La verità su Morgan e il “suo” Marco Mengoni: un viaggio nell’universo parallelo del cantautore
#image_title
Nell’intervista televisiva nel programma “Ciao Maschio” andata in onda oggi 20 settembre, l’artista Morgan ha nuovamente fatto parlare di sé, scatenando reazioni contrastanti con le sue dichiarazioni a dir poco singolari.
Tra i vari argomenti toccati, uno in particolare ha catturato l’attenzione: il suo presunto ruolo nella carriera di Marco Mengoni.
Morgan, noto per il suo stile verbale diretto e la sua capacità di generare polemiche, ha affermato senza mezzi termini che “Marco Mengoni esiste perché l’ho scoperto io”.
Un’affermazione che ha del clamoroso, soprattutto se si considera il contesto e la storia che lega i due artisti.
Morgan si è dipinto come il mentore illuminato, il solo in grado di vedere il potenziale in un giovane “su cui nessuno avrebbe investito”. Questo, a suo dire, lo rende il creatore della stella Mengoni.
Tuttavia, la realtà dei fatti è ben diversa. Le memorie di chi ha seguito da vicino quella edizione di X Factor (l’edizione del 2009) sanno bene che la scoperta di Marco Mengoni non è stata un’iniziativa solitaria di Morgan.
Il merito, come ben noto, va a Peppe Nocera, allora autore del programma, che ha fortemente voluto Marco nel cast. L’atteggiamento di Morgan, inoltre, si è rivelato tutt’altro che da mentore.
Pochi si sono dimenticati del tentativo, nel 2010, di danneggiare la nascente carriera di Mengoni accusandolo pubblicamente di plagio. Un gesto che, pur non avendo avuto conseguenze legali, ha mostrato un lato oscuro e competitivo dell’artista.
Un egocentrismo senza limiti o un genio incompreso?
Questo episodio mette in luce una costante nella carriera di Morgan: la sua tendenza a vivere in un “universo parallelo” dove le sue percezioni si sovrappongono alla realtà.
Egli si descrive come un artista “scomodo”, “lucido” e “decostruito”, un paladino dell’etica in un mondo dominato dal guadagno.
Un’immagine che stride notevolmente con i fatti. L’intervista stessa è un esempio calzante di questa dicotomia. Morgan si professa umile e aperto al dialogo, ma al tempo stesso non esita a definire “disonesto” chi gli pone domande scomode.
Si descrive come un “elemento aggiuntivo” e non strutturale, un ruolo che a suo dire “non lo vive bene”, ma che a tutti gli effetti lui stesso ha contribuito a creare con le sue continue intemperanze verbali, come i famosi litigi con Arisa e Fedez a X Factor o la polemica con Bugo a Sanremo, che hanno contribuito a renderlo una figura più adatta a uno spettacolo circense che a un ruolo di spessore nel mondo della musica.
Morgan si sente strutturale, ma la sua percezione è offuscata da un ego che sembra non trovare pace. Egli si lamenta di essere marginalizzato dal sistema, nonostante i suoi successi. Ma il suo “caos”, che lui nega di creare, non è altro che il riflesso delle sue azioni.
La musica, a suo dire, è ordine, ma le sue dichiarazioni pubbliche e i suoi comportamenti hanno sempre generato disordine e polemica, allontanandolo da quella credibilità che lui stesso lamenta di non avere più.
L’Attacco a Jovanotti: il successo che non fa rima con l’arte
Un’altra vittima del suo verbo tagliente è stato Jovanotti. Morgan lo ha definito “furbo”, capace di cavalcare le mode senza fare “musica intelligente”.
Un giudizio che suona quasi come un’ammissione di frustrazione per un successo che Morgan, dopo la rottura con i Bluvertigo, non ha più saputo mantenere.
Nonostante le sue critiche, è innegabile che Jovanotti abbia dimostrato una capacità camaleontica, reinventandosi e mantenendo un rapporto solido con il pubblico. Qualità che, per un artista che si lamenta di essere “dimenticato”, sono decisamente invidiabili.
La verità è che la storia della musica italiana non è fatta solo di talento, ma anche di onestà intellettuale, rispetto e coerenza, qualità che Morgan sembra aver smarrito lungo il suo percorso.
E mentre Marco Mengoni continua a mietere successi grazie al suo talento e alla sua umiltà, Morgan continua a vivere nel suo universo parallelo, sognando una rivalsa che non arriverà mai se non cambierà il modo di raccontarsi. E forse, per una volta, sarebbe davvero saggio per lui rimanere in silenzio e sorridere.
