Luca Barbareschi a Ciao Maschio: il successo internazionale, il rapporto con la politica e la sindrome dell’impostore
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Ospite di Nunzia De Girolamo negli studi televisivi di Ciao Maschio, Luca Barbareschi si racconta senza filtri, offrendo al pubblico un ritratto intimo e professionale che scava a fondo nelle contraddizioni del mondo dello spettacolo e della società italiana.
Attore, regista, produttore ed ex parlamentare, Barbareschi ripercorre i momenti chiave della sua carriera, affronta le polemiche del passato con i colleghi e riflette sulle dinamiche di potere che regolano da sempre il settore culturale del nostro Paese.
Un’intervista densa di spunti critici e riflessioni personali che mette in luce la complessità di un personaggio vulcanico e spesso divisivo.
Il legame indissolubile tra il mondo dello spettacolo e la politica italiana
Nel corso della conversazione con la conduttrice, uno dei passaggi più taglienti e discussi riguarda il rapporto tra gli artisti italiani e la sfera istituzionale e politica.
Rispondendo alle domande e ripensando a un’espressione forte utilizzata in passato nei suoi confronti da Gabriele Salvatores, che lo aveva definito un “topo di ministero”, Barbareschi ammette di aver incassato le scuse del regista per un’affermazione che lo aveva profondamente ferito, ma coglie l’occasione per analizzare una realtà oggettiva del sistema nostrano.
Secondo il produttore, in Italia chiunque operi nel settore dell’intrattenimento, del cinema o del teatro sa perfettamente che è impossibile muovere un solo passo senza un confronto costante con la politica.
Non si tratta di una colpa personale, precisa l’artista, quanto piuttosto di una struttura sistemica in cui qualsiasi progetto di rilievo richiede inevitabilmente un dialogo con le istituzioni e i ministeri competenti.
Barbareschi rivendica con orgoglio il proprio percorso professionale, ricordando gli anni vissuti tra l’America e l’Italia, le collaborazioni giovanili con il teatro L’Elfo e la partecipazione a grandi produzioni internazionali presentate nei festival più importanti del mondo.
In quegli anni densi di impegni, tra Venezia e i set internazionali, l’attore sottolinea di non aver mai operato discriminazioni ideologiche o politiche nella scelta dei professionisti con cui lavorare, accogliendo talenti di ogni orientamento.

Un curriculum eccezionale in Europa e la frenata dell autosabotaggio
Allargando lo sguardo al bilancio della propria attività imprenditoriale e artistica, Luca Barbareschi non nasconde una certa dose di autostima, affermando senza falsa modestia di possedere un curriculum unico nel panorama europeo.
Il suo percorso spazia infatti dalla recitazione alla conduzione televisiva, dalla produzione di centinaia di ore di contenuti negli Stati Uniti fino all’acquisizione e alla ristrutturazione di sale teatrali finanziate interamente con capitali propri.
A completare questa traiettoria poliedrica vi è anche l’esperienza nel mondo dell’imprenditoria tecnologica, con la fondazione di un’azienda informatica quotata in borsa che ha lanciato giovanissimi ingegneri oggi inseriti nei ruoli chiave d’Europa.
Eppure, a questo incredibile mosaico di successi professionali fa da contraltare una fragilità interiore che l’attore riconosce apertamente.
Barbareschi confessa di lottare da sempre con la sindrome dell’impostore e con una spiccata tendenza all’autosabotaggio.
Ogni volta che raggiunge un traguardo importante o ottiene un grande successo in qualsiasi campo, il suo primo impulso emotivo non è la celebrazione, bensì il dubbio di non aver fatto abbastanza o di non meritare quel riconoscimento.
Un meccanismo psicologico complesso che, nel corso della sua vita, ha finito per condizionare non soltanto la sfera lavorativa ma anche quella affettiva e sentimentale.
Le relazioni sentimentali e il difficile ruolo del pigmalione
La riflessione intima prosegue sul terreno dei legami privati e delle storie d’amore che hanno segnato la sua esistenza. Parlando apertamente delle sue separazioni, Luca Barbareschi riconosce di essere spesso l’artefice silenzioso della fine dei propri rapporti, mettendo in atto dinamiche comportamentali che spingono inevitabilmente le compagne ad allontanarsi per potersi salvare.
Rievocando la celebre relazione vissuta con Lucrezia Lante della Rovere, l’attore descrive la complessità di essere stato, al contempo, un compagno innamorato e una sorta di pigmalione.
Un ruolo pericoloso e totalizzante, in cui l’insegnamento dell’arte e della vita si scontra con il peso di una personalità ingombrante, fino a quando il limite della sofferenza emotiva impone la separazione.
Questo schema di autosabotaggio affettivo si è ripetuto anche nelle unioni successive, dove la difficoltà di accettare la serenità e la bellezza di un legame stabile ha spesso generato attriti e incomprensioni.
Tuttavia, la parte finale dell’intervista regala momenti di grande commozione e calore umano, grazie alla sorpresa preparata da Simone Annichiarico.
Il ricordo del legame profondo con il padre di Simone, il leggendario Walter Chiari, riaccende in Barbareschi la scintilla della passione originaria per il palcoscenico.
Per la sua generazione, Walter Chiari non era semplicemente un attore comico, ma un maestro ineguagliabile dell’improvvisazione e dell’affabulazione capace di tenere il pubblico incollato per ore con la forza della parola.
Portare in scena la memoria e la storia di un’icona così grande attraverso una fiction televisiva rappresenta per Barbareschi molto più di un progetto artistico: è un tributo d’amore e un legame fraterno che unisce due generazioni di artisti contro le difficoltà e i conflitti della vita.
