Caso Bova, indagini chiuse, Monzino verso il processo per tentata estorsione, minacciò l’attore di far pubblicare gli audio su Falsissimo
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Il caso degli audio rubati a Raoul Bova e la relativa tentata estorsione ai danni dell’attore è arrivato a un punto nevralgico, la Procura di Roma ha chiuso le indagini nei confronti di Federico Monzino, pr milanese presunto amico di Martina Ceretti, la modella con la quale Bova avrebbe presumibilmente passato una notte per poi inviare alla medesima dei messaggi che dal tenore sembrerebbero essere riconducibili ad un after sex.
Monzino venuto in possesso degli audio dalla stessa Ceretti, si sarebbe messo in contatto con la manager di Bova invitandola a chiedere all’attore di mettersi in contatto con lui: “Dite a Raoul di contattarmi qui, ho del materiale chat e audio che gli può rovinare la vita, matrimonio e futuro – si legge nei messaggi inviati da Monzino a disposizione dei giudici – Se no finiscono nell’episodio di lunedì di Falsissimo”. Poi il messaggio che sottintendeva al ricatto: “‘Don Matteo’ non penso si farà dopo sto scandalo”.
La ricostruzione della Procura
L’avviso di chiusura delle indagini, a quanto si apprende dal quotidiano romano La Repubblica, è stato firmato lo scorso 2 settembre dal sostituto procuratore Eliana Dolce. Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Roma, Federico Monzino si sarebbe impossessato delle conversazioni tra Bova e Ceretti, videoregistrandole direttamente dal telefono cellulare della sua amica il 5 luglio 2025.
Il pr, secondo i giudici avendo già in mente il disegno criminoso, si sarebbe messo in contatto con Fabrizio Corona affinché divulgasse gli audio su Falsissimo, il suo canale social. Monzino però secondo la Procura non si sarebbe mai aspettato la resistenza da parte di Raoul Bova.
Il ricatto, le minacce e la tentata estorsione di Raffaele Monzino a Raoul Bova
Il 10 luglio Monzino attraverso il profilo Instagram “Sei fottuto” creato all’uopo per la tentata estorsione avrebbe contattato Consuelo De Andreis, manager dell’artista dicendole di essere in possesso di materiale capace di rovinare l’attore sia sotto il profilo professionale che familiare. L’11 luglio Monzino parla invece direttamente con Raoul Bova e i messaggi, in possesso della Procura dopo la denuncia dell’attore, lasciano poco spazio alle interpretazioni.
“Non è il caso che venga fuori uno scandalo sui giornali, no? Per il tuo matrimonio, per la tua immagine, per il tuo presente e futuro lavoro. Altro che ‘Don Matteo'” scrive Monzino che poi entrando nello specifico minaccia Bova: “Verrà pubblicato lunedì se non fai qualcosa. Ho dei contenuti tra te e Martina Ceretti che ti farebbero molto male”.
Dopodichè Monzino propone a Bova un accordo: “Io posso non fare accadere tutto ciò. Se mi vieni incontro blocchiamo tutto e rimane privato. Se vuoi essere gentile e farmi un regalo dato che ti sto salvando il culo sta a te”.
Contrariamente alle aspettative di Monzino, Bove decide di non sottostare al ricatto e denunciare il tentativo di estorsione ben sapendo che un’azione del genere lo avrebbe esposto a un bombardamento mediatico. La Procura nella chiusura indagine, dà ampia rilevanza alla “ferma opposizione” di Raoul Bova, che con il suo comportamento avrebbe interrotto il “progetto criminoso”.
Le pressioni di Monzino dopo la denuncia
Ma secondo i giudici la pressione di Monzino non sarebbe terminata con la denuncia di Raoul Bova. Il 22 luglio, 10 giorni dopo la denuncia, Monzino avrebbe indotto l’amica Martina Ceretti a mettersi di nuovo in contatto con Raoul Bova per fargli arrivare ulteriori messaggi nei quali ancora una volta veniva prospettato un “accordo” precisando che sarebbe stato valido soltanto se Bova non avesse denunciato quanto accaduto fino ad allora.
Le contestazioni della Procura
A chiusura delle indagini la Procura di Roma ha contestato a Monzino tre capi d’accusa: tentata estorsione, violazione di corrispondenza privata (quella tra Ceretti e Bova, ndr) e la trasmissione della medesima a Fabrizio Corona. Per i giudici i tre episodi sono legati dal vincolo della continuazione.
A fronte della chiusura delle indagini, Monzino e i suoi difensori adesso hanno venti giorni di tempo per presentare memorie, documenti o chiedere un interrogatorio esplicativo, dopodiché la Procura di Roma deciderà se chiedere il rinvio a giudizio.

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