Luca Parmitano tra la gestione della paura e il sogno lunare: la metamorfosi di un astronauta
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Il viaggio che trasforma un pilota militare d’élite in un astronauta dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea) non si esaurisce in un cambio di divisa. È una metamorfosi professionale, psicologica e, soprattutto, profondamente umana. A raccontarlo, con un mix irresistibile di umiltà, ironia e disarmante onestà, è Luca Parmitano, protagonista di una memorabile chiacchierata al Poretcast condotto da Giacomo Poretti, integrata dalle ultime straordinarie novità che lo vedono proiettato verso il futuro dell’esplorazione lunare.
L’ingannevole mito del superuomo: la selezione e la curva gaussiana
Nell’immaginario collettivo, l’astronauta è una sorta di Superman con parametri biologici impeccabili e capacità cognitive fuori scala.
La realtà descritta da “AstroLuca” è opposta: gli astronauti vengono selezionati per essere “nella media”. Chi vive agli estremi della curva gaussiana delle capacità umane paga sempre un prezzo altrove.
Nello spazio non servono eroi solitari o intelligenze troppo intense che complicherebbero la convivenza in pochi metri quadrati; servono persone facilmente addestrabili, empatiche e con un’altissima capacità di adattamento e cooperazione.
Il percorso di Parmitano inizia nel 2008, quando da giovane pilota sperimentatore dell’Aeronautica Militare decide di tentare il concorso ESA all’ultimo giorno utile, spinto dal proprio comandante.
Da un bacino iniziale di oltre 8.500 candidati, l’imbuto selettivo si stringe fino a una shortlist di appena dieci persone, per poi decretare i sei vincitori finali.

I test ad Amburgo e Colonia sono un concentrato di multitasking, coordinamento e giochi di ruolo cooperativi.
Ma lo scoglio più memorabile restano le visite mediche in Germania. Parmitano ricorda con ironia i dettagli fisicamente “più profondi” della selezione, come la sigmoidoscopia (l’analisi dei primi 40 centimetri dell’intestino terminale).
Tra evacuazioni d’emergenza vissute in prima mattina a tempo di record e infermieri tedeschi dall’atteggiamento gioviale, Luca ironizza sul fatto che l’idoneità spaziale passi anche da un intestino perfettamente pulito.
Gestire la paura: l’incidente che tenne il mondo col fiato sospeso
Selezionato nel 2009, Parmitano viene immediatamente catapultato negli Stati Uniti per un addestramento compresso in vista della missione Volare del 2013.
Centinaia di ore nei simulatori, nella gigantesca piscina della NASA e in realtà virtuale servono a un unico scopo: colmare la mancanza di conoscenza, che è la vera radice della paura.
Questo addestramento ossessivo è stato l’unico baluardo tra la vita e la morte il 16 luglio 2013, durante la sua seconda attività extraveicolare (EVA 23).
Con lo scafandro in avaria meccanica irreversibile, l’acqua del sistema di raffreddamento ha iniziato a invadere il casco, accumulandosi progressivamente a causa della microgravità fino a coprirgli occhi, orecchie e naso.
Al buio, completamente isolato nelle comunicazioni e impossibilitato a respirare dal naso a causa di una spugnetta di compensazione intrisa d’acqua che si era staccata, Parmitano ha dovuto fare affidamento sulla memoria muscolare e sulla conoscenza millimetrica della stazione.
Ha impiegato otto interminabili minuti per rientrare da solo e alla cieca nella camera stagna. Al momento della ripressurizzazione, nel casco c’era quasi un litro d’acqua.
A terra non si erano accorti della gravità della situazione perché il suo battito cardiaco era rimasto incredibilmente regolare: la paura non si era trasformata in panico, ma in azione focalizzata.
Lo shock del rientro e il dilemma del pangrattato
Se staccarsi dalla Terra richiede uno sforzo immane, il ritorno alla quotidianità riserva uno shock psicologico ed esistenziale persino peggiore.
Dopo aver trascorso 366 giorni nello spazio in cui ogni singola azione – persino riparare il bagno della ISS – possiede un valore assoluto per la sopravvivenza e la scienza collettiva, riabituarsi alla normalità è disorientante.

Luca confessa che dopo la prima missione, per sei settimane, non è riuscito a guardare il cielo stellato a causa di una nostalgia struggente e straziante.
Durante la seconda missione, lo scollegamento interiore si è palesato davanti allo scaffale di un supermercato americano. Quindici giorni prima stava riparando lo Spettrometro Alfamagnetico, un esperimento scientifico da 250 milioni di dollari; due settimane dopo si trovava paralizzato a dover scegliere tra duecento tipi diversi di pangrattato.
Un impatto emotivo che permette di comprendere i profondi dilemmi esistenziali che hanno colpito molti degli astronauti delle storiche missioni Apollo.
In viaggio verso la Luna: Artemis 3 e il futuro dell’umanità
Per restare astronauti, tuttavia, è necessario mantenere intatta la curiosità dei bambini e la voglia di guardare oltre la collina. Lo sguardo di Luca Parmitano è oggi rivolto a un progetto straordinario che unisce la comunità scientifica globale.
Dopo aver vissuto con profonda e “sana invidia” il successo della missione Artemis 2, che ha visto i suoi storici compagni di classe orbitare intorno alla Luna, l’astronauta italiano è pronto a scrivere una nuova pagina di storia.
Parmitano è stato infatti ufficialmente designato come pilota per la storica missione Artemis 3. Questa straordinaria operazione spaziale vedrà l’umanità fare ritorno sulla superficie lunare.
Non si tratterà di una semplice replica del programma Apollo, ma dell’inizio di una staffetta per trasformare l’essere umano in una specie interplanetaria, capace di accedere alle risorse illimitate dello spazio per preservare e migliorare la vita sulla Terra.
Perché, come ama ricordare AstroLuca con la sua tipica umiltà, la vera gioia non risiede nella contemplazione di un sogno irraggiungibile, ma nella concreta realizzazione di un grande progetto collettivo.
