Don Alberto Ravagnani spiega il suo addio al sacerdozio: “Difficoltà col celibato, parole della Messa incomprensibili anche a me e discutibili”
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E’ stata una vera e propria confessione quella di Alberto Ravagnani su YouTube, ex prete influencer, la cui scelta di lasciare il sacerdozio ha fatto molto scalpore. Non un sermone, tantomeno una giustificazione, ma la verità sui motivi che lo hanno spinto a cambiare strada, cominciando dalla Messa, festa del Signore per i cattolici, per lui diventata semplice istituzione pesante da gestire, passando per la difficoltà nel rispettare il voto del celibato, fino al rapporto con gli altri sacerdoti.
Un racconto di pochi minuti, ma che induce a una riflessione: quanti sacerdoti sono nelle condizioni dell’ex Don Alberto e non hanno la forza di lasciare tutto e seguire una nuova via? Probabilmente tanti. Il racconto dell’ex prete influencer è durato pochi minuti e ha attraversato tutto il suo percorso di fede, dalla vocazione, all’ordinazione fino alla crisi. Dalla gioia delle prime esperienze pastorali a Busto Arsizio alla crisi dopo il trasferimento a Milano.
Dall’ingresso in seminario alla nascita della community
“Avevo deciso di entrare in seminario quando avevo 17 anni”, ha spiegato Don Alberto: “C’era una ragazza che mi piaceva, i miei genitori erano assolutamente contro e avevo una paura matta di perdere i miei amici. Però Dio mi aveva cambiato la vita, e quindi non potevo fare altro che dare la mia vita a lui”. Ha iniziato quindi il percorso di formazione in seminario per poi arrivare all’ordinazione: “In sei anni di formazione non ho mai avuto nessun dubbio. Volevo essere come San Francesco d’Assisi, San Giovanni Bosco. Il giorno della mia ordinazione in Duomo è stato fra i più belli: ho realizzato lì che la mia vita aveva senso, proprio perché l’avevo donata. Ero diventato prete, per sempre. Poi, però, sono arrivate le sorprese”.
Don Alberto ha poi raccontato della gioia e della gratitudine nell’assolvere al suo primo incarico pastorale nella parrocchia di San Michele, a Busto Arsizio, una comunità in cui si è sentito un padre per tanti ragazzi: “E’ stata un’esperienza coinvolgente, ho sbagliato tantissimo e imparato tantissimo. Quello che è successo lì mi ha reso la persona che sono. In quegli anni la mia vita è stata stravolta ancora: dal Covid, dal lockdown”.
Ed è proprio durante la pandemia che Ravagnani ha cominciato a pubblicare i primi video che sono diventati subito virali, da lì l’intuizione di creare una vera e propria community che ha chiamato “Fraternità” e che Don Alberto nel video di spiegazioni ha definito “una creatura, un figlio. Un dono, una grandissima responsabilità”. In quella comunità virtuale Ravagnani ha detto di aver intravisto la possibilità di una “Chiesa nuova, una creatura, un figlio, un dono, una grandissima responsabilità. Una chiesa capace di stare vicino alle nuove generazioni. Ero il prete più fortunato del mondo, non potevo chiedere di più. Dovevo solo assecondare la mia vocazione. L’ho fatto, e proprio perché l’ho fatto alla fine sono arrivato qui, a questo punto”.

Il trasferimento a Milano e la crisi
Il trasferimento a Milano ha sancito l’inizio dei dubbi, all’entusiasmo iniziale sono subentrate le domande: “Ero emozionatissimo all’idea di vivere un’avventura nuova. Soprattutto in un contesto così stimolante. Non sapevo però che avrei iniziato a pormi sempre più domande e a mettermi in discussione. Qui ho maturato la mia scelta”. Ravagnani ha spiegato che non ricorda quando è stata la prima volta che ha maturato l’idea di lasciare il sacerdozio: “Sicuramente non è stato un pensiero improvviso, tipo una folgorazione. Essere preti significa delle cose precise: prima di tutto il celibato. Di fatto non riuscivo a rispettarlo davvero. All’inizio mi dicevo che era una questione di volontà, ma con il passare del tempo ho smesso di fingere”.
Il peso delle aspettative nei confronti dei preti può diventare insostenibile: “Ci sono le aspettative nei confronti di noi preti, che a volte sono disumane. Come se noi fossimo esseri speciali, angeli scesi dal cielo, addetti al sacro, programmati per essere buoni. Ma, francamente, mi sembrava un’ipocrisia non più sostenibile”.
Il “peso” della Messa, il disagio nell’indossare il colletto e nel rapportarsi con gli altri sacerdoti
E poi il “peso” nel ricoprire il ruolo istituzionale di un sacerdote, vivere la Messa non come una festa domenicale, ma come una imposizione: “Un prete rappresenta la chiesa, ma io di fatto faticavo sempre più a starci dentro. Mi sentivo a disagio a indossare il colletto: spesso alle persone dice tutt’altro rispetto a quello che io direi di me in quanto prete. È una divisa, che in quanto tale divide dalle persone: ma non volevo più quella distanza. Inoltre, mi sentivo a disagio a gestire la messa. Era un rito che ormai (lo vedevo) non parlava più alle persone. Dovevo pronunciare delle parole che anche io trovavo incomprensibili, e – francamente – a volte anche discutibili”.
Poi il racconto del disagio nel stare in mezzo agli altri sacerdoti: “Sentivo inoltre una sorta di disagio a stare in mezzo ai preti, perché il mio sacerdozio era diverso dal loro e faticavo a sentirmi in sintonia con certi discorsi e con certi modi di pensare. Sentivo tanti dubbi sulla dottrina della Chiesa, che non avevo mai avuto. Ma sono stato molto a contatto con i ragazzi, e mi sono messo veramente in ascolto delle loro domande. Le ho ritrovate anche in me stesso. Mi hanno fatto riflettere come non era mai successo. Alla fine, certe mie certezze troppo granitiche – grazie a Dio – sono venute giù, così sono andato in crisi. E mi sono detto: se essere prete significa ciò, allora faccio tanta fatica a stare dentro a questo ruolo”.
Il fatto stesso che Ravagnani definisca come un “ruolo” essere sacerdoti, indica la gran distanza che percepiva tra lui e la gente.
Don Alberto Ravagnani: “Non celebrerò, non indosserò il colletto, ma sarò più libero e più vero”
Don Alberto adesso si sente più libero e sereno: “La fede delle persone oggi è più personale, libera, meno scontata. La mia c’è ancora. Non riesce più a stare del tutto dentro alla forma della Chiesa, che ha i suoi modi e i suoi tempi. Io ho capito che i miei sono diversi. Ho capito che sono cambiato, che posso ancora cambiare. E ho scelto di farlo. Sono molto consapevole di quello che sto facendo, ci ho pensato tanto. Non so esattamente cosa succederà ora, ma sono sereno. Porterò avanti la mia missione. Continuerò a seguire la mia vocazione, a fare del bene. Non indosserò il colletto, non celebrerò la Messa. Però il mio cuore sarà sempre lo stesso. Anzi, forse, finalmente, sarà più libero. E più vero”.
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