Milo Infante a Verissimo tra amore, carriera e dolore: “Ho fatto un errore con mio padre che mi porterò dentro per sempre”
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Nel salotto di Verissimo, condotto da Silvia Toffanin, si è raccontato un volto simbolo del giornalismo d’inchiesta e dell’informazione quotidiana italiana: Milo Infante.
Un’intervista intima e intensa in cui il conduttore e cronista ha messo da parte il rigore professionale per far emergere l’uomo, il padre, il marito e il figlio.
Dagli esordi sognati guardando l’antenna di Cologno Monzese fino alle battaglie professionali, passando per i sacrifici della sua famiglia d’origine, il profondo legame con la moglie Sara e il commovente messaggio del figlio Daniele: il ritratto emerso è quello di un professionista appassionato che porta nel cuore i grandi casi di cronaca così come le proprie fragilità personali.
Il sogno da bambino a Villa San Giovanni e i 23 anni in RAI
L’intervista si apre con l’emozione sincera di chi è abituato a fare le domande e si trova, per una volta, dall’altra parte della telecamera. “Batte il cuore”, ammette Milo Infante accolto nel grande studio Mediaset. Un approdo che per il giornalista rappresenta un cerchio che si chiude.
Cresciuto a Villa San Giovanni, quartiere milanese al confine con Sesto San Giovanni e Cologno Monzese, Infante ricorda come da ragazzino osservasse il celebre “antenone” di Mediaset immaginando un futuro nell’informazione privata.
La passione per la cronaca era impressa nel suo DNA fin da piccolissimo, complice l’esempio del padre Massimo, noto inviato e cronista.
In un tema di seconda elementare si firmava già “dal vostro inviato Milo Infante”. Nonostante i tentativi del padre di dissuaderlo da una professione complessa e dispendiosa, il giovane Milo muove i primi passi nelle emittenti locali milanesi nei primi anni ’90, per poi approdare alla televisione pubblica.
La parentesi in RAI, durata ben 23 anni, viene ricordata dal conduttore senza rimpianti né amarezze: “Anni fantastici, anni di battaglie e di grandi soddisfazioni, anni di vita molto belli”.
L’ingresso nel gruppo Mediaset ha segnato l’inizio di un nuovo capitolo professionale. Un passaggio vissuto inizialmente con il timore di deludere chi aveva creduto in lui ma trasformatosi presto in un’esperienza d’affetto e rispetto reciproco con i nuovi colleghi.
Il ricordo drammatico del padre e il sacrificio dei genitori
Uno dei momenti più toccanti e commoventi dell’incontro con Silvia Toffanin riguarda il racconto della famiglia d’origine.
Dietro la corazza di un cronista d’assalto si nasconde la storia di una famiglia semplice e unita, cresciuta in un piccolo appartamento di 52 metri quadrati in Viale Monza a Milano.
Infante ricorda con rammarico un episodio dell’adolescenza, quando a 15 anni confessò alla madre Carla di vergognarsi di far venire i propri amici in una casa così modesta. Un’ingenuità giovanile a cui la madre non rispose con rabbia, ma con il silenzio.
Nel giro di poco tempo, con immensi sacrifici economici, la famiglia riuscì a cambiare casa. La reale portata di quei sacrifici Infante l’ha compresa solo da adulto, quando dopo la scomparsa dei genitori si è trovato a dover estinguere quel mutuo con il proprio lavoro.
Il dolore più grande, un peso che il giornalista confessa di portarsi dentro ancora oggi, riguarda però gli ultimi giorni di vita del padre Massimo.
A causa di una grave patologia e dell’impossibilità di assisterlo a casa dopo la perdita della madre, Infante fu costretto a ricoverare il padre in una struttura specializzata.
L’ultimo ricordo è il padre che, pur consapevole e lucido di testa ma debole nel corpo, gli chiede di portarlo via. Sopraffatto dalle responsabilità lavorative a Telelombardia e convinto a trent’anni che non vi fossero alternative, il conduttore tornò a casa; due giorni dopo il padre si spense.
