Veleno su Rai 3: Barbareschi attacca Ranucci, ma è l’ennesimo “fuori pista” di un conduttore che vive di polemica
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La domenica sera di Rai 3 si è trasformata in un insolito teatro di scontro. Quello che doveva essere un fluido passaggio di testimone tra il giornalismo d’inchiesta di Sigfrido Ranucci e il nuovo show di Luca Barbareschi, Allegro ma non troppo, è degenerato in un monologo al vetriolo che ha lasciato il pubblico interdetto.
Non è la prima volta che Barbareschi sceglie la via dello scontro frontale, ma l’attacco frontale a Report sembra aver segnato un nuovo punto di non ritorno nei fragili equilibri di Viale Mazzini.
Il soliloquio di Barbareschi: tra querele e avvertimenti inquietanti
Appena terminata la sigla di chiusura di Report, Barbareschi ha aperto il suo spazio non con un lancio cordiale, ma con un atto d’accusa. “Volevo ringraziare il conduttore di Report e ricordargli che io mi chiamo Luca Barbareschi”, ha esordito, lamentando una presunta mancanza di riconoscimento professionale.
Ma la questione è scivolata rapidamente sul personale e sul giudiziario: Barbareschi ha accusato un consulente della trasmissione, Gian Gaetano Bellavia, di averlo spiato per due anni, annunciando querele e parlando di “dossieraggio”.
Ciò che ha destato maggiore scalpore, tuttavia, è stata la chiosa finale rivolta a un giornalista reduce da un grave attentato: “Watch out, baby, watch out! Stai attento!”.
Un’uscita che molti hanno percepito come fuori luogo, se non addirittura inquietante, considerando il contesto di minacce reali che spesso circonda chi fa giornalismo d’inchiesta in Italia.
Barbareschi e il vizio della polemica: un copione già visto
Per chi segue la carriera di Luca Barbareschi, questa esplosione di nervosismo non arriva come un fulmine a ciel sereno.
L’attore e conduttore è noto per una cifra stilistica spesso sopra le righe e per una predisposizione naturale allo scontro pubblico.
Che si tratti di alterchi con i paparazzi, dichiarazioni incendiarie contro i colleghi o scontri politici, Barbareschi sembra trovarsi a suo agio solo quando la tensione è alta.
Questa sua ennesima “intemperanza” verbale appare però, agli occhi di molti osservatori, come il tentativo di spostare l’attenzione su una narrazione vittimistica.
Attaccare un’istituzione del giornalismo come Report — un programma che fa della verifica dei fatti la sua missione — richiede basi solide, che al momento sembrano mancare nel discorso di Barbareschi, apparso più come uno sfogo emotivo che come una contestazione documentata.
La replica di Ranucci: la forza dei fatti contro il “fango”
Sigfrido Ranucci, con la consueta calma di chi è abituato a gestire pressioni ben più gravose, non ha lasciato correre.
La sua risposta è stata una lezione di precisione chirurgica. Ha definito le parole di Barbareschi un “indegno sproloquio”, riconducendole a una campagna mediatica già smentita dai fatti.
Ranucci ha chiarito che Gian Gaetano Bellavia, esperto di criminalità finanziaria e pilastro di Report, non è mai stato accusato di spionaggio da alcun organo giudiziario, essendo stato anzi vittima di un furto di dati.
Ma il colpo di grazia è arrivato sul piano della coerenza professionale: Ranucci ha rivelato che sarebbe stato proprio Barbareschi a chiedere di essere collocato dopo Report per beneficiare del “traino” di ascolti.
Un paradosso evidente: Barbareschi morde la mano di chi gli garantisce la platea, cercando lo scontro proprio con chi, pochi minuti prima, gli ha preparato il terreno in termini di share.
Il valore del giornalismo d’inchiesta
Mentre Barbareschi si lancia in monologhi che sanno di teatro d’avanguardia prestato alla TV generalista, Report continua a rispondere con i documenti.
La sensazione è che questo scontro non sia solo tra due conduttori, ma tra due modi opposti di intendere il servizio pubblico: da un lato l’inchiesta rigorosa, spesso scomoda e per questo soggetta ad attacchi; dall’altro la personalizzazione della polemica, usata come strumento di autopromozione.
La Rai si trova ora a gestire una convivenza forzata che definire difficile è un eufemismo. Ma nel tribunale dell’opinione pubblica, la solidarietà espressa da Ranucci al suo consulente (“Un abbraccio sempre più forte”) sembra pesare molto di più delle minacce di querela urlate a favore di camera.

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