Mary Patti, da “Non è la Rai” alla psicoterapia con i giovani in carcere
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Non più la ragazza di cui a “Non è la Rai” bisognava indovinare il nome della nonna in un gioco telefonico diventato un cult televisivo dell’epoca, tantomeno la protagonista della finta gelosia di Ambra Angiolini e neanche una donna interessata alle luci della ribalta, ma una professionista che pur ricordando con grande affetto quel periodo, oggi si dedica con passione e dedizione alla psicologia e alla psicoterapia.
Mary Patti in tutti questi anni ha deciso di non inseguire i sogni televisivi, relegando l’esperienza nel programma cult di Gianni Boncompagni a una parentesi gioiosa della sua vita. La ex ragazza di Non è la Rai ha maturato una carriera importante, ha un suo studio privato ed è impegnata in una cooperativa che aiuta famiglie in difficoltà.
Il suo contributo più importante Mary lo porta nel suo lavoro presso il tribunale dei minori e nelle carceri, prima a Rebibbia poi a Rieti, dove dirige un “gruppo di parola” per aiutare i genitori detenuti a trovare aiuto, ascolto e sostegno.
Intervistata da Vanity Fair la ex stella degli adolescenti anni ’90, ha raccontato di essere sempre stata determinata e di avere avuto chiari i suoi sogni chiari fin da quando era giovanissima: “La Mary di allora è un po’ anche la Mary di oggi – ha rivelato Mary – una donna determinata, seria, ma che amava anche divertirsi, la leggerezza, la moda”.
I ricordi di Non è la Rai
Ricordando la Mary di 30 anni fa, la Mary di adesso dice di aver fatto tesoro di quella esperienza: “Se penso alla me stessa di allora, penso a una ragazza piena di desideri, di sogni, di ambizioni. Ma anche a una ragazza già decisamente proiettata a laurearsi in psicologia e, in fondo, a fare esattamente quello che sto facendo adesso. La Mary di allora è un po’ anche la Mary di oggi: una donna determinata, seria, ma che amava anche divertirsi, la leggerezza, la moda”.
Ricordi di quel periodo che sono tornati grazie al figlio: “Per molto tempo è come se quell’esperienza e quegli anni li avessi dimenticati, messi da parte. Ero focalizzata sugli studi. Durante il Covid mio figlio ha voluto aprirsi un profilo Instagram, e io gliel’ho concesso a patto di poterlo controllare. Così ho scoperto quel mondo, ho cominciato a smanettare, qualcuno mi ha riconosciuta e da lì mi sono iniziati ad arrivare richieste, foto, video. In quel momento mi si sono risvegliati tutti i ricordi che avevo di Non è la Rai. E, soprattutto, ho scoperto che dopo tutto questo tempo esisteva ancora un mondo di fan affettuosissimi di quella trasmissione che ha davvero fatto epoca”
All’epoca si raccontava che Mary e altre ragazze erano un po’ appartate rispetto alle altre: “Era una narrativa che in buona parte corrispondeva alla realtà. Io e poche altre ragazze eravamo quelle un po’ più grandi: avevamo 19 anni, rispetto alle altre che ne avevano 16 o 17. Un po’ c’è da dire che frequentavo già l’Università, ero al primo anno, e dovevo per forza ritagliarmi i miei spazi per studiare: entravamo negli studi la mattina e uscivamo la sera. E un po’ ero molto riservata di mio, non amavo stare in mezzo a litigi, alle chiacchiere, a quelle dinamiche un po’ ineluttabili quando stai in una specie di collegio femminile”.
