Can Yaman è Sandokan, la “Tigre della Malesia” rinasce! Cinque anni di preparazione: “Una fortuna che il progetto sia slittato”
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Festa del Cinema di Roma: l’attore turco si racconta, rivelando il duro lavoro dietro il ruolo più atteso della sua carriera e l’eredità di leggerezza della Tigre di Mompracem.
C’era grande attesa, e Can Yaman non ha deluso. Durante la conferenza stampa di presentazione della serie evento Sandokan alla Festa del Cinema di Roma, l’attore turco ha offerto una prospettiva intima e sorprendentemente riflessiva sul ruolo che, a suo dire, rappresenta il culmine della sua carriera.
Yaman ha rivelato che la sua avventura italiana è indissolubilmente legata al progetto Sandokan: “Sono venuto in Italia cinque anni fa proprio per fare Sandokan, è il motivo per cui sono qui.”
Un destino, forse, che lo ha portato a vestire i panni di un personaggio che prima di quel momento gli era sconosciuto, dato che in Turchia l’eroe salgariano non è popolare. “Non conoscevo Sandokan prima”, ha ammesso, “però ho avuto un sacco di tempo per poter contemplare, visualizzare, riflettere su questo personaggio.”
Cinque anni per “diventare” Sandokan
Il percorso di preparazione è stato lungo, meticoloso e totale. Quello che per molti è apparso come un rinvio sfortunato, dovuto anche alla pandemia, per Can Yaman si è trasformato in una “fortuna, tra virgolette”.
“Un ruolo del genere non capita spesso nella vita, nella carriera di un attore”, ha spiegato. “Arriva raramente, e arriva raramente anche questa opportunità di potersi preparare a un ruolo per così tanto tempo.”
Per Can Yaman, i cinque anni trascorsi in attesa del ciak sono stati un tempo prezioso, usato per una trasformazione a 360 gradi. “Ho letto qualsiasi cosa, ho guardato qualsiasi cosa”, ha raccontato.
La preparazione fisica è stata estrema e onnicomprensiva: “A livello fisico ho fatto qualsiasi cosa che richiedeva il ruolo, dimagrire, allenarsi, infortunarsi, cavalcare, [imparare le] lingue, inglese, italiano.”
Ma non è tutto: il tempo ha permesso all’attore di crescere anche a livello personale e professionale. “Dovevo ambientarmi in un altro paese prima e ho avuto anche questo tempo prezioso di poter vivere, ambientarmi in un altro paese, girare in altre lingue.”
La sua conclusione è disarmante: “Magari se avessi interpretato cinque anni fa veniva fuori un pasticcio da parte mia, magari non ero preparato, era una cosa precipitata. Però avendo avuto tutto questo tempo, anch’io come attore sono cresciuto, ho avuto il tempo per evolvermi, diventare una versione migliore di me stesso. All’età di 35 anni, ero ancora più pronto per questo ruolo.”
L’eredità di Sandokan: sorridere anche nella sofferenza
Nonostante la mole di lavoro e la serietà del progetto, Yaman ha tenuto a sottolineare un aspetto fondamentale della nuova serie, appreso grazie alla sapiente regia: la leggerezza.
“Sono stato accompagnato da grandi professionisti, ho avuto una gran regia che mi ha rasserenato tutto il tempo”, ha continuato. La lezione più importante riguarda l’equilibrio tra serietà e spensieratezza.
“Mi hanno fatto capire una cosa molto importante, che anche se si toccano tematiche molto importanti, Sandokan, insieme a Yanez, aveva questo atteggiamento leggero, ammiccante, divertente, che fa sentire bene il pubblico, anche se si tratta di una scena molto seria.”
L’obiettivo è chiaro: “Alla fine, quando finisce l’episodio, rimanete con un gusto piacevole, che lo finite di guardare sorridendo.”
Questo approccio ha avuto un impatto anche sulla vita personale dell’attore, che ha rivelato un lato di sé vulnerabile: “È una cosa che ho imparato da Sandokan, che anch’io come persona, come Can Yaman, devo imparare. Io soffro un po’ di ansia quando faccio le cose serie, mi concentro talmente tanto, a volte la mia faccia cade. Da Sandokan ho imparato che anche nella sofferenza bisogna godersi, bisogna andare avanti e non bisogna perdere quella cosa impressionante di sorridere.”
Un’unica nota di rammarico, espressa con il suo noto carisma: “Non ho l’ora di incontrare Kabir Bedi purtroppo, magari un giorno la incontrerò.” La speranza finale, però, è rivolta a tutti: “Spero che al pubblico italiano, poi a livello globale e spero a Kabir Bedi, piacerà come l’ho interpretato.”
Un messaggio che suggella la sua dedizione a un ruolo epico, pronto a conquistare le nuove generazioni.
