Nina Zilli e Dadà: “La libertà ha un prezzo, ma è talmente bella”
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Entrare nel mercato discografico italiano da donne e con una visione artistica autonoma e definita somiglia spesso a un corpo a corpo contro stereotipi radicati, sovrastrutture di marketing e pregiudizi sistemici. È questo il tema centrale emerso durante l’intensa chiacchierata dal vivo registrata allo Spot Music Fest di Bareggio per l’episodio del podcast SPOT, condotto dal critico musicale Michele Monina. Attraverso due percorsi professionali apparentemente opposti, Nina Zilli e Dadà hanno condiviso uno spaccato autentico e privo di filtri su cosa significhi davvero preservare l’autenticità espressiva in un’industria orientata alla produzione seriale e all’omologazione estetico-musicale.
Da una parte c’è Nina Zilli, voce soul tra le più riconoscibili del panorama nazionale, forte di una solida formazione musicale, un passaggio iconico al Festival di Sanremo, una presenza televisiva importante e la scelta consapevole di ritornare a una totale indipendenza.
Dall’altra c’è Dadà, artista partenopea poliedrica e contaminata, mossa da una sperimentazione visiva e sonora che spazia dal folklore alla cabala, il cui ingresso nell’ambiente discografico è iniziato letteralmente servendo il caffè negli studi di registrazione.
Due traiettorie differenti che convergono su un’unica, inalienabile certezza: difendere la propria identità ha un costo elevato, ma la libertà artistica che ne deriva ripaga di ogni sforzo e sacrificio.

Dalle aule del conservatorio al rifiuto delle sottomissioni: l’origine del fuoco creativo
Per entrambe le cantautrici, il viaggio verso la consapevolezza musicale è iniziato nell’infanzia, segnato da un rapporto ambivalente con la disciplina rigida delle istituzioni accademiche.
Nina Zilli evoca i ricordi legati allo studio del pianoforte e della musica classica, interrotto quando la voglia irrefrenabile di comporre brani inediti si scontrò con l’intransigenza dei docenti.
L’abbandono dello spartito formale durante lo studio di Debussy ha segnato l’esplosione della sua indole rock and roll, portandola a battere i palchi sotterranei delle scene ska, punk e surf, guidando il furgone della band attraverso tournée estenuanti prima di approdare al grande pubblico.
Dadà descrive un percorso altrettanto viscerale. Formatasi sulla chitarra classica ma costretta nello schema geometrico e rigoroso dell’accademia, ha fin da bambina cercato metodi alternativi per estrarre la musica dal proprio corpo, come quando intonava note percuotendosi i denti prima di scoprire l’insegnamento illuminante di Bobby McFerrin.
Il suo approccio alla scrittura è passato attraverso un lungo periodo di gavetta nell’ombra come ghostwriter e produttrice per altri interpreti, un lavoro invisibile che le ha permesso di affinare la propria padronanza tecnica in studio prima di trovare il coraggio di esporsi in prima persona.
“La libertà ha un prezzo, ma è talmente bella che alla fine ne vale sempre la pena. Scrivere quello che canti e arrangiare esattamente come vuoi tu è l’unica cosa che conta veramente”, racconta Nina Zilli riflettendo sul valore dell’autonomia artistica conquistata sul campo.
Caffè, dinieghi e giudizi estetici: il confronto ruvido con il sistema discografico
L’ingresso nelle dinamiche industriali rappresenta sempre un banco di prova per chi vuole proporre una visione originale. Dadà ricorda con lucidità la notte in cui, durante una faticosa sessione di registrazione in cui si trovava a servire i caffè alla produzione, si sentì chiedere a bruciapelo se sapesse scrivere canzoni, cogliendo al volo quell’opportunità per mostrare il proprio talento nascosto.
Successivamente, di fronte al rifiuto netto e persino aggressivo di un addetto ai lavori che la invitava sarcasticamente ad appendere la chitarra al chiodo e a fare sentire le sue cose solo a Big Fish, l’artista ha avuto l’ardire di contattare direttamente il celebre produttore su Instagram, incassando una firma contrattuale che ha cambiato il corso della sua carriera.
