Gerry Scotti rompe il silenzio: il duro sfogo contro Fabrizio Corona e la difesa delle ex “Letterine”
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Il “volto gentile” della televisione italiana non ci sta. Gerry Scotti, pilastro storico di Mediaset e conduttore tra i più amati dal pubblico, ha deciso di rispondere frontalmente alle recenti e pesanti accuse lanciate da Fabrizio Corona attraverso i social network.
In un’intervista rilasciata al Corriere, Scotti abbandona per un momento il suo iconico sorriso per lasciare spazio a un’amarezza profonda, legata non solo alla propria reputazione, ma soprattutto alla dignità delle donne che hanno lavorato con lui.
Il business del fango: fake news e algoritmi dell’odio
L’attacco di Fabrizio Corona a Mediaset e ai suoi volti storici non è passato inosservato. Scotti, che nella sua quarantennale carriera non ha mai tradito l’azienda di Cologno Monzese, analizza con lucidità il meccanismo che si cela dietro certe “rivelazioni” social.
“Le buone notizie o le verità vengono accolte tiepidamente – spiega Scotti – mentre le fake news hanno un riscontro ben più rilevante”.
Il conduttore punta il dito contro un sistema dove la menzogna diventa uno strumento di lucro.
In un’era dominata dagli algoritmi, l’odio genera interazioni, e le interazioni generano profitti. Secondo Scotti, siamo di fronte a un vero e proprio “tritacarne mediatico” dove la verità è l’ultima delle preoccupazioni, sacrificata sull’altare dei click e della visibilità a ogni costo.

Il caso “Letterine”: la smentita di Gerry Scotti
Il fulcro della polemica riguarda presunti retroscena risalenti a venticinque anni fa, legati al periodo d’oro di Passaparola. Corona ha attribuito a Scotti relazioni con oltre trenta ragazze che, all’epoca, ricoprivano il ruolo di Letterine.
La risposta di Gerry è netta e priva di ambiguità: “Sono semplicemente false”. Scotti sottolinea come queste narrazioni peccano persino di verosimiglianza: attribuirgli una sorta di “harem” professionale non è solo un attacco alla sua moralità, ma una distorsione grottesca della realtà lavorativa di quegli anni.
Per il conduttore, basterebbe interrogare le dirette interessate per ottenere una smentita unanime. Tuttavia, il problema sollevato da Scotti va ben oltre la semplice smentita personale.
Oltre il pregiudizio: le “Letterine” sono donne, non bambole
Ciò che ferisce maggiormente il conduttore de La ruota della fortuna è la facilità con cui viene calpestata la vita delle persone coinvolte. Scotti lancia un monito importante sulla terminologia e sul rispetto:
“Nessuno ha pensato che queste ragazze non sono pupazzi, bambole di pezza. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora”.
L’etichetta di “Letterina” rischia di diventare, nelle mani dei creatori di fake news, uno stigma indelebile.
Gerry Scotti ricorda al pubblico che quelle ragazze, venticinque anni dopo, sono diventate professioniste, imprenditrici, madri. Molte di loro hanno figli adolescenti che oggi si trovano a leggere falsità imbarazzanti e prive di fondamento sui propri genitori.
È questa mancanza di sensibilità, questo ignorare le conseguenze umane delle proprie parole, a suscitare la reazione più sdegnata del conduttore.

Un’integrità lunga quarant’anni
La fedeltà di Gerry Scotti a Mediaset è un caso quasi unico nel panorama televisivo italiano. In un ambiente dove i passaggi di casacca sono all’ordine del giorno, Scotti è rimasto un punto fermo, costruendo un rapporto di fiducia con il pubblico basato sulla trasparenza e sulla pacatezza.
Questo attacco frontale, dunque, non colpisce solo l’uomo, ma tenta di scalfire un modello di televisione che Scotti rappresenta con orgoglio: una televisione fatta di garbo, che oggi si scontra con la ferocia dei “tribunali social” dove non esiste diritto di difesa e dove la calunnia viaggia alla velocità della fibra ottica.
Lo sfogo di Gerry Scotti non è solo una difesa personale, ma un invito alla riflessione collettiva sul valore delle parole e sul peso della responsabilità quando si comunica in pubblico.
Difendere le “sue” ragazze significa difendere un pezzo di storia della TV, ma soprattutto il diritto di ogni lavoratore – e lavoratrice – a non vedere il proprio passato infangato per il tornaconto altrui.
