Tredici Pietro si racconta a radio DeeJay: da Sanremo 2026 al segreto del suo nome
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Il palco dell’Ariston è appena stato smontato, ma l’eco delle performance più sorprendenti continua a risuonare. Tra queste, spicca senza dubbio quella di Tredici Pietro, reduce da una partecipazione a Sanremo 2026 che ha segnato un punto di svolta nella sua carriera con il brano Uomo che cade.
Ospite di Linus e Nicola Savino a Deejay Chiama Italia, il rapper bolognese ha svelato i retroscena della sua evoluzione artistica, il peso (e la forza) del suo cognome e quel legame indissolubile con una “collettività” che porta scritta nel nome.
Il mistero del “13”: non un numero, ma un gruppo di amici
Molti si chiedono perché Pietro Morandi abbia scelto un prefisso numerico così marcato. La spiegazione affonda le radici nella sua adolescenza a Bologna.
“Tredici Pietro” nasce da una collettività: era il nome dato da un amico, oggi suo grafico, con cui Pietro muoveva i primi passi nel rap.
Il nome rappresenta un tributo a un gruppo di tredici amici che hanno iniziato insieme il percorso musicale. Sebbene nel tempo gli altri dodici abbiano smesso di fare musica, Pietro ha deciso di continuare portandoli idealmente con sé in ogni traguardo.
Una scelta che, curiosamente, non ha trovato subito il favore materno: sua madre Anna, infatti, temeva che il numero tredici portasse sfortuna.
L’ombra di Gianni Morandi e la fuga a Londra
Essere il “figlio di Gianni” non è mai stato un percorso semplice per Pietro. Durante l’intervista, è emerso chiaramente il suo bisogno di indipendenza.
Subito dopo la maturità, a 18 anni, Pietro è letteralmente “scappato” di casa per trasferirsi a Londra. L’obiettivo era chiaro: trovare un’autonomia economica che gli permettesse di decidere del proprio destino senza dover ringraziare nessuno.
Nonostante le apparenze, la sua non è stata un’infanzia da “figlio viziato”: Pietro ha raccontato di come dovesse guadagnarsi la paghetta pulendo casa o dando lezioni di inglese alla madre.
Proprio la passione per il rap e i film in lingua originale lo hanno aiutato a padroneggiare l’inglese, una competenza che gli ha permesso di cavarsela durante gli anni all’estero.

L’evoluzione musicale: dal “odio il rap” a Sanremo
Il rapporto di Pietro con il genere musicale che oggi lo vede protagonista è stato conflittuale. Solo pochi anni fa, nutriva quasi una repulsione verso certi suoni.
“Se il Pietro di cinque anni fa ascoltasse le canzoni che faccio adesso, mi avrebbe schifato”, ha ammesso con sincerità. Questa evoluzione lo ha portato fino alla collaborazione con Di Martino, che ha curato l’arrangiamento “dark” e orchestrale di Uomo che cade.
L’esperienza sanremese è stata una prova emotiva senza precedenti. Pietro ha confessato di aver trattenuto a stento le lacrime durante le prove con l’orchestra di 70 elementi.
Passare dalla musica programmata al computer dello studio di registrazione alla potenza di una vera sezione d’archi è stato un momento di realizzazione profonda.
Il duetto con papà Gianni su Vita
Uno dei momenti più toccanti di Sanremo 2026 è stata l’esibizione nella serata delle cover, dove Pietro ha cantato Vita insieme a suo padre Gianni.
Un omaggio a Lucio Dalla e alla storia della musica italiana che ha commosso persino l’eterno ragazzo di Monghidoro. Pietro ha rivelato con ironia di aver visto per la prima volta la voce del padre incrinarsi per l’emozione: “Finalmente abbiamo scoperto che è umano”.
Un futuro tra tour e radici rock
Oltre alla musica pop-rap, Pietro porta con sé un bagaglio culturale influenzato pesantemente dalla madre Anna, vera “DJ di casa” e grande fan dei Rolling Stones, dei Doors e dei Jamiroquai.
Questo mix di influenze esploderà nel suo imminente tour nei club, che vedrà Pietro accompagnato da una band completa di cinque elementi, con una formazione che spazia dal basso ai sintetizzatori.
Il tour toccherà tappe storiche come il Vox di Nonantola (dove Pietro vide il suo primo concerto, quello di Gemitaiz), l’Alcatraz di Milano e l’Atlantico di Roma.
Una serie di live che confermano la trasformazione definitiva di Tredici Pietro in un “cantante vero”, capace di gestire la pressione del palco con la stessa naturalezza con cui, da ragazzino, scriveva rime nella sua camera a Bologna.