Anche per Nina Zilli il cammino verso l’affermazione è stato costellato da episodi emblematici sulle dinamiche interne alle major.
La svolta per Nina Zilli arrivò quando decise di imporre con fermezza la propria autonomia creativa. Dopo la fine della parentesi con la band Chiara e gli Scuri — sciolta proprio a seguito dello scetticismo di un musicista su un brano destinato a diventare un successo travolgente come 50mila — l’artista pretese che le sue registrazioni venissero toccate esclusivamente da un grande maestro della produzione come Carlo U. Rossi.
Quel rifiuto di piegarsi alle modifiche commerciali e la coincidenza temporale con l’esplosione internazionale di Amy Winehouse le aprirono le porte del grande successo di pubblico e critica, dimostrando l’importanza di farsi trovare pronte con un’identità solida.
“Un mio manager a un certo punto mi disse: tu sei troppo brava, troppo bella, troppo alta, ti metti anche i tacchi, un po’ stai sul cazzo. Ma i cervelli erano stati avvitati così e noi li stiamo finalmente svitando”, ha affermato Nina Zilli rimarcando il cambiamento culturale in atto.

L’espressività del corpo e l’arte di difesa della complessità nell’era dello streaming
Un altro snodo cruciale affrontato nell’intervista riguarda l’utilizzo del corpo e la costruzione dell’immaginario estetico.
Negli ultimi decenni la rappresentazione della donna nella musica italiana ha subito represse semplificazioni o ipersessualizzazioni mediate da uno sguardo maschile.
Entrambe le ospiti hanno saputo ribaltare questo schema. Dadà ha trasformato il proprio corpo in una maschera artistica e in un amplificatore emotivo, vestendo abiti oversize e concettuali nei progetti interdisciplinari dedicati alla Smorfia e alle fiabe folk come Smorfiosa e Core in fabula, sfidando l’esigenza moderna che vorrebbe canzoni brevi, trascurabili e studiate a tavolino per i social media.
Nina Zilli ha sottolineato come la ricerca estetica, dalle acconciature appariscenti allo stile vintage finemente curato, sia sempre stata un’estensione diretta della sua musica e mai una concessione a esigenze superficiali di mercato.
La decisione di allontanarsi temporaneamente dal circuito televisivo — dopo l’esperienza come giudice a Italia’s Got Talent — e la scelta di prendersi pause prolungate dai tour scaturiscono proprio dalla necessità di difendere il tempo del processo creativo rispetto all’ansia prestazionale imposta dalle moderne piattaforme digitali, che pretendono uscite discografiche a ritmo mensile e produzioni seriali prive di anima.
I ferri del mestiere: il messaggio per le nuove generazioni di cantautori
In conclusione dell’episodio di SPOT, sollecitate da Michele Monina su quale possa essere l’insegnamento da trasmettere ai giovani che approcciano lo studio della musica in provincia o lontano dai grandi riflettori, entrambe le artiste hanno evitato la trappola della retorica paternalistica dei consigli precostituiti.
Dadà, richiamando la sua esperienza pluriennale come educatrice musicale, ha evidenziato la necessità imperativa di validare la propria unicità, imparando a considerare anche le imperfezioni e le peculiarità timbriche come punti di forza insostituibili su cui edificare un linguaggio originale.
Nina Zilli ha rimarcato l’importanza fondamentale del tempo, della dedizione continua e della resilienza. Dietro ogni successo immediato percepito dall’esterno si nascondono anni di lavoro silenzioso, brani scartati, palchi improvvisati e cadute da cui sapersi rialzare con determinazione.
Cercare se stessi senza inseguire i modelli altrui e accettare la fatica della gavetta rimangono gli unici strumenti reali per costruire una carriera duratura e libera.
La musica vera richiede il coraggio di esporsi senza armature ma con la ferma consapevolezza che l’autenticità è l’unica moneta capace di resistere al passare del tempo e alle mode passeggere.
