L’alchimia segreta di Niccolò Fabi: “Tra manoscritti medievali, motorino e canzoni, vi racconto la mia vita in penombra”
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Il tempo, per chi fa della parola una ragione di vita, non è mai una linea retta. Lo sa bene Niccolò Fabi, che si accomoda nei salotti di Tg1 Talks portando con sé quell’eleganza discreta e quel fare riflessivo che lo hanno reso uno dei cantautori più amati, stimati e profondi del panorama musicale italiano.
Un’intervista che diventa fin da subito una chiacchierata senza filtri, un viaggio intimo tra i ricordi del passato, le confessioni sulla genesi dei suoi brani e l’impegno mai gridato, ma profondamente radicato, nel sociale.
Accolto con calore, il cantautore romano gioca subito sull’equivoco del tempo televisivo, proponendo un ironico saluto universale per abbracciare chiunque si colleghi a qualsiasi ora della giornata.
Ma dietro il sorriso accennato, c’è una valigia piena di storie da raccontare, anniversari da celebrare e riflessioni che colpiscono dritto al cuore.
Il peso specifico delle parole e la responsabilità dell’artista
Il punto di partenza non può che essere il palco del Concertone del Primo Maggio, un evento che Fabi ha calcato di recente lasciando un segno indelebile con le sue dichiarazioni.
In quell’occasione, l’artista ha sollevato una questione fondamentale: il senso di responsabilità culturale e sociale che grava sulle spalle di chi ha il privilegio di parlare a una platea così vasta.
In un’epoca storica dominata da tensioni e polarizzazioni, le parole possono trasformarsi in pericolosi detonatori di individualismo, rabbia, aggressività e violenza.
Al contrario, se usate con cura e rispetto, possiedono la forza straordinaria di farsi amplificatori di sensibilità, attenzione verso l’altro e autentici messaggi di pace.
Fabi confessa la difficoltà intrinseca nel condensare pensieri così densi nei pochissimi minuti concessi dal ritmo televisivo e festivaliero, senza scivolare nella retorica o negli slogan facili.
Per il cantautore, la vera forza risiede da sempre nei testi delle canzoni, ma lo stimolo lanciato ai colleghi sul palco rimane un imperativo categorico.
Questa attenzione non deve limitarsi all’arte, ma deve tradursi in una responsabilità quotidiana e individuale: la pace si costruisce nei piccoli gesti, persino nel modo in cui la mattina chiediamo un caffè al bancone del bar.
Nessuno ha il potere assoluto di deviare il corso degli eventi globali, eppure la somma dei piccoli impegni quotidiani genera una forza potenziale immensa.
Cedere alla disillusione o al cinismo, chiudendosi nel disimpegno, è per Fabi l’errore più sterile, un modo per privare di senso la nostra stessa esistenza.

Dal bivio della filologia alle “canzonette”: come nasce un percorso in penombra
Scavando nel passato, l’intervista regala un momento di leggerezza e nostalgia proiettando le immagini della fine degli anni Novanta. Un giovanissimo Niccolò Fabi, all’epoca fresco di studi e visibilmente imbarazzato, calcava i primi palchi importanti affrontando l’ironia dei conduttori sui suoi celebri capelli e sul suo look.
Rivedersi a distanza di anni suscita un sorriso, ma offre anche lo spunto per rivelare un retroscena inedito sulla sua formazione. Prima che la musica travolgesse la sua vita, Fabi era un brillante laureato in Lettere con una specializzazione in filologia romanza e codicologia, ovvero lo studio dei manoscritti antichi.
Una tesi incentrata sulla catalogazione dei manoscritti medievali nel basso Lazio, realizzata al fianco della professoressa Caterina Tristano, che sembrava tracciare la strada per una solida carriera accademica e un futuro dottorato.
Studiare il Medioevo attraverso la lente dei testi antichi non era solo un dovere universitario, bensì una vera e propria fuga dalla realtà, il riflesso di un profondo senso di disagio nei confronti della contemporaneità.
C’era il fascino di andare a scovare storie, fantasie e abitudini quotidiane tra le righe scritte da un monaco cistercense del dodicesimo secolo. Poi, l’improvviso bivio esistenziale.
Alcuni provini musicali registrati su cassetta o CD vennero consegnati quasi per caso durante un pranzo a via Vezzana a Francesca Bianchi, che muoveva i primi passi nella casa discografica Virgin.
Quei brani piacquero subito, ponendo l’artista davanti a una scelta radicale: proseguire con i manoscritti o rischiare tutto con quelle che lui stesso definisce, con ironica modestia, “canzonette”.
La storia ha decretato il trionfo della musica, ma Fabi non nasconde che avrebbe potuto comunicare le sue passioni anche dietro una cattedra universitaria.
