Selvaggia Lucarelli, Leonardo Maria Del Vecchio e il corto circuito del giornalismo da gogna tra gaffe, antipatie e doppi pesi
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C’era una volta il giornalismo d’inchiesta, quello capace di scavare nelle notizie, analizzare i fatti con distacco critico e proporre una chiave di lettura al lettore lasciando a quest’ultimo la libertà di farsi un’idea autonoma. Oggi, nell’era dominata dai feed dei social network e dalla rincorsa spasmodica all’interazione, assistiamo all’affermazione di un modello del tutto differente: il giornalismo d’opinione trasformato in spettacolo permanente, dove il confine tra critica legittima e sentenza inappellabile si fa ogni giorno più sottile. L’ultimo e clamoroso episodio di questa narrazione vede protagonisti la nota opinionista Selvaggia Lucarelli e il giovane imprenditore Leonardo Maria Del Vecchio.
Un botta e risposta nato nei territori digitali di Instagram che, al di là dell’ennesimo scontro da bar virtuale tra personaggi in vista, merita di essere sviscerato perché accende i riflettori su una deriva culturale e professionale che non riguarda più soltanto i singoli protagonisti, ma l’intero modo di fare informazione e intrattenimento nel nostro Paese.
L’arte della provocazione e l’ossessione per il bersaglio facile
Tutto nasce da un commento a margine di un’apparizione pubblica di Leonardo Maria Del Vecchio in un noto podcast d’intrattenimento.
Fino a qui, nulla di strano o imprevisto: chiunque scelga di esporsi sui media, a maggior ragione se porta un cognome di peso e ricopre ruoli strategici nell’editoria e nell’imprenditoria nazionale, sa perfettamente di essere soggetto al vaglio della critica e all’ironia della rete.
L’accettazione del dissenso fa parte del gioco democratico e mediatico. Il problema sorge quando la critica abbandona l’analisi del merito per scivolare nel terreno della provocazione gratuita e dell’accostamento arbitrario.
Nelle sue storie social, infatti, Selvaggia Lucarelli, firma del Fatto Quotidiano ed opinionista del Grande Fratello, ha ritenuto opportuno affiancare le dichiarazioni dell’imprenditore ai recenti episodi di cronaca milanese legati ai disordini giovanili, lasciando intendere una bizzarra correlazione d’effetti tra l’intervista rilasciata e la rabbia esplosa nelle strade del centro.
Un’iperbole polemica che travalica il senso della satira e si configura come una vera e propria forzatura logica e concettuale, pensata ad arte per stuzzicare la pancia del pubblico ed erigere un nuovo processo di piazza digitale.
La macchina del consenso e il tribunale senza appello della rete
Non è la prima volta che assistiamo a dinamiche di questo tipo. Chi conosce il linguaggio e il curriculum mediatico di Selvaggia Lucarelli sa bene che la provocazione mirata è il motore propulsivo del suo sterminato capitale di attenzione.
Il meccanismo è ormai rodato ed efficace: s’individua un personaggio ritenuto inviso, si estrapola un concetto o un atteggiamento, lo si impacchetta con una battuta sferzante o un accostamento azzardato e lo si offre in pasto a una platea di follower pronta a scatenarsi nei commenti.
Il risultato non è quasi mai un dibattito costruttivo o un approfondimento reale sul valore dell’informazione, bensì l’attivazione immediata di una gogna mediatica dove l’imputato di turno viene condannato senza possibilità di appello.
Quando un giornalista dotato di una cassa di risonanza enorme decide di puntare il faro su un bersaglio con toni di scherno o delegittimazione, non sta semplicemente esprimendo un’opinione personale, sta muovendo un’onda d’urto collettiva.
In questo contesto la responsabilità etica di chi possiede (o possedeva) il tesserino professionale dovrebbe imporre una misura e una continuità d’analisi, mentre troppo spesso assistiamo all’uso della propria cassa di risonanza come se fosse una clava ideologica da scagliare a seconda dei gusti personali del momento.
L’incoerenza strutturale e il gioco dei doppi pesi
Ciò che rende questo approccio particolarmente irritante per una fetta sempre più consistente di lettori e osservatori è la palese asimmetria nell’applicazione della severità.
Esiste un doppiopesismo latente e fastidioso che permea questo modo di fare comunicazione: da un lato si dimostra una ferocia implacabile, quasi chirurgica, nei confronti di chi non rientra nella cerchia delle proprie simpatie o rappresenta l’icona perfetta del potere da abbattere; dall’altro si riserva una benevola indulgenza, quando non un silenzio complice, nei confronti di amici, parenti, alleati e figure appartenenti alla medesima bolla di riferimenti culturali e personali.
Questa evidente incoerenza finisce per squalificare l’autorevolezza della voce narrante. Non si può rivendicare con orgoglio l’etichetta di cane da guardia del potere o di paladina della verità se poi la lente d’ingrandimento viene applicata con criteri puramente emotivi e di convenienza.
Il pubblico, che non è sprovveduto come si vorrebbe far credere, percepisce questa stridente contraddizione e inizia a mostrare segni di insofferenza verso chi si erge costantemente a giudice morale della vita altrui senza applicare a se stesso lo stesso livello di autocritica e rigore.
Il ruolo del giornalista tra racconto dei fatti e narrazione narcisistica
L’episodio dello scontro tra Selvaggia Lucarelli e l’erede della dinastia Luxottica riporta al centro del dibattito una questione fondamentale: a cosa serve oggi fare informazione? Il giornalismo vero dovrebbe essere uno strumento al servizio della collettività per comprendere la complessità del reale, raccontare i fatti con aderenza alla realtà e offrire spunti interpretativi fondati su dati, verifiche e contestualizzazioni corrette.
Quando invece la professione si piega alla narrazione narcisistica, la notizia diventa soltanto un pretesto per mettere al centro l’ego di chi scrive, le sue idiosincrasie e le sue guerre personali.
Sparare sentenze inappellabili al solo scopo di raccogliere like, generare interazioni e confermare la propria posizione di forza nell’arena digitale equivale ad impoverire il dibattito pubblico.
Leonardo Maria Del Vecchio ha reagito parlando di opinioni in vendita e di mercato dell’odio, una risposta indubbiamente risentita ma che sottolinea come il confine tra critica giornalistica e aggressione verbale si sia pericolosamente assottigliato.
Verso un’etica della responsabilità nell’era della polarizzazione
Accostare la criminalità urbana o le spaccate delle vetrine a un’intervista in un podcast di un giovane imprenditore è una scelta intellettualmente disonesta che ammicca al risentimento sociale anziché illuminare i problemi.
Se questo è il modello di giornalismo che viene proposto quotidianamente come esempio di coraggio e controinformazione, allora abbiamo un problema serio di punti di riferimento.
È tempo di pretendere un ritorno alla responsabilità delle parole e al rispetto delle persone, anche e soprattutto quando si intendono muovere le critiche più severe.
Un giornalismo d’opinione che si rispetti non ha bisogno di scagliare la folla contro il bersaglio di turno né di nascondere le proprie incoerenze dietro la maschera della satira sferzante.
Ha bisogno di rigore, di coerenza metodologica e di quella distanza critica che permette di giudicare i fatti per quello che sono, lasciando finalmente da parte antipatie personali, simpatie di comodo e la deleteria tentazione di trasformare ogni notizia in una resa dei conti personale.