Un episodio che rimane un doloroso punto di riflessione sulla fragilità dei rapporti umani e sul tempo dedicato agli affetti.
Il messaggio del figlio Daniele e la lezione sull’umiltà
L’emozione lascia il posto a una gioia profonda quando nello studio viene trasmesso il video-messaggio di Daniele, il figlio diciottenne nato dall’unione con la moglie Sara.
Il giovane, solitamente schivo e riservato, ha espresso parole di immensa stima verso il padre, definendolo il suo idolo e un modello di determinazione e umiltà.
Daniele ha raccontato come il padre gli abbia insegnato l’importanza del lavoro sodo, della fatica e del rispetto verso tutti, senza mai farsi accecare dalla visibilità televisiva. “Rimani umile, continua a lavorare a testa bassa”, è la frase guida che Milo Infante ha trasmesso al figlio.
Il conduttore ha condiviso anche il grande dolore sportivo vissuto dal ragazzo, promessa del basket fermata da tre gravissimi infortuni al ginocchio (con la rottura di crociato e menisco).
Un percorso tortuoso che richiederà un ulteriore intervento chirurgico, ma che evidenzia la grande forza di volontà e la passione viscerale del giovane, caratteristica ereditaria della famiglia Infante.
Sara, la “roccia” di casa e un matrimonio sopra le righe
Se la carriera rappresenta il motore professionale, la famiglia costituisce l’ancora di salvezza del giornalista. Milo Infante è legato da oltre vent’anni alla moglie Sara. “Lei è la mia roccia”, racconta il conduttore, “la roccia contro cui si infrange l’onda, per quanto violenta possa essere”.
Una coppia solida, riservata, che ama vivere la quotidianità tra le mura domestiche senza il bisogno di riflettori o vita mondana.
Non sono mancati aneddoti divertenti e surreali legati alla loro unione. Le nozze sono state celebrate da Don Antonio Mazzi, figura fondamentale nella vita di Infante.
Il giornalista ha raccontato di essersi avvicinato al matrimonio a quarant’anni senza aver mai ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Don Mazzi si è così occupato di amministrare battesimo, prima comunione e matrimonio in tempi record.
A fare da madrina di battesimo fu la collega Monica Leofreddi, che per un svista firmò il registro parrocchiale come madre del giornalista, scatenando la reazione divertita e piccata del sacerdote.
Infante si descrive ironicamente come un marito “pesante”, maniaco dell’ordine e perfezionista, che ama cucinare e gestire la casa secondo regole precise, trovando nella moglie la compagna paziente e insostituibile capace di equilibrare ogni aspetto della vita familiare.
L’impegno con la cronaca nera: da Denise Pipitone ad Alberto Stasi
La parte finale dell’intervista affronta il lato più intimo della professione di Infante: il rapporto con la sofferenza altrui.
Interrogato da Silvia Toffanin sul suo principale punto di fragilità, il giornalista ha ammesso che la difficoltà maggiore sta nell’assorbire il dolore delle persone al centro dei suoi servizi di cronaca.
Il pensiero va immediatamente a casi giudiziari e umani che hanno segnato l’opinione pubblica italiana, come la drammatica vicenda di Piera Maggio, la madre di Denise Pipitone.
Infante ha respinto con fermezza l’etichetta di chi lo definisce “ossessionato” dal caso di Mazara del Vallo: “Io non sono ossessionato da Denise, mi sento in colpa come dovremmo sentirci tutti di fronte a una madre lasciata troppo spesso sola nella ricerca della verità”.
Allo stesso modo, il conduttore ha citato la complessa vicenda di Alberto Stasi e la battaglia della madre che continua a professarne l’innocenza.
Per Milo Infante, spegnere le telecamere o chiudersi la porta di casa alle spalle non significa dimenticare i volti e le voci delle vittime. Il suo approccio al giornalismo rimane radicato sull’empatia, sulla partecipazione sincera e sul rifiuto della finzione spettacolare, confermandosi ogni giorno con i suoi appuntamenti televisivi tra Ore 11 e le prime serate d’inchiesta.