La sua dote principale, ammette con disarmante candore, non è una predisposizione naturale eccellente o una genialità innata nello scrivere, cantare o suonare.
La sua vera forza risiede nella capacità di tradurre la realtà in emozioni pure, comunicando ciò che si nasconde dietro la superficie della scrittura.
Oggi, l’artista vive la sua dimensione professionale in una sorta di penombra protettiva, lontano dalle pressioni mediatiche e dalle dinamiche competitive che caratterizzano grandi palcoscenici come il Festival di Sanremo.
Una scelta di serenità che a volte avverte come una piccola prigione dorata o una forma di timore, ma che gli permette di preservare intatta la propria libertà espressiva.
Il processo creativo: tra intuito scientifico e ispirazione sulle due ruote
Ma come prende vita una canzone di Niccolò Fabi? Il cantautore svela i dettagli di un processo creativo affascinante, che si sviluppa su due binari paralleli e indipendenti.
Da una parte c’è la ricerca sonora: l’artista ama sperimentare tra le mura di casa, registrando tappeti musicali, giri di chitarra, ritmiche di batteria e atmosfere che creano uno specifico stato d’animo.
Dall’altra parte si muove la creazione letteraria, che trova il suo habitat ideale nel movimento quotidiano. Fabi confessa di trovare la massima ispirazione mentre gira per le strade di Roma in sella al suo motorino.
È proprio fermandosi ai semafori della capitale che tira fuori il telefono per appuntarsi frasi, suggestioni e immagini stimolate dal flusso della città.
Successivamente avviene l’unione, un momento quasi alchemico che ricorda il lavoro di uno scienziato in laboratorio.
Fabi inizia ad ascoltare i provini musicali cercando di abbinarli ai testi scritti in precedenza, senza che l’uno debba sacrificarsi o piegarsi alle esigenze dell’altro.
Nella stragrande maggioranza dei casi i due elementi si respingono come corpi estranei. Ma quando scatta la scintilla magnetica e le due componenti si attirano, la sensazione è quella di assistere alla nascita di una nuova vita artistica.
Per Fabi, la musica non può prescindere dall’intensità e dalla verità dell’esperienza vissuta: scrivere per mestiere, su commissione o per tentativi produrrebbe solo canzoni medie e prive di quella vibrazione capace di bruciare e commuovere l’ascoltatore.
Una volta che il brano è completato e fissato su nastro, l’autore avverte un senso di appagamento totale e quasi di immortalità, lasciando che il successivo viaggio della canzone verso il pubblico diventi un aspetto secondario.
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Il dolore che unisce: l’Africa, il CUAMM e la nascita del trio con Silvestri e Gazzè
La vita di Niccolò Fabi è stata segnata da grandissimi successi, ma anche da ferite profonde e indicibili, come la tragica perdita della figlia nel 2010.
Un dolore immenso che la lingua italiana non riesce nemmeno a codificare con una parola specifica, a differenza di quanto accade in alcune culture africane dove tale dramma è purtroppo una tragica consuetudine quotidiana.
Davanti a quel bivio esistenziale, Fabi ha saputo incanalare una forza propulsiva enorme non verso la rabbia o il rifiuto degli altri, ma verso la solidarietà e la condivisione.
L’incontro con i Medici con l’Africa CUAMM e i successivi viaggi nel continente nero hanno rappresentato un momento di profonda transizione, permettendogli di ridimensionare la propria sofferenza inserendola all’interno del flusso universale della vita.
È proprio durante uno di questi viaggi in Sud Sudan, intrapreso per consegnare i fondi raccolti dalla sua fondazione al fianco di Don Dante Carraro, che si è incrociato il destino professionale e umano di tre grandi amici: Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri.
Reduci da un percorso comune iniziato nei piccoli locali romani a metà degli anni Novanta, i tre cantautori sentivano il bisogno di staccarsi dalle rispettive routine familiari e lavorative per confrontarsi sulle tappe della propria vita.
La coincidenza delle agende portò Gazzè e Silvestri ad accettare all’unisono la proposta di accompagnare Fabi in Africa.
Condividere le strade di terra rossa, il fango, i disagi e l’impatto emotivo con le corsie degli ospedali rurali ha spogliato i tre artisti di ogni certezza legata al loro status di cantanti di successo.
Da quell’esperienza autentica e totalizzante, che li ha visti scrivere brani direttamente sul posto, è nata l’ispirazione per il loro celebre progetto in trio, culminato anni dopo nel memorabile concerto evento al Circo Massimo.
Una testimonianza tangibile di come la vita extra-musicale resti il motore immobile e il senso più profondo di ogni opera d’arte.
