Stefania Andreoli e l’illusione del click: dalla trappola dei social alla crisi degli adulti
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Esiste una violenza educativa? Il proibizionismo digitale funziona davvero con gli adolescenti? E perché l’iper-semplificazione della psicologia su Instagram rischia di fare danni incalcolabili? A queste e altre domande scomode risponde la psicoterapeuta e scrittrice Stefania Andreoli, tornata come ospite nel podcast Supernova condotto da Alessandro Cattelan.
Con il rigore della sua formazione psicoanalitica e una schiettezza priva di filtri, la celebre terapeuta traccia un’analisi impietosa sulla società contemporanea, puntando il dito contro la regressione degli adulti, l’ipocrisia dei social e le derive della divulgazione digitale.
Il Vietnam dei social e l’inganno della psicologia in cinque punti
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria esplosione del tema della salute mentale sulle piattaforme digitali.
Concetti complessi, un tempo riservati ai testi specialistici, sono diventati di dominio pubblico, trasformandosi in una narrazione pop.
Termini come narcisista, relazione tossica o ADHD vengono ormai abusati quotidianamente per etichettare qualsiasi comportamento sgradito o semplice dimenticanza.
Stefania Andreoli, che riconosce di aver aperto la strada in Italia a questo tipo di comunicazione con un profilo dai numeri straordinari, esprime oggi una profonda preoccupazione per l’evoluzione del fenomeno, definendo i social come un vero e proprio Vietnam.

Il cuore del problema risiede nell’iper-semplificazione di una materia infinita come l’essere umano.
Molti profili di colleghi o professionisti digitali diffondono grafiche e linee editoriali studiate ad hoc per fidelizzare il pubblico, promettendo di spiegare in cinque mosse come lasciare un partner manipolatore o come riconoscere un attaccamento evitante.
Questa infodemia produce un inganno pericoloso: l’illusione nei follower di aver compreso dinamiche profonde semplicemente ascoltando un podcast o leggendo un post.
La vera psicoterapia richiede spazi, tempi e un approfondimento che i social, strutturati sull’economia delle clip e del click facile, non possono garantire.
Questa riflessione nasce anche da un’esperienza personale della Andreoli, legata al lancio del suo romanzo Un’ottima famiglia.
Una sua precedente affermazione sul fatto che non si dovrebbe dire troppo facilmente “ti amo” ai figli, per non creare una vischiosità affettiva priva di vie di fuga, era diventata virale scatenando una tempesta mediatica.
A ferire la professionista non sono stati gli insulti degli utenti comuni, ma la strumentalizzazione della sua stessa categoria.
Decine di colleghi hanno cavalcato il trend per fare instant marketing ed engagement, costruendo reel contro di lei al solo scopo di raccogliere visualizzazioni, evidenziando come il confine tra servizio all’utenza e monetizzazione sia diventato instabile.
Gestione del conflitto e potenziale aggressivo: esiste una violenza giusta?
Uno dei passaggi più provocatori dell’intervista tocca il tema dell’aggressività e delle risse giovanili, partendo dall’aneddoto di un incontro clandestino di boxe organizzato in una scuola di Modena.
Andreoli invita a non cadere nell’errore di considerare i ragazzi di oggi come intrinsecamente più violenti rispetto al passato, sebbene gli episodi di cronaca attuali si presentino con una gravità inedita e priva di gradualità, come i casi di aggressioni fisiche agli insegnanti.
La terapeuta sottolinea l’importanza di non confondere l’apologia della violenza con la necessità psicologica di riconoscere e collocare il potenziale aggressivo umano.
La nostra società contemporanea si dichiara rigidamente ripulita e non violenta, condannando ogni forma di scontro, ma si dimostra nei fatti estremamente violenta e intrisa di una passivo-aggressività imbarazzante.
Ai giovani uomini viene tolto ogni spazio simbolico per il corpo a corpo, per il conflitto o per la gestione della rabbia.
L’essere umano è un animale che viene al mondo squarciando il corpo della madre, e l’aggressività è una componente innata che la cultura ha il compito di regolare, non di negare.
