Rocco Papaleo al PoretCast: tra blues, “sponzamento” e quella chitarra da 5.000 Lire
#image_title
C’è un’atmosfera particolare quando le luci del Teatro Oscar si accendono nel cuore della notte. È il momento perfetto per accogliere un artista che Giacomo Poretti definisce dotato di una “profondità notturna”: Rocco Papaleo.
In una chiacchierata che spazia tra l’orgoglio lucano e la spiritualità laica della musica, il regista di Basilicata Coast to Coast si è raccontato, confermando che dietro la sua flemma sorniona si nasconde un animo tormentato dal blues e da un amore viscerale per il racconto umano.
Il mito fondativo: una chitarra “a mezzi”
Tutto comincia con 5.000 lire e una chitarra acustica comprata a metà con un amico. Rocco la suonava sempre, l’amico se ne fregava, ma la madre dell’amico andò a protestare.
La risposta della madre di Papaleo? Un colpo di orgoglio (e 2.500 lire sbattute sul tavolo) per riscattare lo strumento e la libertà del figlio. Quella chitarra è stata il primo passo verso una carriera che, inizialmente, non prevedeva il cinema, ma solo la musica.

Dal (quasi) ponte sullo stretto al palcoscenico
Rocco Papaleo “Ingegnere” è un’immagine che fa quasi sorridere, eppure è stato un rischio reale. Dopo anni trascorsi a Roma senza dare esami a Ingegneria (e poi a Matematica), Rocco ha trovato il coraggio di dire ai genitori di voler fare l’attore .
“Invece di darmi un calcio nel sedere, mi hanno detto: vai, fai quello che ti senti”.
Da lì, una formazione atipica: una scuola chiamata pomposamente “Actor Studio” a Roma — che con quella di New York condivideva solo il nome — e un fondamentale corso di Mimo e Movimento.
La spiritualità del blues e il mistero del suono
Per Papaleo, la musica non è solo intrattenimento, ma una forma di spiritualità laica. Durante l’intervista, ha spiegato come il blues sia il contenitore perfetto per la malinconia, la sensualità e la “garra”.
“La musica è un movimento che va verso l’alto; se in alto c’è qualcosa, non lo so, ma la sensazione è quella di un’ascensione”.
Insieme a Giacomo, ha riflettuto sul mistero dei suoni che diventano emozioni: come dodici semplici note, codificate dai rumori della natura, riescano a far scaturire lacrime o quella che in Basilicata chiamano “carne alla gaddina” (la pelle d’oca).
Il cinema, il teatro e l’arte di “sponzare”
Sebbene il grande pubblico lo ami per i suoi film, Papaleo è categorico: “Il cinema è bello da vedere, ma il teatro è bello da fare”. Il teatro offre la risposta immediata del pubblico, quel calore che completa la messinscena.
Parlando del suo ultimo lavoro cinematografico, Rocco ha descritto un pellegrinaggio poetico verso il Pino Loricato, l’albero millenario del Parco del Pollino che sbuca dalla roccia, simbolo di resilienza estrema.
Il film vede come protagoniste delle detenute a fine pena, un’idea nata da una visita reale in un carcere femminile che ha profondamente colpito il regista .

Che cos’è lo “sponzamento”?
Durante il tour promozionale, Papaleo sta divulgando un verbo lucano: sponzare. Letteralmente significa “impregnarsi”, come gli ingredienti di una zuppa che, restando insieme, creano un sapore nuovo.
È la metafora perfetta per la sua idea di comunità: persone che, viaggiando e raccontandosi, finiscono per assorbire l’umanità dell’altro.
Calcio e amarcord: il tunnel come filosofia di vita
Non è mancato un momento dedicato allo sport. Ex tifoso interista “disamorato” e ora romanista per “cattive compagnie”, Rocco ha confessato il suo amore per il gesto tecnico, in particolare per il tunnel .
Ha ricordato con orgoglio un gol leggendario segnato in un torneo estivo: doppio tunnel e tiro di collo interno. Un “centravanti di manovra” (o “falso nueve” ante litteram) che preferisce la palla a terra e il virtuosismo alla fisicità esasperata del calcio moderno.
Rocco Papaleo si conferma un artista che non ha bisogno di maschere: che si parli di 2.500 lire o di alberi secolari, la sua è una ricerca costante di quell’armonia che, proprio come il blues, riesce a “condire ed esaltare i sapori della vita silenziosa”
