Willie Peyote contro Spotify: “Basta silenzi comodi”
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Durante un suo recente concerto, Willie Peyote ha lanciato un attacco diretto, senza filtri, contro Daniel Ek, il fondatore di Spotify, colpevole – secondo il rapper torinese – di aver investito ingenti somme nell’industria bellica.
Non si tratta di una polemica sul pagamento delle royalties o sugli algoritmi delle playlist, ma di una denuncia politica netta, che va al cuore di un problema molto più ampio: il rapporto tra cultura, etica e denaro.
L’origine dello sfogo è una notizia passata quasi sotto traccia nel mondo della musica italiana: Daniel Ek, attraverso la sua holding privata Prima Materia, ha investito circa 600 milioni di euro nella startup tedesca Helsing.
Quest’azienda, specializzata nello sviluppo di intelligenze artificiali applicate alla difesa militare, produce software e droni utilizzati anche nei conflitti armati, in particolare in Ucraina.
Un investimento che, secondo Ek, rafforzerebbe la sicurezza e l’autonomia tecnologica europea, ma che per molti rappresenta un chiaro cortocircuito etico, soprattutto se consideriamo che quei fondi derivano in gran parte dal successo di Spotify, piattaforma costruita grazie alla musica di migliaia di artisti in tutto il mondo.
Willie Peyote ha scelto di non rimanere in silenzio e ha usato il palco come spazio politico, chiedendosi e chiedendo pubblicamente perché così pochi musicisti abbiano denunciato questa scelta.
Mentre cresce l’attivismo attorno a cause come la Palestina e i genocidi dimenticati, molti – secondo lui – sembrano ignorare chi gestisce i fondi e i profitti del più grande servizio di streaming al mondo.
“Tutti siamo su Spotify, non è che io posso cancellarmi da Spotify”, dice, ma la sua è una presa di coscienza: essere presenti non significa essere complici, ma nemmeno si può tacere.
E rincara la dose: “Quel figlio di p..ana spende 600 milioni di dollari per droni militari. E ne ha spesi 150 mila nella festa di insediamento di Trump. E nessun artista dice un ca..o”.
Queste parole rivelano una tensione molto attuale tra gli artisti e i meccanismi dell’industria musicale.
La maggior parte dei musicisti non detiene i diritti delle proprie canzoni e, dunque, non ha nemmeno la possibilità di ritirarle da Spotify, anche volendo.
In questo sistema, dominato dalle etichette e dai distributori, l’artista diventa il primo escluso dalle decisioni fondamentali. È per questo che Peyote insiste: non è una questione individuale, ma collettiva.
E mentre la musica genera profitti enormi, questi finiscono in parte a finanziare tecnologie di guerra, in un paradosso che fa a pugni con l’idea di arte come strumento di pace, riflessione e libertà.
La sua denuncia non è isolata. In Italia, anche Piero Pelù ha definito “uno schifo” l’investimento di Ek nei droni militari, e il cantautore Nello Taver ha espresso solidarietà.
A livello internazionale, gruppi come Deerhoof e Xiu Xiu hanno annunciato pubblicamente la rimozione dei loro brani da Spotify, dichiarando apertamente di non voler contribuire, nemmeno indirettamente, alla produzione di armi.
“Non vogliamo che la nostra musica uccida delle persone”, ha scritto il batterista dei Deerhoof, Greg Saunier. Sono gesti simbolici ma significativi, soprattutto per band che hanno maggiore controllo sul proprio catalogo.
Tutto ciò avviene mentre Spotify è già al centro di critiche per il suo modello economico: le royalty pagate agli artisti sono tra le più basse nel panorama dello streaming, e l’introduzione di un nuovo modello “basato sulle soglie minime di ascolto” ha ulteriormente penalizzato i piccoli e medi musicisti.
A questo si aggiungono le polemiche su contenuti generati da intelligenza artificiale, playlist popolate da artisti fittizi e investimenti miliardari in settori completamente scollegati dal mondo della musica.
Willie Peyote, con la sua voce tagliente, ha fatto quello che oggi in pochi osano: rompere il silenzio.
Lo ha fatto sapendo che non può togliere la sua musica da Spotify, ma anche consapevole che il palco può essere usato per disturbare il sistema.
Le sue parole non sono state filtrate da nessun algoritmo, e forse è proprio questo il messaggio più importante: in un mondo in cui la musica è sempre più automatizzata, l’unico spazio veramente libero resta la parola dell’artista. Sta a noi ascoltarla.
