Riccardo Cocciante e l’arte di essere “diversi”: così il Maestro ha trasformato le fragilità in un successo planetario
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Dalla cima della Torre Branca di Milano, sospesi a oltre cento metri d’altezza tra le nuvole e il vento, Fabio Volo e Riccardo Cocciante si incontrano per una conversazione che scava nel profondo dell’animo umano. Tra ricordi del Vietnam, successi come Notre Dame de Paris e la costante ricerca della bellezza, emerge il ritratto di un artista che ha fatto della sua unicità l’arma vincente.
L’elogio della diversità tra cielo e terra
In una serata milanese insolitamente calma, dove persino il drone che sorvola il Parco Sempione sembra muoversi con discrezione, il programma “Kong” ospita una leggenda della musica d’autore.
L’incipit di Fabio Volo è una riflessione semantica e filosofica: spesso usiamo la parola “diverso” per escludere e la parola “unico” per elogiare, dimenticando però che non esiste unicità senza diversità.
Come un blocco di marmo che Michelangelo liberava dal superfluo per far emergere l’opera d’arte, così ogni individuo dovrebbe imparare a liberare la propria essenza dalle gabbie della società e delle insicurezze.
Riccardo Cocciante incarna perfettamente questo concetto. Invitato a parlare di questo tema, il Maestro si confessa con umiltà, rivelando subito un lato umano inaspettato: la sua forte sofferenza per le vertigini.
Eppure, proprio in quel luogo sospeso, tra un disco registrato “in presa diretta” come si faceva una volta e i ricordi di cinquant’anni di successi, inizia un viaggio che parte da molto lontano, geograficamente e spiritualmente.
Dal calore del Vietnam al freddo dell’Abruzzo
La storia di Cocciante è un mosaico di culture e contrasti. Nato in Vietnam da madre francese e padre italiano, l’artista porta con sé i colori, gli odori e le luci accecanti dell’Oriente.
Ricorda con nostalgia i giochi nelle pozzanghere dopo la pioggia e la libertà di camminare scalzi, un’abitudine che rese il trasferimento in Italia, a undici anni, un vero e proprio shock culturale.
L’arrivo in Abruzzo segnò il primo impatto con la “schiavitù” delle scarpe, con il freddo della lana e con il bianco abbagliante della neve, mai vista prima.
In quel nuovo contesto, il giovane Riccardo si sentì profondamente “diverso”. Non parlava italiano, poiché la sua lingua madre era il francese, e non conosceva il calcio, il grande collante sociale dell’epoca.
Veniva preso in giro, chiamato “l’americano” o “il francese”, percependo la frizione di chi non si sente immediatamente accolto.
Tuttavia, proprio queste difficoltà sono state lo strumento per scavare dentro di sé. Quello che inizialmente sembrava un limite, si è trasformato nel terreno fertile per la sua arte.
La musica come voce dell’anima
Cocciante descrive la sua giovinezza come un periodo quasi “autistico”, in cui la comunicazione con gli altri era un ostacolo insormontabile. È stata la musica a salvarlo, diventando la sua vera lingua madre.
Autodidatta per necessità, si è inventato un modo di suonare il pianoforte per dare armonia alla sua voce, senza mai imparare a leggere o scrivere lo spartito in modo accademico.
È un approccio istintivo, quasi animalesco, tanto che Ennio Morricone lo chiamava affettuosamente “il gatto”, perché musicalmente cadeva sempre in piedi, trovando soluzioni armoniche inaspettate e geniali.
Il suo modo di cantare, atipico e intriso di una “cultura del grido” che rimanda ai grandi del blues come Otis Redding e Wilson Pickett, è stato inizialmente osteggiato.
Canzoni oggi iconiche come “Bella senz’anima” furono rifiutate dalla Rai dell’epoca perché considerate troppo distanti dai canoni melodici tradizionali.
Ma è stato proprio quel modo viscerale di essere “la canzone”, e non solo di interpretarla a memoria, a permettere al pubblico di impossessarsi della sua musica e di renderla eterna.
Il mistero della creazione e l’eredità di Notre Dame
Oggi Cocciante viene chiamato “Maestro”, un titolo che inizialmente faticava ad accettare ma che ora vive come un riconoscimento affettuoso, legato soprattutto al suo lavoro di “coach” e guida per i cantanti di Notre Dame de Paris.
Lo spettacolo, diventato un successo planetario capace di trionfare persino in Cina e Corea, rappresenta l’apice di una carriera costruita sull’incontro tra culture diverse.
Per Cocciante, la composizione rimane un mistero assoluto, un momento di illuminazione che dura una frazione di secondo e che l’artista deve essere pronto a materializzare.
È una ricerca della bellezza che non segue regole fisse, ma che anzi invita i giovani a imparare le regole per poi dimenticarle, cercando qualcosa di inedito dentro di sé.
La sua eredità è un invito costante a non omologarsi, a preservare i contrasti e a credere che ci sia sempre qualcosa di superiore, oltre la carne e le ossa, che ci spinge a creare e a connetterci gli uni con gli altri attraverso l’arte.
