Sabrina Carpenter, l’album “Man’s Best Friend” e la provocazione di un pop “antiquato”
#image_title
Quando, a giugno, Sabrina Carpenter ha svelato la copertina del suo settimo album, Man’s Best Friend, il web è esploso. L’immagine, che ritrae la cantante inginocchiata mentre un uomo invisibile le afferra una ciocca di capelli, ha scatenato un putiferio tra i fan più giovani, non abituati a quel tipo di dibattito sulla sessualizzazione delle pop star, un tema antico quasi quanto il pop stesso.
E in molti si sono preparati a premere “play” in cerca di un’altra dose di rabbia e provocazione.
Ma chi si aspettava uno scandalo dai testi o dal look è rimasto sorpreso. La vera provocazione di Man’s Best Friend non è visiva, ma sonora.
L’album è stranamente, deliziosamente, antiquato. In un’era di produzioni digitali, dove l’attenzione si misura in secondi, Sabrina Carpenter e i suoi collaboratori (tra cui il super-produttore Jack Antonoff) hanno fatto una scelta audace: riempire il disco di strumenti dal vivo come clavinet, sitar e agogo, e renderlo ricco di così tanti ritornelli da sembrare sul punto di esplodere.

L’album è una replica a chiunque avesse etichettato successi come Espresso e Nonsense come pura frivolezza. È la prova che la musica pop non è solo un prodotto, ma un’arte.
Questo approccio si manifesta pienamente in brani come Manchild, il singolo principale. A un primo ascolto, la sua melodia sembra quasi “scorretta”, per dirla con le parole di un produttore esperto.
La seconda strofa ha una melodia completamente diversa dalla prima, che a sua volta cambia rispetto al bridge, il tutto mentre il pezzo galoppa su un groove rimbombante e country.
È una canzone che richiede un ascolto attivo, un’attenzione che la cultura dello streaming raramente concede.
Allo stesso modo, My Man on Willpower mescola testi di frustrazione sessuale con un’atmosfera eurodisco, mentre House Tour espande la brillantezza quotidiana di un brano come It’s My House di Diana Ross con versi semplici ma geniali.
E poi c’è la collaborazione con Jack Antonoff. Sebbene la sua onnipresenza nel pop lo abbia reso un po’ “persona non grata” agli occhi di alcuni, Man’s Best Friend è la prova inconfutabile del suo genio.
L’intesa tra lui, Carpenter, Amy Allen e John Ryan è impeccabile. Le tolleranze tra la scrittura e la produzione sono infinitesimali, elevando brani pop in produzioni brulicanti di dettagli che vorresti poter sezionare.

Brani come We Almost Broke Up Again Last Night, una piccola epica che culmina con un assolo di chitarra e archi vertiginosi, mostrano la loro capacità di trasformare un’idea semplice in qualcosa di grandioso e stratificato.
L’album nel suo complesso è un “cavallo di Troia” sonoro: sotto una superficie apparentemente leggera e ironica, si nasconde uno dei dischi pop più singolari e musicalmente provocatori dell’anno.
La principale preoccupazione lirica – gli uomini che trattano le donne come cani – viene trattata con una spensieratezza che si allinea all’immagine da Betty Boop di Carpenter, ma la sua esecuzione è espansiva e duratura.
Mentre i suoi album precedenti, pur solidi, sembrano quasi rudimentali al confronto, Man’s Best Friend è un vero e proprio arrivo creativo per Sabrina Carpenter, una dichiarazione che il pop può essere allo stesso tempo intelligente, meticolosamente prodotto e irresistibilmente divertente.
