Processo Giulio Regeni, svolta storica a Roma: i pm chiedono l’ergastolo e tre condanne pesanti per gli agenti egiziani
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La lunga, dolorosa e complessa ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni ha raggiunto un punto di svolta fondamentale nell’aula bunker di Roma. A distanza di anni dal drammatico ritrovamento del corpo del giovane ricercatore friulano lungo la strada tra Il Cairo e Alessandria, la Procura di Roma ha formulato le sue richieste di condanna nei confronti dei quattro ufficiali dei servizi segreti egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio del ragazzo.
La requisitoria dei magistrati italiani rappresenta un atto di accusa durissimo che squarcia il velo di depistaggi, silenzi e mancate collaborazioni istituzionali da parte delle autorità del Cairo.
I pubblici ministeri hanno chiesto la pena dell’ergastolo per l’imputato principale e diciassette anni di reclusione per gli altri tre agenti coinvolti nella catena di comando che portò alla fine del ricercatore.
Le richieste di condanna della Procura di Roma
La richiesta più severa avanzata dai magistrati capitolini riguarda il colonnello Tariq Sharif, per il quale è stata invocata la pena dell’ergastolo.
Secondo l’impianto accusatorio, Sharif avrebbe avuto un ruolo di primo piano e di coordinamento nelle fasi più crude del sequestro e delle successive torture che hanno causato la morte di Giulio Regeni.
Forse spinti dal sospetto del tutto infondato che il giovane volesse finanziare una rivoluzione politica in Egitto, i militari hanno agito con inaudita violenza.
Per gli altri tre imputati, i pm hanno invece sollecitato una condanna a diciassette anni di carcere ciascuno. Si tratta del generale Tariq Sabir, del colonnello Athar Kamel e del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.
Nei loro confronti le accuse variano a seconda delle specifiche responsabilità individuate nel corso delle indagini, ma restano tutte all’interno di un quadro drammatico che delinea una vera e propria operazione di Stato finalizzata a reprimere l’attività di ricerca del giovane italiano, considerato erroneamente un elemento sovversivo.

Una ricostruzione drammatica tra torture e abusi
Nel corso della lunghissima requisitoria, i magistrati hanno ripercorso in aula le tappe di una vicenda che ha scosso profondamente l’opinione pubblica italiana e internazionale.
I pubblici ministeri hanno descritto con precisione clinica e drammatica il calvario subito dal giovane, evidenziando come i quattro agenti della National Security egiziana abbiano agito con spietata crudeltà e totale disprezzo dei diritti umani fondamentali.
L’accusa ha insistito sul fatto che Giulio fu sottoposto a pressioni fisiche e psicologiche devastanti all’interno di strutture carcerarie statali.
Le torture, descritte come feroci e operate a intervalli regolari da professionisti della violenza, sono culminate in lesioni interne ed esterne gravissime che ne provocarono il decesso per soffocamento a causa della rottura dell’osso ioide, prima che il suo corpo venisse brutalmente abbandonato sul ciglio di una carreggiata per simulare un evento differente.
Dal rapimento al Cairo al ritrovamento
Per comprendere la portata delle richieste avanzate oggi dai pubblici ministeri è necessario fare un passo indietro e ripercorrere i nodi centrali di questa drammatica storia, iniziata nei primi mesi del 2016.
Giulio Regeni, un brillante dottorando dell’Università di Cambridge, si trovava a Il Cairo per portare avanti una ricerca sul campo incentrata sui sindacati indipendenti egiziani, in particolare sulla complessa situazione dei venditori ambulanti.
Proprio il capo del sindacato autonomo degli ambulanti, Muhammad Abdallah, scambiando l’interesse accademico del ragazzo per una minaccia, decise di denunciarlo e venderlo ai servizi segreti civili egiziani, come emerso successivamente da alcune registrazioni video.
La sera del 25 gennaio 2016, in concomitanza con il quinto anniversario delle proteste di Piazza Tahrir e in un clima di massima allerta securitaria in tutta la capitale, Giulio scompare misteriosamente nei pressi di una stazione della metropolitana.
Da quel momento si perdono le sue tracce per nove lunghi giorni, trascorsi in un limbo di totale incertezza per la famiglia.
Il tragico epilogo arriva il 3 febbraio 2016, quando il corpo senza vita del ricercatore viene ritrovato nudo e martoriato sul ciglio di una superstrada alla periferia del Cairo.
Il muro di gomma dell’Egitto e i continui depistaggi
Le indagini successive sul delitto sono state caratterizzate da un perenne conflitto diplomatico e giudiziario tra Italia ed Egitto.
Fin dalle prime battute, le autorità del Cairo hanno messo in atto una fitta sequela di depistaggi nel tentativo di allontanare l’attenzione dai propri agenti segreti.
Inizialmente si è tentato di far passare l’accaduto come un semplice incidente stradale, per poi ipotizzare un regolamento di conti legato alla sfera personale del ragazzo o allo spaccio di droga.
Il picco della messinscena egiziana si è registrato nel marzo del 2016, quando le forze dell’ordine del Cairo hanno ucciso cinque presunti criminali comuni in una sparatoria, sostenendo che si trattasse della banda responsabile del rapimento del giovane italiano.
A riprova di ciò, la polizia fece ritrovare i documenti di Regeni nell’abitazione di uno dei malviventi uccisi. Le accurate verifiche guidate dalla Procura di Roma hanno tuttavia smontato l’intera messinscena, dimostrando che il passaporto era stato piazzato lì di proposito da un esponente della National Security per chiudere frettolosamente il caso.
Da quel momento, l’Egitto ha alzato un vero e proprio muro di gomma, rifiutandosi di fornire l’elezione di domicilio degli indagati, cancellando i filmati delle telecamere di sorveglianza della metropolitana e bloccando sul nascere ogni richiesta di estradizione avanzata dalla magistratura italiana.
Il valore del processo a Roma e i prossimi passi della giustizia
Nonostante il totale ostruzionismo istituzionale straniero, la determinazione degli inquirenti capitolini ha permesso l’apertura del dibattimento nell’aula di giustizia italiana.
Il processo si sta celebrando in contumacia proprio a causa della mancata collaborazione egiziana, ma le prove raccolte, che includono testimonianze oculari protette e dettagliati tracciati telefonici, hanno consentito di formulare accuse precise e circostanziate.
Presenti in aula a Roma, come in ogni singola udienza di questo estenuante percorso, vi erano i genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, accompagnati dall’avvocata della famiglia.
Per loro, le richieste espresse dai pubblici ministeri rappresentano un riconoscimento parziale ma fondamentale del dolore subito e della legittimità della loro battaglia civica e umana, riassunta negli anni dal celebre striscione giallo che chiede verità e giustizia.
La richiesta di ergastolo e delle condanne a diciassette anni chiude formalmente la fase della requisitoria, lasciando ora spazio alle arringhe difensive d’ufficio prima del verdetto della corte.
La sentenza di primo grado attesa per le prossime settimane non restituirà Giulio alla sua famiglia, ma scriverà una pagina indelebile nella storia della giustizia internazionale, dimostrando che i crimini di Stato non restano impuniti, anche quando a compierli sono i protetti di un regime straniero.
