Sarah Borruso: “Ero vittima e complice”. La rinascita oltre l’abisso di Alberto Genovese
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Il nome di Sarah Borruso è rimasto per anni incastrato tra le pieghe della cronaca nera, indissolubilmente legato a quello di Alberto Genovese e agli orrori di “Terrazza Sentimento”. In un’intervista fiume rilasciata a Luca Casadei per il podcast One More Time, Sarah non cerca giustificazioni, ma offre un’analisi chirurgica della propria metamorfosi: da “cucciola di casa” a giovane donna intrappolata in un meccanismo di manipolazione, fino alla faticosa risalita verso una nuova identità.
La “teca di vetro” e la fragilità delle origini
La storia di Sarah non inizia nel degrado, ma nel privilegio apparente di Milano 3. Figlia di un ex senatore e di una madre molto più giovane, Sarah cresce in quella che definisce una “teca di vetro”.
Questa protezione estrema ha però un prezzo altissimo: l’incapacità di stare al mondo da sola. “Mia madre rispondeva al telefono per me, non sapevo cosa significasse lo spirito di sacrificio”, confessa.
Questa fragilità la spinge, appena ventenne, a cercare conferme nella vita notturna milanese. Lavorare come hostess e PR nei club più esclusivi le regala per la prima volta un’identità: lì non è più solo la “figlia di”, ma una ragazza desiderata e influente.
È in questo contesto di luci abbaglianti e insicurezze profonde che avviene l’incontro con Alberto Genovese.

Il legame con Genovese: la manipolazione del “porto sicuro”
Quando Sarah conosce Alberto nel 2017, vede in lui non un predatore, ma un uomo carismatico e colto capace di sostituire la figura protettiva del padre, ormai anziano e malato.
Alberto è il “porto sicuro” che si offre di guidarla, ma il prezzo del biglietto è l’annullamento totale della propria volontà.
Il meccanismo della manipolazione affettiva descritto da Sarah è sottile e devastante. Alberto non impone la sua volontà con la forza bruta, ma attraverso il confronto costante: le racconta delle sue ex fidanzate, descrivendole come donne “libere” e disposte a tutto.
Per non sentirsi da meno, per non essere “scartata”, Sarah inizia ad accettare pratiche sempre più estreme. La sua identità viene smontata pezzo dopo pezzo: smette di lavorare, si allontana dalle amiche e finisce per vivere esclusivamente in funzione dei desideri di lui.
L’inferno delle sostanze e i diari del silenzio
Un dettaglio inquietante che emerge dall’intervista è il ruolo della droga. La cocaina non era per Sarah una fonte di piacere, ma un anestetico necessario.
“Usavo la sostanza per non sentire la fatica, per reggere i ritmi di Alberto, per non pensare a quello che stavo facendo”, racconta. In quel periodo, l’abuso è così sistematico che i due smettono quasi di parlarsi.
La comunicazione avveniva tramite diari: Sarah e Alberto si scrivevano messaggi su carta perché la parola era diventata un ostacolo, un segno di un’alienazione mentale profonda.
In questo stato di trance chimica, Sarah scivola nel ruolo ambiguo di chi assiste e partecipa a dinamiche promiscue e violente, convinta di essere in una favola moderna che era invece un incubo collettivo.
Il crollo: l’arresto e il paradosso della libertà
Il 6 novembre 2020, quando la polizia entra nell’appartamento di Genovese, il castello di bugie crolla. Sarah descrive quei momenti con una lucidità agghiacciante: mentre lui trema, lei prova ancora un istinto di protezione verso l’uomo che l’aveva trascinata nell’abisso.
Ma è solo l’inizio di una lunga e dolorosa presa di coscienza.
La vera rottura non avviene con le manette, ma con la scoperta del tradimento definitivo: Genovese sposa un’altra donna mentre è in carcere.
Quel gesto rompe l’incantesimo manipolatorio. Sarah capisce di essere stata solo una pedina in un gioco più grande. Da quel momento, il dolore si trasforma in spinta per il cambiamento. Nonostante l’etichetta infamante di “complice”, Sarah decide di non nascondersi più.

La rinascita a Roma: dalla colpa alla responsabilità
Oggi Sarah Borruso vive a Roma, una città che definisce la “culla della sua rinascita”. Ha canalizzato il suo trauma nello studio, laureandosi in psicologia e specializzandosi in psicologia giuridica.
Studiare i meccanismi della devianza le ha permesso di comprendere come sia potuta finire in quella spirale e, soprattutto, come uscirne.
Il suo percorso oggi passa per la giustizia riparativa. Sarah ha affrontato l’incontro con una delle vittime, un momento catartico in cui ha dovuto guardare negli occhi il dolore che la sua presenza, anche se passiva o offuscata dalle droghe, aveva contribuito a generare.
Oggi lavora per prevenire il rischio di suicidio in carcere e per aiutare altre donne a riconoscere i segnali di una relazione manipolatoria prima che sia troppo tardi.
Sarah Borruso non è più la ragazza della “teca di vetro”. È una donna che ha abitato l’inferno e ha scelto di tornare indietro per raccontarlo, trasformando la propria vergogna in una testimonianza di speranza e ricostruzione.