In psicoanalisi esiste un meccanismo di difesa chiamato formazione reattiva, spiegabile con l’esempio di un sentimento inammissibile che viene trasformato nel suo opposto, come l’odio che maschera un’attrazione.
Nei ragazzi, la rabbia spesso non è vera rabbia, ma l’unico modo primitivo che conoscono per toccare qualcuno ed entrare in contatto.
Se un adolescente non viene aiutato a comprendere e canalizzare questa forza attraverso il pensiero e la parola, il rischio controfobico è che quel disagio represso si trasformi in qualcosa di distruttivo, portandolo a girare con un coltello nello zaino.
La vera emergenza: la latitanza e l’infelicità degli adulti
Dietro la crisi dei ragazzi si nasconde in realtà una gravissima crisi della classe adulta che ha smesso di fare il proprio mestiere.
Rispetto alle generazioni precedenti, dove il confine tra giovani e grandi era netto ed era evidente che diventare adulti fosse conveniente, oggi assistiamo a una totale sovrapposizione culturale.
Padri e figli vestono allo stesso modo, ascoltano la stessa musica, giocano ai medesimi videogiochi e condividono la stessa identica dipendenza dallo smartphone.
Questo livellamento priva i giovani di un punto di arrivo credibile. Molti pazienti adolescenti confessano che l’idea di crescere per diventare specchi della frustrazione, dell’inconsistenza e dell’infelicità dei propri genitori non è affatto stimolante.
L’infelicità degli adulti trova la sua perfetta fotografia nei commenti d’odio sui social network, dove la violenza verbale viene scaricata quotidianamente contro chiunque, come accaduto di recente a un collaboratore del programma per aver semplicemente espresso il proprio disinteresse verso gli animali domestici.
A questo proposito, Cattelan e Andreoli affrontano anche il fenomeno del legame esasperato con gli animali nelle grandi città come Milano, dove si fanno meno figli rispetto alla provincia e l’animale domestico finisce per diventare una forma di relazione sostitutiva dal punto di vista affettivo.
Anche sul tema del proibizionismo tecnologico, come la proposta britannica di vietare i social fino ai 16 anni, la psicoterapeuta si dichiara contraria.
L’adolescenza ha strutturalmente il compito evolutivo di aggirare le regole, e isolare i ragazzi per poi lanciarli nell’arena digitale a 16 anni senza alcuna preparazione si rivela una scelta fallimentare.
La soluzione non risiede nel colpevolizzare lo strumento tecnologico per deresponsabilizzare gli adulti, ma nel proporre una presenza educativa autentica.
Oltre lo schermo: il gioco del vero o falso e il debutto a teatro
Per scardinare i cliché che circondano il mondo dei giovani, la psicoterapeuta si è prestata a un rapido gioco di tesi contrapposte proposto da Cattelan, rispondendo con secchi “vero” o “falso” ad alcuni dei più comuni luoghi comuni.
Ha così ribadito che i social network non sono la causa principale del disagio giovanile, che il confinamento di un figlio in camera con il telefono non è matematicamente un campanello d’allarme e che, nel rapporto con gli adolescenti, fare l’amico funziona decisamente peggio che fare il genitore.
Ha inoltre confermato che un tempo i ragazzi rispettavano di più i professori e che i maschi fanno molta più fatica delle femmine a esprimere ciò che provano nel profondo.
La necessità di fuggire dalla bidimensionalità dei social e di ritrovare un contatto umano e autentico ha spinto la Andreoli verso un progetto totalmente inedito per un terapeuta: il teatro.
Con il suo tour teatrale intitolato La mente in scena, la dottoressa ha portato sul palco una vera e propria pièce drammaturgica originale scritta per il teatro.
Si tratta di un’esperienza che unisce divulgazione clinica e recitazione, concepita per far emozionare e riflettere il pubblico senza le iper-semplificazioni dei manuali o delle regolette preconfezionate.
Gli appuntamenti sul palco restano comunque limitati ai fine settimana poiché, come rivendica con orgoglio la stessa Andreoli, il lavoro clinico in studio con i pazienti dal lunedì al giovedì rimane un setting sacro e inviolabile, dove il telefono resta spento e l’incontro con l’umano torna a essere l’unica cosa che conta davvero.
