Roberto Bolle: non solo eleganza. Il segreto tra danza, sacrifici e nuove sfide
#image_title
Roberto Bolle, l’Étoile della danza internazionale, è stato ospite del podcast Supernova di Alessandro Cattelan per una conversazione che ha svelato l’uomo oltre l’artista.
Oltre a discutere del suo ultimo libro e del suggestivo complimento di Michael Stipe, che lo ha descritto come “un cavallo lanciato al galoppo in un sogno al rallentatore”, Bolle ha toccato temi profondi: dalla rigorosa disciplina della danza classica ai pregiudizi superati, fino all’impegno per la salute mentale e il ruolo della sua Fondazione.

Il carisma in scena e l’illusionismo del movimento
L’intervista si è aperta con l’iconica frase di Michael Stipe, front-man dei R.E.M., che descrive il ballerino come una creatura di slancio e muscolatura, ma anche di “sogno al rallentatore”.
Bolle ha interpretato questa immagine come l’equilibrio tra l’energia del cavallo e la sua capacità di dosare le forze, mantenendo un “controllo sul corpo, sui muscoli” che rende il movimento, anche se rapidissimo, quasi rallentato.
A proposito delle sue foto statiche, ma dinamiche, nel libro , Bolle ha spiegato che il successo di questi scatti è un gioco a due tra il fotografo e il ballerino.
I fotografi amano ritrarre i danzatori perché possiedono una “capacità e una fisicità diversa”, portando sul set una presenza scenica e un’intenzione che vanno oltre la semplice posa.

Danza classica: non per tutti, ma per chiunque vuole provare
Affrontando il dibattito sull’estetica nel balletto, Bolle, insieme ad Alessandra Ferri, ha sottolineato una verità spesso scomoda: per raggiungere l’eccellenza nella danza classica accademica, sono richiesti “requisiti proprio fisici molto particolari”.
L’esempio più tecnico è il famigerato “collo del piede”, che deve essere “arcuato”. Alcuni ballerini lo hanno per natura, altri tentano di migliorarlo con metodi estremi, ma è un elemento cruciale, la cui mancanza è l’equivalente di una “stecca nel canto” per gli intenditori.
Bolle ha rivelato che la sua prima scuola era una semplice palestra a Trino Vercellese, in provincia. Questa prima, umile opportunità fu fondamentale, altrimenti non avrebbe mai potuto proseguire all’Accademia di Vercelli.
Vivere lontano e la disciplina del sacrificio
Il trasferimento a Milano a soli 12 anni per studiare alla Scala, vivendo in affitto da un’anziana signora, è stato un momento di grande responsabilizzazione e solitudine. Bolle riflette su come la danza lo abbia disciplinato, imponendogli regole e la costante ricerca dell’eccellenza fin da bambino.
Questa disciplina, fatta di rispetto per se stessi e per gli insegnanti, ha mantenuto il suo rigore nel tempo, rendendo l’ambiente della danza un luogo dove meritocrazia e attenzione al dettaglio sono ancora valori primari.
Nonostante i valori, Bolle ha ammesso che il talento da solo non basta: “ci sono stati… ragazzi con grande talento… che poi sono stati inespressi”. Mancano l’ambizione, la grinta, il carattere o la capacità di reggere l’enorme pressione del palcoscenico e del giudizio costante.
Nuove sfide: la Laurea Honoris Causa e la Fondazione
L’artista ha parlato della sua laurea honoris causa in “Pratiche, linguaggi e culture della comunicazione” dall’Università di Firenze. Questo riconoscimento celebra il suo ruolo divulgativo , ovvero come è riuscito a far uscire la danza dall’élite, rendendola accessibile a tutti attraverso iniziative come il programma televisivo e l’evento gratuito On Dance.
Infine, Bolle ha illustrato il progetto della sua Fondazione, che offre corsi di danza gratuiti in 11 scuole medie di periferia a Milano.
L’obiettivo è formativo ed educativo: dare ai ragazzi la possibilità di avvicinarsi a un mondo che altrimenti non farebbe parte della loro vita, aiutandoli a sviluppare consapevolezza del corpo, educazione e rispetto.
