Simple Minds: la svolta inaspettata di “Don’t You”
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Per molti, il nome Simple Minds è indissolubilmente legato a Don’t You (Forget About Me), l’inno generazionale del cult movie The Breakfast Club del 1985. Eppure, dietro il brano che li catapultò in vetta alle classifiche americane si cela una storia di esitazioni, sorprese e determinazione.
Nel documentario Simple Minds: Everything Is Possible, uscito il 13 giugno al cinema e on-demand, il frontman Jim Kerr ripercorre quel periodo con ironia e sincerità.
All’epoca, la band non era affatto convinta di registrare un brano scritto da altri – nello specifico da Keith Forsey (produttore di Billy Idol) e Steve Schiff – rompendo una regola che avevano sempre seguito: suonare solo musica propria.

“Quando Forsey ci diede la cassetta, nessuno la prese davvero sul serio”, racconta Kerr.
Solo settimane dopo, incuriositi dalla crescente insistenza della loro etichetta americana, i Simple Minds decisero di ascoltare il pezzo.
Il primo impatto? Tiepido. “Sembrava qualcosa dei Psychedelic Furs“, ricorda Kerr. Tuttavia, una chiamata diretta del regista John Hughes cambiò tutto.
“Ci siamo detti: proviamoci per un pomeriggio”, e così nacque – in sole tre ore – la versione definitiva di Don’t You, con tanto di inconfondibile coro “la-la-la-la” improvvisato in studio. Il risultato fu travolgente.
Il documentario, diretto da Joss Cowley, non si limita al racconto del singolo successo planetario.
Attraverso le voci di artisti come Bob Geldof, Molly Ringwald e Dave Gahan dei Depeche Mode, viene raccontata l’ascesa della band dalle radici punk a Glasgow, passando per il progetto iniziale Johnny and the Self Abusers, fino alla formazione dei Simple Minds e al loro sound distintivo, forgiato con l’album New Gold Dream (81/82/83/84).

Negli anni ’80, il gruppo si affermò in Europa grazie alla fusione di post-punk, art rock e pop d’avanguardia.
Poi, con Once Upon a Time e brani come Alive and Kicking, esplose anche negli stadi. Parteciparono al Live Aid nel 1985, vivendo un momento storico accanto ai giganti della musica.
Ma la parabola dei Simple Minds non è stata solo in salita. Gli anni ’90 e 2000 portarono crisi, cambi di formazione, e un Kerr tentato più volte dal ritiro.
Eppure, ogni volta, la passione ha avuto la meglio. “Forse i media non scrivono più di te”, dice Kerr, “ma internet ti permette di trovare ancora chi ti ascolta”.
Oggi, con una formazione rinnovata e un tour nordamericano in corso, i Simple Minds vivono una nuova giovinezza. “Abbiamo ancora molto da dimostrare”, afferma Kerr. E sul futuro? “Ci sarà una fine, certo. Ma sarà all’altezza della nostra storia. E sarà un finale degno.”
Per ora, i Simple Minds non hanno alcuna intenzione di farsi dimenticare.