Fu Gianni Boncompagni a cucirle addosso un gioco che la fece diventare popolarissima: “Avevo fatto con lui Domenica In, in Rai. Passando a Mediaset aveva chiesto ad alcune delle ragazze di seguirlo. Il primo anno di Non è la Rai rifiutai, perché mi stavo iscrivendo all’Università. Il secondo mi ricontattarono, e accettai di andare a fare il colloquio con Gianni. “Ma che vorresti fare?”, mi chiese. E io risposi: “Beh, qualcosa di mio, piuttosto che stare lì seduta a battere le mani in mezzo alle altre”. E lui: “Non ti preoccupare”. Si inventò questo giochino per me, che diventò un tormentone. Alla fine parlavo con la gente indossando dei vestiti strafighi… ci aveva visto lungo, ero esattamente quello che avrei voluto essere”
Un programma che all’epoca fu molto discusso per la presunta oggettificazione della donna: “Quel programma, rivisto oggi, fa quasi ridere: sembravamo delle suore rispetto a quello che poi è passato in tv. Era un programma con molte ragazze certamente molto giovani che, al massimo, stavano in costume a ballare attorno a una piscina. E poi eravamo super controllate, non potevamo avere le unghie lunghe, mettere l’eyeliner. All’epoca fece certamente scandalo sostanzialmente perché non esisteva ancora niente di simile. Detto questo, sì, credo che con le ragazze più giovani, adolescenti, forse si sarebbe dovuti stare più attenti, prestare delle cautele ancora maggiori. Perché quella è un’età davvero delicata”.
L’esperienza come psicoterapeuta
Una esperienza televisiva travolgente che ha comportato un po’ di problemi quando Mary ha cominciato la sua attività professionale: “Ho dovuto faticare, i primi anni. Non solo perché ero carina, ma anche perché alle spalle avevo quel programma televisivo. Ero giovane, e molti pazienti e colleghi mi riconoscevano. Ho reagito tarpando un po’ le ali alla mia vanità, scegliendo abiti più sobri e meno appariscenti, per esempio. Poi sono cresciuta, e anche la mia bellezza è cambiata. E diventata un po’ meno… esplosiva. Ed è stato più facile integrare questi due lati, la professionalità e l’attenzione all’aspetto fisico. Non l’ha detto nessuno che una psicoterapeuta debba avere la ricrescita, vestire tailleurini tristi e castigare la propria femminilità”.
Da terapeuta durante l’intervista Mary ha dato il suo punto di vista sui giovani d’oggi e su cosa dovrebbero fare i genitori: “Mio figlio è un giovane adulto: ha appena compiuto 19 anni, sta uscendo dall’adolescenza. A me quelli di oggi sembrano ragazzi molto fragili, vittime di una società molto richiedente. Quando sento dire, a volte “Ah, questi giovani non valgono niente, sono tutti dei viziati…”, mi viene da pensare che è sempre un po’ la vecchia, solita storia che si ripete. Anche ai nostri tempi, sentivamo gli adulti dire il famoso “ah, ai nostri tempi…”. Ma credo anche che i giovani di oggi siano, in realtà, molto più sollecitati dalla società rispetto a quanto lo fossimo noi: devono fare tutto a tremila, parlare tre lingue, essere sempre al top, belli, perfetti, performanti. Sono ragazzi in gamba, veramente molto intelligenti, ma credo che si sentano anche molto soli. Anche perché sono in qualche modo vittime delle aspettative di noi adulti, che non sempre siamo poi così equilibrati”.
Gli adulti secondo Mary dovrebbero prestare più ascolto: “Anche noi siamo presi dalla nostra frenesia, ci siamo ma non ci siamo, siamo lì fisicamente, ma spesso stiamo pensando ai nostri mille affari da sbrigare. Dovremmo fermarci un attimo e riuscire ad ascoltarli: anche se molto spesso non ci parlano direttamente, i ragazzi ci mandano moltissimi segnali. Dobbiamo imparare a coglierli. In fondo loro fanno il loro lavoro: sono adolescenti, fanno casini, cercando di emanciparsi dagli adulti, da quel rapporto infantile che avevano con i genitori. Sta all’adulto avere la maturità per cogliere i messaggi che i ragazzi gli mandano”.
L’esperienza in carcere
Infine una domanda sulla sua esperienza come terapeuta nelle carceri: “C’ero entrata la prima volta per lavorare alla mia tesi di laurea sulle diverse personalità criminali. Poi assieme a una mia collega abbiamo vinto un progetto e da tre anni lo portiamo avanti proprio all’interno delle carceri. Ho capito che lì dentro la sensazione più forte è l’assenza del tempo: non passa mai, tutto è molto rallentato, fino a svanire. E poi l’aria, che ti manca. E come stare in un girone dell’inferno: quando si riapre il portone ed esci, l’istinto è quello di tirare un grande, profondo respiro”.

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