L’arte di essere Fulminacci: tra liste su iPhone, ansia e la “crociata” contro gli assoli
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In Fulminacci convivono due personalità ben distinte: l’artista capace di infiammare un palazzetto sold out e il ragazzo della porta accanto che, trenta minuti dopo l’applauso finale, si ritrova da solo a letto a guardare Marzullo.
Ospite di Alessandro Cattelan nel podcast Supernova, Filippo Uttinacci ha messo a nudo le sue fragilità, il suo rapporto quasi ossessivo con le parole e una visione del mondo musicale che rifugge i virtuosismi per abbracciare la semplicità.
Il campione della procrastinazione strategica
Filippo si definisce senza mezzi termini un “campione di paturnie e professionista di procrastinazione”. Ma non si tratta di semplice pigrizia; la sua è una procrastinazione specifica: impegnarsi strenuamente in compiti totalmente inutili pur di rimandare quelli necessari.
Un esempio? Scartavetrare e rilucidare un tavolo di legno proprio quando dovrebbe chiudere le ultime canzoni di un disco.
Questo “inganno” mentale serve a battere il senso di colpa: “Comunque oggi ho creato qualcosa”, confessa l’artista, sottolineando come il contatto fisico con la terra e gli oggetti lo aiuti a sentirsi meno in difetto rispetto alla sua produzione creativa.

Le note dell’iPhone: un archivio di parole e brand
Il rapporto di Fulminacci con il linguaggio passa attraverso liste minuziose salvate sul suo smartphone.
Una delle sue preferite riguarda la “volgarizzazione del brand”, ovvero quei marchi diventati nomi comuni per un’intera categoria: dallo Scotch al Rimmel, dallo Scottex all’Autogrill.
C’è spazio anche per le “territorialità esclusive”, una lista di cibi che sembrano non poter esistere senza il proprio luogo d’origine, come le “alici del Cantabrico” o i “pistacchi di Bronte”.
Queste osservazioni quotidiane, pur sembrando banali, sono il serbatoio da cui attinge per le sue metafore, cercando sempre di trasformare pensieri ingarbugliati in frasi intelligibili e semplici per il pubblico.
La crociata contro gli assoli e la ricerca della semplicità
Uno dei momenti più accesi dell’intervista riguarda la sua “personale crociata” contro gli assoli di chitarra “brutti” o fini a se stessi.
Per Fulminacci, il virtuosismo estremo spesso rompe l’incantesimo della canzone. “Il mio mondo è la musica leggera… la gente vuole cantare”, spiega, difendendo la scelta di brani che non superano quasi mai i tre minuti e che puntano dritti al cuore della melodia .
Questa ricerca della semplicità non è però una scorciatoia, ma il frutto di un lavoro enorme: Filippo ammette di aver bisogno di almeno tre stesure per ogni brano, tormentato dalla paura dell’effetto “cringe” su se stesso.

Gestire l’Ansia: Il Ballo come Terapia
Dietro la sicurezza sul palco, Fulminacci nasconde un’indole “piuttosto ansiosa”. L’ansia di essere costantemente ripresi dagli smartphone durante i live aggiunge ulteriore pressione a un lavoro che già lo espone al giudizio immediato.
Per contrastare questo stato, ha trovato una soluzione inaspettata: il ballo. Anche se dichiara scherzosamente che lui e la sua band sono “degli sfigati” che non sanno ballare, coreografare i movimenti sul palco gli ha cambiato la vita.
Seguire uno schema motorio preciso gli fornisce un “codice comportamentale” che lo rilassa e gli permette di vivere l’emozione del momento senza essere sopraffatto dall’agitazione .
Rock’n’Roll e routine: “Sono noiosissimo”
Se nell’immaginario collettivo la rockstar vive di eccessi, Fulminacci rompe lo stereotipo. Citando un aneddoto su Liam Gallagher — secondo cui il rock’n’roll finisce quando devi mescolarti il tè da solo — Filippo dichiara di essere “noiosissimo” durante i tour.
Niente feste post-concerto, ma solo acqua, esercizi per la voce e il ritorno a casa.
Per lui, la musica è una forma di professionalità estrema che richiede disciplina, lasciando gli “eccessi” solo a momenti sporadici, lontano dagli impegni lavorativi.
È proprio questa dedizione, unita a una sensibilità che lo porta ancora oggi a vergognarsi delle canzoni scritte al liceo, a renderlo uno degli artisti più autentici della scena contemporanea.
