Mirko Frezza a Ciao Maschio: il riscatto di un uomo dalla strada al grande schermo
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Nello studio di Nunzia De Girolamo a Ciao Maschio, l’attore Mirko Frezza ha ripercorso le tappe di una vita che sembra uscita da una sceneggiatura neorealista, ma che è stata, per molti anni, la sua dura realtà quotidiana. La sua è una storia di caduta e risurrezione, di errori e di una redenzione arrivata grazie all’amore per la famiglia e alla magia del cinema.
Il richiamo della strada e la solitudine
Tutto ha inizio in un quartiere difficile, dove le scelte sembrano già scritte per chi ci nasce. Frezza racconta di essere stato catapultato in quella realtà a soli 13 anni.
La molla che lo ha spinto verso la cattiva strada non è stata inizialmente una vocazione criminale, ma un profondo bisogno di appartenenza: il desiderio di far parte di qualcosa per non sentirsi solo.
Purtroppo, in quel contesto, chi gli ha aperto la porta rappresentava quella minoranza del quartiere, circa il 20%, che usava le persone per i propri scopi senza alcuna considerazione per la loro umanità.
Da quel momento, come si dice in gergo romano, l’attore ci ha “sguazzato”, entrando in un vortice di illegalità che lo ha portato più volte a fare i conti con la giustizia e a vivere l’esperienza del carcere.
Erano anni vissuti pericolosamente, con la consapevolezza nichilista di chi non ha nulla da perdere. Frezza ammette che in quel periodo non gli importava della propria vita; pensava che, se gli fosse andata bene, sarebbe morto giovane, mentre l’alternativa peggiore era “marcire” in prigione.
L’essere “seppellito vivo” dietro le sbarre era l’unica cosa che temeva davvero.

La scintilla del cambiamento: la famiglia
Il punto di svolta non è arrivato per un’improvvisa illuminazione spirituale o per un intervento delle istituzioni, ma per una presa di coscienza profondamente umana.
Mirko Frezza ha iniziato a capire che c’era qualcuno per cui valeva la pena cambiare: la sua famiglia. Lo “switch” fondamentale è avvenuto in un momento critico: l’arrivo del terzo figlio.
È stata sua moglie a porlo davanti a un ultimatum definitivo. Incinta per la terza volta, gli ha comunicato con fermezza che non poteva più continuare in quel modo: l’idea di andare ai colloqui in carcere con tre bambini era insostenibile e non avrebbe portato avanti la gravidanza se lui non avesse cambiato vita.
Questo “scossone” lo ha spinto a cercare una via d’uscita onesta. A 30 anni, Frezza ha deciso di andare a lavorare, pur non sapendo inizialmente che tipo di occupazione avrebbe potuto trovare con il suo passato.
Il cinema come ancora di salvezza
La fortuna, o forse il destino, ha voluto che un amico lo introducesse nel mondo del cinema. La sua carriera è iniziata dal basso, come Organizzatore di Scene di Massa (OSM) in produzioni americane, per poi passare al ruolo di stuntman.
La sua fisionomia particolare e il suo vissuto autentico non sono passati inosservati: un giorno gli è stato proposto di recitare delle battute, e da lì si è aperto un nuovo orizzonte.
La svolta artistica è arrivata grazie all’incontro con Alessandro Borghi, che ha creduto profondamente in lui, portandolo fino alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto nella sezione Orizzonti.
Il cinema è diventato per lui un sostituto delle istituzioni, offrendogli non solo una carriera, ma una vera e propria via di guarigione emotiva. È stato proprio sul set che Frezza ha imparato a piangere, specialmente durante le riprese di “Il più grande sogno”, il film ispirato alla sua stessa vita.
Quella pellicola gli è valsa un premio consegnato da Nanni Moretti, un riconoscimento che, nonostante lo scetticismo iniziale dell’attore verso il regista, si è rivelato fondamentale per consolidare il suo nuovo percorso.
Il perdono e la nuova vita
Oggi Mirko Frezza è un uomo che sta cercando di perdonare se stesso, un processo che considera essenziale per diventare veramente adulti.
Non è un percorso facile: sebbene la sua famiglia e gli amici più stretti lo guardino con orgoglio e gioia per il traguardo raggiunto, deve ancora scontrarsi con il pregiudizio di chi lo vede ancora come il criminale di un tempo, giudicandolo per ciò che era e non per l’uomo che è diventato.
Il confronto in studio con altri ospiti, come Massimo Ghini, ha sottolineato l’importanza dei premi all’inizio della carriera. Se per un veterano con oltre cento film alle spalle un premio può essere solo un oggetto in più, per chi sta ricominciando da zero, come Frezza, quel riconoscimento ha rappresentato la conferma che il cambiamento era possibile e reale.
