a ritmi narrativi serrati che non corrispondono alla realtà delle indagini.
Se in un romanzo l’impronta di sangue trova un colpevole in poche pagine, nella vita reale occorrono mesi di perizie e controperizie. Il rischio è che il racconto del male diventi puramente voyeuristico, privando lo spettatore degli strumenti necessari per comprendere la realtà e finendo per aumentare l’angoscia collettiva anziché mitigarla.
Oltre il muro: la lezione dei Pink Floyd
In chiusura, la discussione approda alla metafora dei Pink Floyd in The Wall. Lucarelli e Volo riflettono su come ogni trauma e ogni paura non affrontata aggiungano un mattone a un muro difensivo che, alla fine, finisce per isolarci dal mondo.
Il rischio estremo è diventare “comfortably numb”, piacevolmente insensibili, protetti ma incapaci di sentire la vita. Il messaggio finale dello scrittore è un invito all’azione: la paura va usata come una chiave di lettura per esplorare il mondo.
Non bisogna chiudersi dentro le proprie certezze per sentirsi protetti, perché quella non è vera sicurezza, ma solo una lenta rinuncia alla vitalità.
Guardare fuori dalla Torre Branca, nonostante le vertigini, è il primo passo per non smettere mai di meravigliarsi di fronte alla complessità dell’esistenza.
